MILANO – Ore 12:30. Anche l’attesa riunione della Bce di Mario Draghi, che giovedì pomeriggio ha deciso di estendere il Quantitative easing a tutto il 2017 ma avviando un rallentamento dell’ammontare degli acquisti mensili di titoli, non scalfisce l’umore rialzista dei mercati finanziari. Gli operatori sono divisi nel giudizio sulle mosse dell’Eurotower: per alcuni è importante l’inizio della chiusura dei rubinetti, per altri invece prevale il fatto che gli acquisti siano stati prolungati per ben nove mesi e che Draghi si sia mostrato assolutamente pronto a rialzarne l’ammontare, qualora si rendesse necessario.

Questi dubbi non hanno frenato Wall Street, che ha raggiunto nuovi record, e Tokyo. In Europa, invece, dopo un avvio in rialzo i listini procedono contrastati. Milano cede lo 0,8% perdendo il supporto delle banche, vendute dopo i recenti rialzi. A Piazza Affari si guarda ancora al Monte dei Paschi, nel giorno in cui si attende la risposta della Bce sulla possibilità di avere più tempo per cercare di condurre in porto l’aumento di capitale da 5 miliardi contanto solo sulle risorse del mercato. Se questo margine non arrivasse, la via dell’intervento pubblico diverrebbe obbligata e già nel fine settimana potrebbe essere varato il relativo decreto. Poco mosse le altre Borse europee: Francoforte è leggermente sotto la parità, mentre Londra sale dello 0,2% e Parigi dello 0,4%.

Dal fronte macro, si registra il taglio da parte della Banca centrale di Francia alle stime sulla crescita economica per quest’anno e il prossimo, a causa di un effetto Brexit sull’economia globale. “L’outlook è particolarmente sofferente – si legge in un comunicato – a causa delle peggiorate condizioni esterne per la Francia, legate in particolare alla Brexit”. La crescita del 2016 e 2017 è ridotta 1,3%, contro, rispettivamente l’1,4% e l’1,5%. Il surplus commerciale della Germania è leggermente sceso a ottobre rispetto a settembre, attestandosi a 20,5 miliardi, secondo i dati di destatis. La bilancia commerciale aveva registrato un attivo di 21,1 miliardi a settembre. A ottobre l’export è salito dello 0,5% su mese e l’import dell’1,3%. L’euro si porta in area 1,06 dollari dopo la Bce, mentre lo spread tra Btp e Bund tedeschi è tornato in area 160 punti base e il decennale italiano a rendere il 2% sul mercato secondario.

Quanto alle materie prime, il petrolio torna sotto i riflettori perché il cartello dell’Opec si incontra sabato a Vienna con i Paesi vicini ma esterni al cartello stesso: sul piatto l’assegnazione delle quote di taglio della produzione, con gli investitori alla finestra per capire quanta concretezza verrà data all’intesa annunciata prima ad Algeri e poi – pochi giorni fa – di nuovo a Vienna.

Dati postivi sono arrivati dall’economia della Cina, dove è salita al 2,3% l’inflazione di novembre, in crescita per il terzo mese consecutivo. Il dato è lievemente al di sopra delle aspettative di un’inflazione al 2,2% ma rimane comunque al di sotto della soglia del 3% che il governo non vuole superare, e che concede a Pechino margini di manovra in politica monetaria a sostegno dell’economia. La Borsa di Tokyo ha chiuso la settimana in rialzo, con il Nikkei che ha seguito a ruota i record degli indici azionari a Wall Street: per la prima volta da fine dicembre 2015 il Nikkei ha toccato quota 19.000 per poi ripiegare, chiudendo con un aumento dell’1,23% a quota 18.996,37, aggiungendo 230 punti. Sul mercato dei cambi lo yen ha fatto segnare una svalutazione di quasi l’1% nell’intera settimana, a quota 114,40 sul dollaro. Proprio sulla Borsa Usa, invece, si è allargata la schiera degli indici capaci di stampare un record: se il giorno precedente era toccato a Dow Jones industrial average, Dow Jones transportation, S&P 500 e Russell 2000, ieri si è aggiunto anche il Nasdaq. Per l’indice delle 30 blue chip è stata la quarta seduta di fila da record, la 13esima dalla vittoria di Donald Trump alle elezioni presidenziali e la 21esima nel 2016. Sulle ultime 23 sedute, il Djia è salito 19 volte. Per l’indice benchmark è stato il 19esimo record da inizio anno. Ma chiaramente legare tutto a Trump è fuori luogo: l’economia Usa sta migliorando e alla Casa Bianca c’è ancora Barack Obama, motivo per cui è dato per scontato che la Fed alzi i tassi il 13 e 14 dicembre prossimi per la prima volta dal dicembre 2015.