Fra i libri che ricordo meglio dei miei anni di studente ce n’è uno con una copertina celeste che per me ha contato molto: il Rawn di biochimica. Era uno dei testi sui quali mi preparavo, giovane universitario, alle prese per la prima volta con la materia che sarebbe poi diventata il mio campo di studi. Su quella copertina c’era la struttura del tRna, e ancora oggi mi colpisce pensare che anni dopo, nel dottorato, mi sarei trovato proprio a determinare la struttura tridimensionale di un piccolo Rna. Quella prima traduzione italiana era curata dal professor Alessandro Finazzi Agrò. Per questo, nel ricordarlo, il mio pensiero torna prima di tutto lì: a un libro di studio e a una presenza che, pur indiretta, ha fatto parte della formazione di molti.
Lascio ad altri il compito di ricordarne gli onori istituzionali, la carriera e i riconoscimenti pubblici. A me interessa il biochimico, il maestro di biochimica, il ricercatore che ha lasciato un segno nel lavoro di chi è venuto dopo. I suoi lavori mostrano una linea molto riconoscibile: capire come funzionano gli enzimi, come le cellule controllano molecole potenzialmente dannose, e come alcuni segnali lipidici governano processi decisivi della fisiologia e della malattia. Dentro questa linea stanno gli studi sulle amine ossidasi al rame e sulle metalloproteine, quelli sui sistemi di difesa contro i derivati reattivi dell’ossigeno, e poi il grande capitolo degli endocannabinoidi, che è il campo nel quale il suo nome è rimasto più chiaramente impresso.
Le metalloproteine e gli enzimi che usano un metallo nel proprio sito attivo possono sembrare, a un lettore non specialista, un tema remoto. In realtà riguardano il funzionamento normale della vita cellulare, e quindi della nostra vita. Sono loro a rendere possibili molte trasformazioni chimiche senza le quali il metabolismo si fermerebbe. Finazzi Agrò lavorò a lungo su questi sistemi. Nei lavori sulla diamino ossidasi contribuì a chiarire proprietà, meccanismo e cinetica di enzimi al rame che ossidano ammine biologicamente rilevanti. Questo tipo di ricerca conta perché spiega come una proteina compie una reazione, quali passaggi attraversa, quali limiti ha, quali prodotti genera: in altre parole, mostra la macchina biochimica che ci sostiene nei suoi meccanismi di lavoro. È da qui che la biochimica ha costruito le proprie fondamenta, portando avanti quel programma riduzionista in senso nobile che ha mostrato come funzioniamo.
Questo approccio tipico del biochimico si ritrova negli studi di Finazzi Agrò sul perossido di idrogeno e sui derivati reattivi dell’ossigeno. Ogni cellula che usa ossigeno per vivere deve anche controllarne i prodotti collaterali. Quando questo controllo è efficace, la cellula funziona. Quando salta, compaiono danni a proteine, membrane e Dna. È un problema che riguarda tutti, perché tocca l’invecchiamento cellulare, la vulnerabilità dei tessuti, l’infiammazione, la biologia del tumore. Già in un lavoro del 1976 Finazzi Agrò contribuì a descrivere la difesa enzimatica contro questi derivati reattivi, mettendo a confronto eritrociti e cellule tumorali. Anche qui il suo contributo stava nel legare la chimica delle reazioni alle conseguenze biologiche, cioè nel mostrare, alla fine, come la base della vita sia chimica.
L’attenzione per i meccanismi molecolari del vivente, negli anni successivi, si spostò con grande forza sul sistema endocannabinoide. Oggi la parola è molto usata, spesso in modo confuso. In biochimica indica un insieme di molecole prodotte dal nostro organismo, dei loro recettori e degli enzimi che le sintetizzano o le degradano. Fra queste molecole, l’anandamide è una delle più importanti. Finazzi Agrò contribuì a chiarire come l’anandamide e altri endocannabinoidi vengano trasportati, inattivati, misurati nei tessuti e collegati a funzioni cellulari precise. Si parla di segnali che intervengono nella trasmissione nervosa, nella risposta infiammatoria, nel dolore, nella sopravvivenza delle cellule, nella fertilità e nella gravidanza. Uno dei lavori di Finazzi Agrò più importanti di questa linea mostrò che l’anandamide può indurre apoptosi, cioè morte cellulare programmata, in cellule umane attraverso certi recettori specifici chiamati vanilloidi, mentre i recettori cannabinoidi intervengono in modo diverso nella regolazione dello stesso processo. La morte cellulare programmata è uno dei grandi dispositivi con cui l’organismo mantiene ordine nei tessuti: elimina cellule danneggiate, limita proliferazioni anomale, modella lo sviluppo. Le alterazioni di questo sistema riguardano il cancro, la degenerazione, la risposta ai danni. Quel lavoro, e la review che lo seguì, contribuirono a collocare gli endocannabinoidi dentro un capitolo centrale della biologia cellulare, non più ai margini, ma nel cuore dei processi che decidono la sorte di una cellula.
La stessa linea di ricerca si allargò poi verso due campi di applicazione più propriamente clinici. Da una parte il Parkinson. Uno studio su Nature Neuroscience mostrò che nello striato, una regione cruciale per il controllo del movimento, anandamide e 2-arachidonoilglicerolo si influenzano a vicenda e che questo rapporto conta nella fisiologia endocannabinoide dei circuiti nervosi. Qui la ricerca del biochimico Finazzi Agrò entra in una malattia neurodegenerativa che cambia la vita delle persone e delle famiglie. Dall’altra parte la riproduzione umana. Un lavoro su Lancet mostrò che bassa attività di FAAH, l’enzima che degrada l’anandamide, e alti livelli di anandamide si associano al fallimento dell’instaurarsi di una gravidanza dopo IVF ed embryo transfer. Qui la stessa molecola compare all’inizio della vita, nel momento delicato dell’impianto embrionale e del mantenimento della gravidanza. In entrambi i casi si vede bene il tratto del biochimico clinico: si seguono meccanismi molecolari fino a connetterli all’esperienza umana concreta, malattia e nascita, in questo caso.
È questo il punto che mi sembra giusto mettere al centro del ricordo. Un maestro di biochimica lascia dietro di sé articoli, risultati, linee di ricerca, ma soprattutto un modo di guardare la vita: come un ordine di processi complicati ma non impossibili da comprendere, di molecole, di strutture, di reazioni, di equilibri che reggono funzioni fondamentali. Nel caso di Alessandro Finazzi Agrò, questo lascito si vede con chiarezza: dalla biochimica redox alla segnalazione lipidica, dalla meccanica enzimatica agli endocannabinoidi, dai fondamenti della disciplina alle loro implicazioni nella malattia e nella riproduzione.
Forse è anche per questo che quel vecchio Rawn mi torna in mente oggi con una luce diversa. Da studente, vedevo soprattutto il libro. Oggi vedo meglio la catena scientifica e umana che quel libro conteneva: la biochimica che passa di mano in mano, il sapere che si deposita nei testi, nei laboratori, nelle domande lasciate aperte, nelle persone formate. Ricordare uno scienziato così significa ricordare proprio questo: il modo in cui il suo lavoro continua nell’intelligenza e nelle mani di altri.