• 23 Gennaio 2026 13:05

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Parlare con gli animali è possibile. Anche con i dialetti

Gen 23, 2026

La leggenda dell’anello di re Salomone racconta che il sovrano biblico possedesse un anello capace di renderlo comprensibile agli animali e di permettergli, a sua volta, di comprenderne il linguaggio. È un motivo antico, presente in tradizioni ebraiche, arabe e medievali europee, che mette in scena un’idea semplice e potente: la possibilità di oltrepassare il confine tra specie attraverso una forma di comunicazione condivisa. Quando Konrad Lorenz intitola King Solomon’s Ring il suo libro divulgativo del 1949, richiama consapevolmente quella leggenda come metafora scientifica. L’anello, per Lorenz, non è un oggetto magico ma l’insieme degli strumenti concettuali e osservativi che consentono all’etologo di entrare in relazione con il mondo animale, di riconoscere regolarità nei segnali, nelle risposte, nei comportamenti sociali, e di ricostruirne il senso funzionale all’interno della vita biologica delle specie. È una metafora epistemica: indica che una comprensione operativa della comunicazione interspecifica è possibile quando si osservano con rigore le interazioni reali tra organismi.

Un nuovo studio pubblicato sulla rivista “People and Nature” fornisce uno dei casi empirici più solidi oggi disponibili in questa direzione. I ricercatori hanno lavorato nel nord del Mozambico con comunità di cacciatori di miele umani che praticano da generazioni una cooperazione stabile con l’uccello indicatore maggiore, Indicator indicator. Questo volatile ha un comportamento peculiare: guida gli esseri umani fino ai nidi d’api selvatiche, in modo che gli umani aprano l’alveare, raccolgano il miele e lascino all’uccello cera e larve come ricompensa. È una relazione mutualistica reale, osservabile sul campo, che produce vantaggi selettivi per entrambe le specie.

Il punto centrale dello studio riguarda il modo in cui questa cooperazione viene avviata e mantenuta. I cacciatori di miele umani emettono vocalizzazioni specifiche per attirare un uccello indicatore a distanza e segnalare la disponibilità a collaborare. Dopo che l’uccello ha risposto e la cooperazione è iniziata, continuano a produrre richiami ricorrenti e ritmici mentre lo seguono nella boscaglia. Questi suoni non servono solo a “chiamare” l’uccello all’inizio, ma a mantenere il legame cooperativo durante l’intera fase di spostamento verso l’alveare, funzionando come un segnale continuo di attenzione reciproca e di impegno nella caccia congiunta.

Non si tratta di un unico richiamo universale, ma di repertori locali di suoni: trilli, fischi, grugniti e chiamate modulare che variano sistematicamente da una comunità all’altra. Registrando le vocalizzazioni di 131 cacciatori di miele distribuiti in diversi villaggi, i ricercatori hanno mostrato che la diversità acustica di questi segnali cresce con la distanza geografica tra le comunità. Villaggi vicini usano richiami più simili, villaggi lontani usano richiami progressivamente più diversi. La struttura spaziale di questa variazione ricalca quella dei dialetti umani.

Un risultato importante è che tali differenze non sono spiegabili con fattori ambientali come l’acustica dei luoghi, la vegetazione, la conformazione del territorio o il rumore di fondo. La sorgente della variabilità è culturale. Ogni comunità trasmette ai nuovi membri il proprio modo di “parlare” all’uccello indicatore, e questi segnali diventano convenzioni locali. Il suono in sé non porta un significato intrinseco: funziona perché è condiviso e riconosciuto all’interno di una relazione cooperativa stabile, rinforzata dall’esito pratico della caccia al miele.

Ancora più rilevante è ciò che emerge sul versante dell’uccello. Gli uccelli indicatori rispondono in modo selettivo ai dialetti umani locali. Esperimenti di playback condotti in lavori precedenti, e richiamati nello studio, mostrano che sono più propensi ad avvicinarsi e a guidare quando sentono i richiami della propria area rispetto a vocalizzazioni estranee. Ma il nuovo lavoro aggiunge un dato decisivo: quando un uccello indicatore si sposta in una nuova zona e inizia a interagire con una comunità umana diversa, nel tempo apprende il dialetto locale. La stessa cosa avviene per gli esseri umani che cambiano area: abbandonano progressivamente il richiamo della comunità di origine e adottano quello usato nel nuovo contesto. La convenzione sonora non è fissata una volta per tutte né geneticamente determinata. È una regola appresa, mantenuta dall’uso e modificabile con l’esperienza.

Questo implica che la comunicazione tra cacciatori di miele umani e uccelli indicatori non è un riflesso unidirezionale. È il prodotto di un adattamento reciproco, stabilizzato nel tempo da un vantaggio cooperativo concreto. Entrambe le parti apprendono quali segnali sono associati a una collaborazione proficua, li mantengono finché restano funzionali e li modificano quando cambia il contesto sociale ed ecologico. La continuità dei richiami durante la guida verso l’alveare rende visibile questo processo in tempo reale: non è solo un segnale di innesco, ma una conversazione minimale che accompagna l’azione condivisa.

Dal punto di vista della biologia evoluzionistica del linguaggio, questo sistema è istruttivo per diversi motivi. Mostra che convenzioni vocali arbitrarie possono emergere e diversificarsi culturalmente anche al di fuori della nostra specie, quando esiste una pressione selettiva a coordinare il comportamento tra individui. Mostra che la trasmissione sociale dei segnali non richiede strutture cognitive tipiche del linguaggio umano pienamente sviluppato, ma può basarsi su meccanismi più generali di apprendimento associativo, memoria e riconoscimento di pattern. Mostra, infine, che la variazione geografica dei segnali, uno dei tratti caratteristici delle lingue umane, può nascere come sottoprodotto di tradizioni locali mantenute nel tempo.

Questo non significa che il sistema uomo–uccello indicatore sia un “proto-linguaggio” nel senso forte del termine. Mancano la sintassi, la composizionalità, la produttività aperta. Ma i mattoni funzionali di base sono presenti: segnali convenzionali, appresi socialmente, differenziati culturalmente, usati per coordinare azioni cooperative con benefici materiali misurabili. In questo senso, lo studio fornisce un modello concreto di come la comunicazione possa evolvere come tecnologia biologica della cooperazione, prima ancora di diventare un sistema simbolico complesso.

Il richiamo all’anello di Salomone, così come lo intendeva Lorenz, acquista qui un contenuto empirico preciso. Non c’è alcuna magia, ma un intreccio di apprendimento, tradizione e selezione naturale che produce un ponte funzionale tra specie diverse. Gli esseri umani non “parlano” il linguaggio degli uccelli indicatori, e gli uccelli indicatori non “parlano” quello umano. Eppure, attraverso una storia condivisa di interazioni ripetute, hanno costruito un repertorio di segnali che entrambi riconoscono come significativi.

Per l’evoluzione del linguaggio umano, questo tipo di sistema suggerisce che una parte della nostra capacità di costruire convenzioni vocali condivise potrebbe affondare le radici in contesti cooperativi analoghi, dove il valore selettivo della coordinazione precede e prepara la strada alla complessità simbolica. Prima delle parole, prima della grammatica, prima della narrazione, c’è la necessità di farsi capire per agire insieme. In Mozambico, tra cacciatori di miele umani e uccelli indicatori, quella necessità ha prodotto dei dialetti; la comunicazione sonora fra specie diverse, in definitiva, segue quindi regole base di apprendimento e differenziazione non dissimili da quelle che riguardano la comunicazione all’interno della nostra specie, a suggerire dei vincoli e delle pressioni selettive e cognitive universali.

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