Negli scorsi giorni le cronache italiane hanno riscoperto all’improvviso Christian Greco, il direttore del Museo Egizio di Torino finito in primo piano per il suo scontro con la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni. In realt Greco aveva gi fatto parlare di s, ma per ragioni diverse dal sit in di Meloni e Guido Crosetto fuori dal suo istituto. L’egittologo, nato nel 1975 ad Arzignano (Vicenza), ha ottenuto l’incarico nel 2014 grazie al curriculum disponibile anche oggi sul portale del Museo: maturit classica a pieni voti al liceo Pigafetta di Vicenza, laurea in lettere antiche con tesi in Archeologia all’Universit di Pavia (dove allievo del collegio d’eccellenza Ghislieri), master in Egittologia nell’ateneo olandese di Leiden, abilitazione all’insegnamento del greco e latino in neeerlandese, dottorato di ricerca a Pisa.

E fin qui siamo fermi ai titoli di studio, perch il resum lavorativo include pi di 30 pubblicazioni scientifiche, collaborazioni dai Musei Vaticani al Louvre, curatela di esposizioni internazionali, oltre ovviamente alle spedizioni di scavo che lo vedono in partenza tra poche settimane per l’Egitto. Greco ha dichiarato di non amare la retorica dei talenti in fuga, ma ha lavorato quasi 20 anni fuori dall’Italia e ammette che non sarebbe stato possibile raggiungere gli stessi risultati nella Penisola.

Fondi in calo

La vicenda potrebbe scoperchiare ancora una volta i tanti casi singoli di ricercatori scoraggiati dal sistema italiano e delle migliori condizioni offerte all’estero. Ma Greco, nei suoi interventi pubblici, ha posto l’attenzione meno sui raffronti internazionali e pi sulle condizioni – critiche – degli investimenti sul sistema accademico e della formazione in generale. Il nostro sistema universitario, a quanto ha riportato di recente un’indagine della European university association (Eua), ha registrato nel 2016 finanziamenti pubblici per 6,9 miliardi di euro: come gi scritto dal Sole 24 Ore, un calo del 5,1% in valore nominale e del 12% in valori indicizzati dal 2010 al 2016. Anche la spesa in Ricerca & Sviluppo, segmento di natura pi tecnico-industriale, ferma a una media di circa l’1,3% del Pil contro la media europea del 2,03 per cento. Le conseguenze si fanno sentire sulle prospettive di carriera e crescite interna. Un’indagine a firma del fisico Francesco Sylos Labini, ripresa dall’associazione di docenti universitari Roars, ha evidenziato che su 13.500 assegnisti di ricerca appena il 7% ha la possibilit di essere strutturato nell’accademia: ossia di essere inquadrato a tempo pieno, sfuggendo all’instabilit (o all’espulsione tout court) che si prefigura per il restante 93%. Senza scomodare neppure, su scala pi ampia, i 124mila “expat” registrati nel solo 2016. Il 39% del gruppo ha un’et inferiore ai 34 anni, inclusa la quota di figure che ruota intorno al mondo universitario.

Gli handicap di stipendi e burocrazia

Magari un docente o un ricercatore troverebbero anche opportunit in Italia. Il problema accettarle. Pierdomenico Perata, rettore del Sant’Anna di Pisa, spiega che la carenza di fondi indubitabile. Ma racconta solo parte del problema, quella visibile tra i numeri del finanziamento pubblico. Altri due handicap che pesano sul sistema sono l’assenza di una flessibilit negli stipendi e complicazioni burocratiche. Da un lato, dice Perata, i docenti non hanno la possibilit di contrattare il proprio stipendio, come avviene regolarmente nel Nord Europa. E questo blocca il “mercato” rispetto agli altri Paesi. Sul fronte della burocrazia, i pochi fondi disponibili si incastrano nelle lungaggini delle regole amministrative: i soldi ci sono, ma non possono essere investiti come si vorrebbe. Tantomeno nei tempi necessari per mantenersi competitivi in un sistema internazionale. Un ricercatore straniero che viene paracadutato in Italia troverebbe in questo il maggior elemento disincentivante – spiega Perata – Manca la velocit, e la velocit fondamentale per competere.

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