AGI – Era il febbraio del 1980, piena Guerra fredda. Stati Uniti e Unione Sovietica si confrontavano in ogni angolo del pianeta e con ogni mezzo. Primeggiare nello sport e conquistare lo spazio per l’inquilino della Casa Bianca, Jimmy Carter e quello del Cremlino, Leonid Breznev, erano priorità assolute. Da meno di due mesi l’Armata Rossa era entrata in Afghanistan e a Lake Placid andavano di scena i Giochi olimpici invernali.
Se si schiacciano i tasti del ‘jukebox’ alla data del 22 febbraio del 1980, 46 anni fa, ecco che esce la videocassetta della sfida delle sfide dell’hockey su ghiaccio: Usa-Urss 4 a 3, come l’altrettanto epica Italia-Germania dell’Azteca 10 anni prima.
La leggenda del ‘Miracle on ice’
Una partita rimasta leggendaria, entrata nelle case e nelle culture di americani e russi, ma che ha anche ispirato registi per scrivere film e documentari. L’ultimo, uscito il mese scorso, è intitolato ‘Miracle: The Boys of ’80’. È il racconto della storica vittoria degli Stati Uniti contro l’Unione Sovietica, è il racconto del ‘Miracle on ice’.
La ‘semifinale Usa-Urss
Spesso, la partita contro l’Unione Sovietica viene chiamata la “semifinale”, e quella contro la Finlandia la “finale”, o la “partita dell’oro”. Ma non è esatto. Nei Giochi invernali del 1980, le quattro squadre qualificate per il girone delle medaglie (Usa, Urss, Svezia e Finlandia) avrebbero giocato un incontro con ciascuna squadra proveniente dall’altro girone. La squadra con più punti alla fine del girone sarebbe divenuta campione olimpica. Avendo concluso senza sconfitte e un solo pareggio gli Usa vinsero la medaglia d’oro, argento ai sovietici (una sconfitta), bronzo agli svedesi (una sconfitta e un pareggio).
La squadra degli Stati Uniti e il gol decisivo
Quel pomeriggio di 46 anni fa al ‘Field House International Ice Rink’ di Lake Placid (oggi The Herb Brooks Arena), la franchigia di studenti universitari messa assieme solo l’anno prima da coach Herb Brooks e capitanata da Mike Eruzione – suo il gol decisivo su assist di Mark Pavelich, quest’ultimo giocò successivamente nel Bolzano in Italia -, centrò il ‘miracolo’ battendo 4 a 3 l’Unione Sovietica, la squadra più forte del mondo, simbolo e vanto della superpotenza comunista.
L’invincibile armata sovietica
Quella squadra era un’armata vincente e collaudata, in raduno perenne, assemblata prima da Anatolij Tarasov (sua figlia Tatiana è onorata allenatrice di pattinaggio figura), e poi dal colonnello-allenatore Viktor Tikhonov.
La sconfitta e il dramma olimpico
L’Unione Sovietica venne clamorosamente sconfitta in quella seconda partita del girone finale e, nonostante la vittoria di due giorni dopo sulla Svezia per 9 a 2, perse l’oro olimpico: un dramma.
La versione di Vladislav Tretiak
«È stato un momento tragico ma la colpa fu tutta dell’allenatore Tikhonov che sostituendomi dopo il 2 a 2 americano all’ultimo secondo del primo tempo, ha commesso il più grande errore della sua carriera», aveva rivelato in un’intervista all’AGI, Vladislav Tretiak, il portiere in assoluto più forte e titolato di sempre, un mito, una leggenda, indimenticata ‘saracinesca’ del Cska Mosca e della ‘Sbornaja’, la nazionale targata CCCP (oggi ‘Krasnaya Mashina’).
L’errore di Tikhonov e il rammarico di Tretiak
Insomma, un chiaro riferimento alla sua sostituzione ‘kamikaze’ effettuata da Tikhonov che inserì il portiere di riserva, Vladimir Myshkin. «Gli Usa erano una buona squadra ma noi quattro giorni prima dell’inizio delle Olimpiadi li avevamo battuti 12 a 3. Peccato, perché senza quell’errore sarei stato quattro volte campione olimpico», aveva ricordato Tretiak che da diversi anni è presidente della Federazione russa.
Il sogno NHL negato a Tretiak
Tretiak fu il primo giocatore europeo chiamato dall’NHL senza però averci mai giocato. Correva l’anno 1983 e la richiesta arrivò direttamente dal general manager dei Montreal Canadiens, Savard. «Mi voleva assolutamente in NHL – ha aggiunto Tretiak -. Aveva proposto un’offerta economica senza precedenti. So che nell’inverno precedente le Olimpiadi di Sarajevo si era recato quattro volte a Mosca per ottenere il mio trasferimento, mai concesso perché il veto era arrivato dai piani alti del Politburo, in particolare da Suslov che era l’ideologo del Partito comunista e il secondo uomo più potente del Paese: mi hanno detto che non era possibile perché mio padre era un maggiore dell’esercito sovietico».
La ‘Krasnaya Mashina’ oggi
Oggi la ‘Krasnaya Mashina’ è bandita e non può mostrare il suo hockey-spettacolo e spumeggiante in giro per il mondo. Erano in tanti – anche nello sport italiano – a sperare della presenza della Russia con tutte le sue stelle che giocano soprattutto in NHL ai Giochi olimpici di Milano Cortina 2026, ma così non è stato.
