FERRARA – L’8 aprile 2017 nel centro di Ferrara si è consumata una tragedia: una ragazzina di 13 anni, Anna Fabbri, stava attraversando in sella alla sua bici le strisce pedonali quando è stata travolta da un’ambulanza, che correva a sirene spiegate e lampeggianti accesi per un codice rosso. Un impatto fatale che ha scosso la città, per la giovanissima età della vittima e per la dinamica, perché a porre fine alla sua vita è stato l’autista di un mezzo che stava cercando di salvarne un’altra. Il processo si è concluso a ottobre scorso con la condanna a un anno per omicidio stradale (pena sospesa e beneficio della non menzione) all’autista, A.M., ma sono le motivazioni, uscite nei giorni scorsi e di cui ha dato conto la stampa locale, a sollevare se non polemiche, quanto meno delle riflessioni, oltre che a creare un precedente giudiziario.

Perché nella sentenza, come ha scritto la Nuova Ferrara, il giudice rileva un elemento di “ferraresità”. C’è un contesto di cui il conducente del mezzo di soccorso doveva tenere conto, mentre correva in strada: e cioè che Ferrara, in cui il conducente guidava ambulanze “da diversi anni”, è la città delle bici; dunque l’autista “era a conoscenza della presenza delle tante biciclette e del carattere sovente imprudente del comportamento tenuto dai ciclisti, soprattutto in prossimità di incroci o attraversamenti stradali”. L’uomo avrebbe dovuto mettere in conto un possibile comportamento indisciplinato da parte di qualche ciclista, e dunque moderare la velocità, fino eventualmente ad arrestare il mezzo: facendolo, “avrebbe potuto evitare l’impatto e la morte della ragazzina”, scrive il giudice Carlo Negri.

Nelle motivazioni della sentenza, emessa alla luce di molte perizie che hanno stimato la velocità dei due mezzi coinvolti, il giudice tiene conto di tutte le circostanze. E cioè che Anna ha attraversato col verde pedonale in sella alla sua bici: avrebbe invece dovuto scendere dal sellino e camminare, questa è stata la sua parte di “colpa”. Ma proprio questo elemento, sottolinea la Nuova Ferrara, si trasforma in una aggravante per il conducente dell’ambulanza. Perché lui, che appunto macina kilometri a Ferrara da anni, avrebbe dovuto prevederlo, metterlo in conto, poiché “era a conoscenza delle prevedibili e concrete condizioni di traffico nell’area e nell’orario i cui è avvenuto l’incidente” e quindi guidare “con una condotta prudente in quel contesto di tempo e luogo (Corso Giovecca incrocio via Ugo Bassi, attorno alle 12. 30 dell’8 aprile 2017), moderando la velocità e prevedendo la eventualità di attraversamenti da parte di ciclisti con il verde pedonale”.

Nel calcolo della pena il giudice ha ponderato l’imprudenza della ragazzina, che ha colto di sorpresa l’autista, ma anche le responsabilità del conducente. “L’imputato ha colpevolmente omesso di tenere una condotta che impedisse ed evitasse l’impatto, così provocando il decesso della giovane ciclista”, ribadisce il magistrato. Per la famiglia della ragazzina la sentenza “è un monito per chi svolge servizi di emergenza-urgenza: chi guida mezzi di soccorso ha il dovere di procedere con la massima prudenza, in particolare quando attraversa le vie delle città e queste sono affollate di utenti deboli”, sottolinea il legale Carmelo Marcello. Ma per Carlo Bergamasco, difensore dell’autista, “il problema centrale resta il dovere del conducente di prevedere comportamenti impropri di utenti della strada: a mio avviso per il mezzo di soccorso, questo principio deve essere attenuato”. E per questo annuncia ricorso in appello.