C’è una strada che attraversa la campagna come una riga tracciata con il righello. Dritta, piatta, apparentemente innocua. Ed è proprio lì, sulla provinciale 30 tra Rosate e Gudo Visconti, che nella notte tra martedì e mercoledì 14 gennaio è andata in scena una storia che ormai in Italia conosciamo fin troppo bene: due autovelox abbattuti, a poche centinaia di metri l’uno dall’altro, come in un gioco di specchi. Due colpi identici, due ferite metalliche sul bordo dell’asfalto. Difficile credere al caso, più facile pensare a una firma ben nota. O, meglio, a un’imitazione dell’originale: il fantasma di Fleximan.
Un fantasma dal passato che ritorna
L’ombra che aleggia su questa vicenda ha un nome diventato quasi mitologico, che tutti hanno imparato a conoscere in questi ultimi anni. L’uomo — o forse il simbolo — che per lungo tempo ha colpito sulle strade italiane, armato di flessibile e di un’idea tanto semplice quanto pericolosa: abbattere gli strumenti del controllo stradale trasformandoli in bersagli. Ora, a quanto pare, qualcuno ha deciso di raccoglierne l’eredità, spostando il teatro d’azione nell’hinterland sud-ovest di Milano.
I due dispositivi, di competenza della Città Metropolitana, controllavano la velocità in entrambe le direzioni di marcia. Un tratto rurale, una corsia per senso di marcia, striscia tratteggiata al centro e limite fissato a 90 km/h. Nulla di straordinario, se non per il fatto che proprio quella normalità rende l’episodio ancora più emblematico. Qui non si parla di autovelox “trappola” nascosti dietro una curva, ma di apparecchi visibili, installati lungo un rettilineo. Eppure, qualcuno ha deciso di intervenire con precisione.
La mano è sempre la solita
Entrambi gli autovelox sono stati manomessi alla base, fatti crollare a terra con modalità praticamente identiche. Un lavoro rapido, chirurgico, che lascia pensare a mani esperte o quantomeno decise. Su ciascun dispositivo, oltre alla classica telecamera per la rilevazione delle targhe, era presente anche una videocamera di sorveglianza. Ed è proprio qui che il racconto potrebbe cambiare registro. Perché, se quelle telecamere hanno funzionato, il “Fleximan milanese” potrebbe avere finalmente un volto.
Le forze dell’ordine stanno effettuando gli accertamenti del caso. Per ora nessuna rivendicazione, nessun messaggio simbolico lasciato sul posto. Solo due pali divelti e una domanda che ritorna ciclicamente: protesta o vandalismo? Ribellione o semplice danneggiamento? La risposta, come spesso accade, non è affidata alla pancia, ma al codice.
Le sanzioni previste
Dal punto di vista legale, la strada è tutt’altro che romantica. La prima violazione è quella dell’articolo 15 del Codice della Strada, che vieta il danneggiamento dei manufatti posti ai margini delle carreggiate: una sanzione amministrativa che può arrivare fino a 173 euro. Ma è solo l’inizio. Il Codice Penale, all’articolo 635, punisce il danneggiamento con la reclusione da sei mesi a tre anni. E non finisce qui: entra in gioco anche l’articolo 340, quello che riguarda l’interruzione di pubblico servizio, con l’aggravante della rilevante entità. Tradotto: se un tribunale dovesse riconoscere entrambe le fattispecie, il conto potrebbe arrivare fino a cinque anni di carcere.
Altro che gesto simbolico. Altro che “giustizia fai da te”. Dietro l’abbattimento di un autovelox non c’è solo una polemica sulla sicurezza stradale o sulla percezione delle multe come tassa occulta. C’è un atto che colpisce un servizio pubblico e che, paradossalmente, rischia di produrre l’effetto opposto: più controlli, più repressione, meno fiducia.