AGI – Era il febbraio del 1980, piena Guerra fredda. Stati Uniti e Unione Sovietica si confrontavano in ogni angolo del pianeta e con ogni mezzo. Primeggiare nello sport e conquistare lo spazio per l’inquilino della Casa Bianca, Jimmy Carter e quello del Cremlino, Leonid Breznev, erano priorità assolute. Da meno di due mesi l’Armata Rossa era entrata in Afghanistan e a Lake Placid andavano di scena i Giochi olimpici invernali.
Se si schiacciano i tasti del ‘jukebox’ alla data del 22 febbraio del 1980, 46 anni fa, ecco che esce la videocassetta della sfida delle sfide dell’hockey su ghiaccio: Usa-Urss 4 a 3, come l’altrettanto epica Italia-Germania dell’Azteca 10 anni prima.
La leggenda del ‘Miracle on ice’
Una partita rimasta leggendaria, entrata nelle case e nelle culture di americani e russi, ma che ha anche ispirato registi per scrivere film e documentari. L’ultimo, uscito il mese scorso, è intitolato ‘Miracle: The Boys of ’80’. È il racconto della storica vittoria degli Stati Uniti contro l’Unione Sovietica, è il racconto del ‘Miracle on ice’.
La ‘semifinale Usa-Urss
Spesso, la partita contro l’Unione Sovietica viene chiamata la “semifinale”, e quella contro la Finlandia la “finale”, o la “partita dell’oro”. Ma non è esatto. Nei Giochi invernali del 1980, le quattro squadre qualificate per il girone delle medaglie (Usa, Urss, Svezia e Finlandia) avrebbero giocato un incontro con ciascuna squadra proveniente dall’altro girone. La squadra con più punti alla fine del girone sarebbe divenuta campione olimpica. Avendo concluso senza sconfitte e un solo pareggio gli Usa vinsero la medaglia d’oro, argento ai sovietici (una sconfitta), bronzo agli svedesi (una sconfitta e un pareggio).
La squadra degli Stati Uniti e il gol decisivo
Quel pomeriggio di 46 anni fa al ‘Field House International Ice Rink’ di Lake Placid (oggi The Herb Brooks Arena), la franchigia di studenti universitari messa assieme solo l’anno prima da coach Herb Brooks e capitanata da Mike Eruzione – suo il gol decisivo su assist di Mark Pavelich, quest’ultimo giocò successivamente nel Bolzano in Italia -, centrò il ‘miracolo’ battendo 4 a 3 l’Unione Sovietica, la squadra più forte del mondo, simbolo e vanto della superpotenza comunista.
L’invincibile armata sovietica
Quella squadra era un’armata vincente e collaudata, in raduno perenne, assemblata prima da Anatolij Tarasov (sua figlia Tatiana è onorata allenatrice di pattinaggio figura), e poi dal colonnello-allenatore Viktor Tikhonov.
La sconfitta e il dramma olimpico
L’Unione Sovietica venne clamorosamente sconfitta in quella seconda partita del girone finale e, nonostante la vittoria di due giorni dopo sulla Svezia per 9 a 2, perse l’oro olimpico: un dramma.
La versione di Vladislav Tretiak
«È stato un momento tragico ma la colpa fu tutta dell’allenatore Tikhonov che sostituendomi dopo il 2 a 2 americano all’ultimo secondo del primo tempo, ha commesso il più grande errore della sua carriera», aveva rivelato in un’intervista all’AGI, Vladislav Tretiak, il portiere in assoluto più forte e titolato di sempre, un mito, una leggenda, indimenticata ‘saracinesca’ del Cska Mosca e della ‘Sbornaja’, la nazionale targata CCCP (oggi ‘Krasnaya Mashina’).
L’errore di Tikhonov e il rammarico di Tretiak
Insomma, un chiaro riferimento alla sua sostituzione ‘kamikaze’ effettuata da Tikhonov che inserì il portiere di riserva, Vladimir Myshkin. «Gli Usa erano una buona squadra ma noi quattro giorni prima dell’inizio delle Olimpiadi li avevamo battuti 12 a 3. Peccato, perché senza quell’errore sarei stato quattro volte campione olimpico», aveva ricordato Tretiak che da diversi anni è presidente della Federazione russa.
Il sogno NHL negato a Tretiak
Tretiak fu il primo giocatore europeo chiamato dall’NHL senza però averci mai giocato. Correva l’anno 1983 e la richiesta arrivò direttamente dal general manager dei Montreal Canadiens, Savard. «Mi voleva assolutamente in NHL – ha aggiunto Tretiak -. Aveva proposto un’offerta economica senza precedenti. So che nell’inverno precedente le Olimpiadi di Sarajevo si era recato quattro volte a Mosca per ottenere il mio trasferimento, mai concesso perché il veto era arrivato dai piani alti del Politburo, in particolare da Suslov che era l’ideologo del Partito comunista e il secondo uomo più potente del Paese: mi hanno detto che non era possibile perché mio padre era un maggiore dell’esercito sovietico».
La ‘Krasnaya Mashina’ oggi
Oggi la ‘Krasnaya Mashina’ è bandita e non può mostrare il suo hockey-spettacolo e spumeggiante in giro per il mondo. Erano in tanti – anche nello sport italiano – a sperare della presenza della Russia con tutte le sue stelle che giocano soprattutto in NHL ai Giochi olimpici di Milano Cortina 2026, ma così non è stato.