• 17 Maggio 2024 12:55

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Quei giorni da brivido, cercando Moro

Mag 9, 2023

AGI – Piero Moscardini aveva 32 anni nel 1978 quando era pompiere e la centrale operativa di Roma in cui lavorava fu attraversata dalla storia: via Fani, via Gradoli, via Caetani. “Il giorno del rapimento di Aldo Moro ci chiamarono un paio d’ore dopo, il tempo che la scientifica effettuasse i rilievi. Dovevamo ripulire la strada dal mare di sangue e dai detriti dei vetri, eliminare quello scenario pietoso, e poi far ripartire la viabilità. Poi cominciarono le ricerche del Presidente”.

“‘Presidente’: così lo chiamavamo quando andavamo a cercarlo nei luoghi più assurdi, indicati da sensitivi o da persone che davano informazioni sbagliate. Era pieno di scemi ai quali eravamo costretti a rendere conto perché nessuna ipotesi poteva essere trascurata – racconta all’AGI il pompiere -. ‘Presidente ci sente?’ urlavamo per farci riconoscere anche nelle cantine, nelle intercapedini in cui qualcuno diceva fosse nascosto il suo corpo”.

Montemario, Balduina, via Cassia, via Tonale, i barconi sul Tevere, un parcheggio in piazza Cavour. “Ispezionavamo fabbricati, cantine. Tutto, giorno e notte. Spaccammo perfino il ghiaccio del lago della Duchessa coi nostri sommozzatori”.

L’intervento in via Gradoli

Piero Moscardini era un giovane pompiere con già una discreta esperienza ma di quei giorni ricorda “uno stato di emozione e allerta continue: la mia generazione non aveva fatto la guerra, quella era diventata la nostra guerra”.

Via Gradoli, 18 aprile 1978. “Al mattino arrivò la chiamata per una perdita d’acqua in una casa, un intervento normale per noi. L’acqua scendeva copiosa dal piano di sopra ma non buttammo giù la porta perché se dentro ci fosse stata una persona colta da un malore l’avremmo ammazzata. I colleghi riuscirono a entrare dal balcone montando tre pezzi di ‘scala italiana’ fino a un’altezza di otto metri. Il vigile Bruno Trementini entrò nell’appartamento, era pieno d’acqua. Un asciugamano faceva da tappo al rubinetto in bagno. Si accorse che in giro era colmo di pistole e mitragliatrici. Uscì sul balcone e diede la notizia agli altri. Via radio venne chiesto di mandare la polizia, senza parlare delle armi nel messaggio”. Solo dopo, dice, seppero che lì dentro erano nascosti i brigatisti Mario Moretti e Barbara Balzarani.

La scoperta di via Caetani

Via Caetani, 9 maggio. “Il comandante provinciale dei vigili del fuoco di Roma, l’ingegner Elveno Pastorelli, ci convocò. ‘Occhio che la situazione è sempre più tesa, usate con parsimonia la seconda ambulanza che abbiamo in dotazione. Se ci danno il Presidente ferito dobbiamo essere pronti…’. Bisogna ricordare che all’epoca non c’era il 118 a Roma, a differenza che a Milano dove avevo lavorato. C’era solo la Croce Rossa per gli interventi stradali, poi avevamo le ambulanze nostre se qualche collega si faceva male negli interventi”.

In via Caetani proprio un’ambulanza dei pompieri andò a recuperare il corpo dell’onorevole Moro. “C’era una Renault 4 chiusa, bisogna aprirla: questa era la ragione per cui il 113 ci chiedeva di andare lì. Mandammo un ‘carro fiamma’, un attrezzo adatto ad aprirlo. La nostra testa ‘brillò’: via Caetani era tra la sede del Pci e quella della Dc. Così mandammo anche un’ambulanza da via Ostiense. L’artificiere garantì che non c’era esplosivo e aprimmo la porta. E vedemmo quello che non volevamo vedere. Il nostro Presidente era morto. Ci autorizzarono a ‘prendere’ Moro con la coperta e con la nostra ambulanza lo portammo all’Istituto di Medicina Legale di Roma dove si fece l’autopsia. Ho ancora i brividi, oggi, che ho 78 anni e che su quei giorni sto scrivendo un libro perché i giovani sappiano”.

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