• 22 Giugno 2021 12:55

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Mladic, Srebrenica e il campo di patate con le porte

Giu 11, 2021

AGI – Adesso che il macellaio resterà dietro le sbarre, con tanto di fine pena mai, e che i resti di quei morti forse troveranno pace, ma è solo un forse, e che poi l’Europa si troverà a gridare a pieni polmoni senza l’ingombro della mascherina grazie agli Europei, vale la pena ricordare quel che fu la vicenda di una miniera d’argento, di un campo di patate e di un paio di porte. Perché di cronaca si fatti terribili si tratta, di morte. Però se è di morte si sappia che è anche di resurrezione.

E, soprattutto, dimostra che la storia di questo Continente – che non ancora scongiurata la pandemia già è lì che pensa al pallone – dal pallone è stata fatta, e che ha due nature. L’una demoniaca, sì, ma l’altra angelica. O, se non proprio angelica, almeno ludica. E il gioco, soprattutto se accostato al male, alle dimore celesti dei cherubini e dei serafini si avvicina parecchio.

Ratko Mladic, 26 anni fa, mise donne e bambini sui camion. O almeno così disse avrebbe fatto. In realtà sparò, uccise, coprì tutto con la terra. Avrebbe dovuto restare tutto segreto, e sulla superficie di quella terra avrebbero dovuto prosperare solo le famiglie dei serbi di Bosnia. Ma la cosa fortunatamente si riseppe, e qualche giorno fa gli hanno ribadito l’ergastolo. Altrettanto fortunatamente il campo delle patate è ancora lì, e sopra continuano a giocarci.

Molto, molto tempo prima, ora son quasi cent’anni, a Srebrenica c’erano due contadini. Srebrenica è un paesone della Bosnia Erzegovina. Il nome vuol dire “miniera d’argento”. Una volta doveva persino essere ricca. All’epoca, era il 1924, era un borgo sperduto di un paese piccolo che aveva suscitato tempo prima gli interessi degli austriaci, e alla fine ne era scoppiata una catastrofe europea. 

Alla fine era entrata a far parte del Regno degli Slavi del Sud, ma sempre piccola e contadina era rimasta. I due contadini, poi, erano talmente remoti e talmente piccoli che non se ne ricorda nemmeno il nome. Eppure esistettero, facendo parte di due gruppi separati. Uno era serbo ortodosso, l’altro era bosniacco: discendente di quanti, vale a dire, avevano l’islam durante il dominio turco. Infine erano vicini di casa.

Di più, perché al contadino il campo è più caro della stessa casa: avevano due campi di patate confinanti, e decisero di farne uno in comune. Non per coltivare le patate, ma perché già nel 1924 in una Bosnia Erzegovina fino a poco prima periferia dell’impero asburgico bruciava la febbre del calcio. Erano i tempi, si ricordi, della scuola danubiana del pallone e Austria, Cecoslovacchia ed Ungheria avevano di che insegnare a Francia, Italia ed Inghilterra.

A Srebrenica giungevano le notizie dei trionfi. Ecco allora che, per assecondare chissà quale sacro fuoco che doveva essere loro prima ancora che di tutta la comunità, misero insieme il terreno, rinunciarono alle patate e nacque al mondo il campo del Guber Fudbalski Klub. La ragione sociale del progetto era semplice e diretta. Questa: facciamoci una partita tutti insieme, e chi se ne importa se siamo serbi, bosniacchi, croati o cos’altro.

Anzi, più siamo più ci si diverte. La scelta interetnica ed interreligiosa divenne la filosofia ufficiale della società, ed è inutile dire che l’azionariato era popolare, nel senso che alla partita la domenica ci veniva tutto il paese. Ultima nota di cronaca: i colori erano, e sono ancora, il bianco e l’azzurro. Un azzurro simile al savoia.

Inutile dire anche che, essendoci nel calcio la poesia ma anche tanta prosa, una squadra fatta per unire prima che per vincere univa molto e vinceva assai poco. Terza e quarta divisione, in Jugoslavia. Mica un granché. Ma la gloria venne lo stesso, all’ultimo minuto. Era infatti l’89mo, nel senso del 1989.

Si giocavano i sedicesimi della Coppa di Jugoslavia, e sullo scalcagnato campo del Guber arrivò la Prima Divisione nelle fattezze del Buducnost. Parità al termine dei supplementari, si va ai rigori. L’ultimo, il decisivo, lo tira per il Buducnost un ragazzotto destinato ad un futuro radioso: Predrag Mijatovic. Per capirci: Partizan, Real Madrid, Champions League. Di fronte ha Yusuf Maladzic, il più anziano e meno valutato estremo difensore della Jugoslavia interetnica. E fa il miracolo. Il potente torna umiliato a casa, l’umile viene esaltato.

Ma Milosevic, quel giorno, aveva già arringato la folla nazionalista radunata sulla Piana dei Merli, lo scontro finale è dietro l’angolo e la Federazione Calcio jugoslava previene i tempi annullando il risultato. Per Srebrenica il destino è segnato.

E il destino si presenta l’11 luglio 1995, nelle vesti del generale Mladic e dei suoi serbi di Bosnia, che odiano i croati ma soprattutto i bosniacchi. La città è occupata, lui fa sapere suadente che si contenterà della pulizia etnica, e chi vuole se ne potrà andare a bordo dei camion messi a disposizione. Invece è il massacro: 8.000 morti uccisi uno ad uno con un colpo alla nuca, poi arriva la ruspa e ammassa i corpi in buche grandi come campi da calcio.

Solo gli accordi di Dayton, mesi dopo, fermeranno la mattanza. Mladic per 16 anni resterà latitante, dopo la scoperta dello scempio che si è cercato di nascondere in tutti i modi. Nel 2017 arriverà la prima condanna all’ergastolo, confermata adesso nell’indifferenza di un modo che già guardò dall’altra parte.  

 Ma senza aspettare la giustizia degli uomini, la giustizia del calcio da tempo aveva trovato la sua vendetta o, se si vuole, la sua palingenesi. Nel 2004 un uomo vecchio di sofferenza ancor prima che di anni era tornato, una volta sfuggito al massacro, nella sua Srebrenica. Aveva ripreso i rapporti, cercato vecchi amici e chissà cosa aveva dovuto faticare a rimetterli insieme, dopo tutto quell’odio.

E tutti avevano riaperto un vecchio campo di patate, seminato l’erba giusta, aggiustato alla meglio i tubi delle impalcature e delle gradinate. Così, con il ritorno di Yusuf Maladzic sul campo della gloria negatagli dai sovranisti di Milosevic, era ricominciato il calcio, era ricominciata la vita. Un anno dopo, il 4 settembre del 2005, il grande rientro, logicamente in terza divisione: 8-1 al Derventa. Cinquecento i presenti tra il pubblico, forse ottomila quelli che facevano il tifo dalla gradinata più alta. 

AGI – Adesso che il macellaio resterà dietro le sbarre, con tanto di fine pena mai, e che i resti di quei morti forse troveranno pace, ma è solo un forse, e che poi l’Europa si troverà a gridare a pieni polmoni senza l’ingombro della mascherina grazie agli Europei, vale la pena ricordare quel che fu la vicenda di una miniera d’argento, di un campo di patate e di un paio di porte. Perché di cronaca si fatti terribili si tratta, di morte. Però se è di morte si sappia che è anche di resurrezione.
E, soprattutto, dimostra che la storia di questo Continente – che non ancora scongiurata la pandemia già è lì che pensa al pallone – dal pallone è stata fatta, e che ha due nature. L’una demoniaca, sì, ma l’altra angelica. O, se non proprio angelica, almeno ludica. E il gioco, soprattutto se accostato al male, alle dimore celesti dei cherubini e dei serafini si avvicina parecchio.
Ratko Mladic, 26 anni fa, mise donne e bambini sui camion. O almeno così disse avrebbe fatto. In realtà sparò, uccise, coprì tutto con la terra. Avrebbe dovuto restare tutto segreto, e sulla superficie di quella terra avrebbero dovuto prosperare solo le famiglie dei serbi di Bosnia. Ma la cosa fortunatamente si riseppe, e qualche giorno fa gli hanno ribadito l’ergastolo. Altrettanto fortunatamente il campo delle patate è ancora lì, e sopra continuano a giocarci.
Molto, molto tempo prima, ora son quasi cent’anni, a Srebrenica c’erano due contadini. Srebrenica è un paesone della Bosnia Erzegovina. Il nome vuol dire “miniera d’argento”. Una volta doveva persino essere ricca. All’epoca, era il 1924, era un borgo sperduto di un paese piccolo che aveva suscitato tempo prima gli interessi degli austriaci, e alla fine ne era scoppiata una catastrofe europea. 
Alla fine era entrata a far parte del Regno degli Slavi del Sud, ma sempre piccola e contadina era rimasta. I due contadini, poi, erano talmente remoti e talmente piccoli che non se ne ricorda nemmeno il nome. Eppure esistettero, facendo parte di due gruppi separati. Uno era serbo ortodosso, l’altro era bosniacco: discendente di quanti, vale a dire, avevano l’islam durante il dominio turco. Infine erano vicini di casa.
Di più, perché al contadino il campo è più caro della stessa casa: avevano due campi di patate confinanti, e decisero di farne uno in comune. Non per coltivare le patate, ma perché già nel 1924 in una Bosnia Erzegovina fino a poco prima periferia dell’impero asburgico bruciava la febbre del calcio. Erano i tempi, si ricordi, della scuola danubiana del pallone e Austria, Cecoslovacchia ed Ungheria avevano di che insegnare a Francia, Italia ed Inghilterra.
A Srebrenica giungevano le notizie dei trionfi. Ecco allora che, per assecondare chissà quale sacro fuoco che doveva essere loro prima ancora che di tutta la comunità, misero insieme il terreno, rinunciarono alle patate e nacque al mondo il campo del Guber Fudbalski Klub. La ragione sociale del progetto era semplice e diretta. Questa: facciamoci una partita tutti insieme, e chi se ne importa se siamo serbi, bosniacchi, croati o cos’altro.
Anzi, più siamo più ci si diverte. La scelta interetnica ed interreligiosa divenne la filosofia ufficiale della società, ed è inutile dire che l’azionariato era popolare, nel senso che alla partita la domenica ci veniva tutto il paese. Ultima nota di cronaca: i colori erano, e sono ancora, il bianco e l’azzurro. Un azzurro simile al savoia.
Inutile dire anche che, essendoci nel calcio la poesia ma anche tanta prosa, una squadra fatta per unire prima che per vincere univa molto e vinceva assai poco. Terza e quarta divisione, in Jugoslavia. Mica un granché. Ma la gloria venne lo stesso, all’ultimo minuto. Era infatti l’89mo, nel senso del 1989.
Si giocavano i sedicesimi della Coppa di Jugoslavia, e sullo scalcagnato campo del Guber arrivò la Prima Divisione nelle fattezze del Buducnost. Parità al termine dei supplementari, si va ai rigori. L’ultimo, il decisivo, lo tira per il Buducnost un ragazzotto destinato ad un futuro radioso: Predrag Mijatovic. Per capirci: Partizan, Real Madrid, Champions League. Di fronte ha Yusuf Maladzic, il più anziano e meno valutato estremo difensore della Jugoslavia interetnica. E fa il miracolo. Il potente torna umiliato a casa, l’umile viene esaltato.
Ma Milosevic, quel giorno, aveva già arringato la folla nazionalista radunata sulla Piana dei Merli, lo scontro finale è dietro l’angolo e la Federazione Calcio jugoslava previene i tempi annullando il risultato. Per Srebrenica il destino è segnato.
E il destino si presenta l’11 luglio 1995, nelle vesti del generale Mladic e dei suoi serbi di Bosnia, che odiano i croati ma soprattutto i bosniacchi. La città è occupata, lui fa sapere suadente che si contenterà della pulizia etnica, e chi vuole se ne potrà andare a bordo dei camion messi a disposizione. Invece è il massacro: 8.000 morti uccisi uno ad uno con un colpo alla nuca, poi arriva la ruspa e ammassa i corpi in buche grandi come campi da calcio.
Solo gli accordi di Dayton, mesi dopo, fermeranno la mattanza. Mladic per 16 anni resterà latitante, dopo la scoperta dello scempio che si è cercato di nascondere in tutti i modi. Nel 2017 arriverà la prima condanna all’ergastolo, confermata adesso nell’indifferenza di un modo che già guardò dall’altra parte.  
 Ma senza aspettare la giustizia degli uomini, la giustizia del calcio da tempo aveva trovato la sua vendetta o, se si vuole, la sua palingenesi. Nel 2004 un uomo vecchio di sofferenza ancor prima che di anni era tornato, una volta sfuggito al massacro, nella sua Srebrenica. Aveva ripreso i rapporti, cercato vecchi amici e chissà cosa aveva dovuto faticare a rimetterli insieme, dopo tutto quell’odio.
E tutti avevano riaperto un vecchio campo di patate, seminato l’erba giusta, aggiustato alla meglio i tubi delle impalcature e delle gradinate. Così, con il ritorno di Yusuf Maladzic sul campo della gloria negatagli dai sovranisti di Milosevic, era ricominciato il calcio, era ricominciata la vita. Un anno dopo, il 4 settembre del 2005, il grande rientro, logicamente in terza divisione: 8-1 al Derventa. Cinquecento i presenti tra il pubblico, forse ottomila quelli che facevano il tifo dalla gradinata più alta. 

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