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Microchip nel cervello con memoria artificiale? Esiste

Ago 31, 2016

Un chip da impiantare nel cervello per amplificare la memoria, ecco un altro topos della fantascienza che diventa realtà. Più o meno: non si tratta infatti di una cosa alla Johnny Mnemonic, ma la proposta della startup Kernel è comunque di quelle che fanno strabuzzare gli occhi.

L’azienda propone infatti un piccolo microchip da inserire chirurgicamente nel cervello del paziente. Il dispositivo è pensato per chi soffre di Alzheimer o altre forme di demenza, o chi ha problemi di memoria dovuti a un trauma.

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Se Kernel dovesse riuscire nel suo intento, i medici dovranno inserire il chip in prossimità dell’ippocampo, una parte del cervello che, tra le altre cose, fa funzionare la nostra memoria a lungo termine. Qui gli elettrodi del chip stimoleranno alcuni neuroni per farli funzionare meglio, compensando così eventuali problemi.

Ci sono diversi passaggi che rendono possibile la stimolazione della memoria: prima il chip registra le attività elettrica quando il soggetto impara qualcosa di nuovo – ciò che potremmo chiamare la creazione del ricordo. Successivamente questi segnali vengono “tradotti”, perché il cervello usa codici diversi per l’apprendimento e per la memorizzazione. A questo punto il chip è in grado di stimolare il cervello con i ricordi che ha memorizzato.

Ammesso e non concesso che la tecnica sia quella giusta, nulla esclude che in futuro si possano anche creare ricordi del tutto artificiali, magari a distanza. Quella scena di The Matrix Reloaded in cui Neo chiede un corso di pilotaggio per elicotteri “al volo” potrebbe apparire un po’ meno fantasiosa.

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Restando con i piedi per terra (non è facile), il dispositivo è basato su ricerche svolte presso il Center for Neural Engineering (Univisersità della California del Sud, UCLA). Il responsabile di questi studi, Ted Berger, ha già ottenuto ottimi risultati su ratti e primati, e sono già in corso i test sugli esseri umani. È convinto, quindi, che i tempi siano maturi per un vero e proprio apparato medicale.

“Prendiamo questi codici di memoria, li amplifichiamo e li rimettiamo nel cervello“, spiega sinteticamente Berger, che è anche il responsabile scientifico di Kernel. L’Amministratore Delegato, nonché principale finanziatore, è invece Bryan Johnson, imprenditore che nel 2013 vendette la sua società di pagamenti a PayPal per 800 milioni di dollari. Denaro che poi impiegò per creare OS Fund, fondo d’investimento che punta esplicitamente a “riscrivere il sistema operativo della vita“, da cui probabilmente si è preso il nome Kernel. Anche la DARPA ha finanziato il progetto, oltre ad averne uno del tutto uno simile.

È pur vero, d’altra parte, che sappiamo ancora molto poco su come il nostro cervello crea ed elabora i ricordi. Kernel può contribuire a fare luce su una materia che è in gran parte ancora misteriosa. Nel corso delle ricerche Berger ha scoperto che, nei ratti, la creazione dei ricordi crea sequenze elettriche che in parte sono comuni a tutti gli esemplari, ma questo fenomeno non si verifica nei primati. Ammettono tuttavia che la base di dati è ancora piuttosto limitata. Quanto agli umani, Berger afferma che “anche se ci fosse del codice mnemonico generico, sarebbe difficile trovarlo con gli strumenti che abbiamo adesso”.

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Un problema che rimanda direttamente al numero di neuroni: 200 milioni nei ratti e 86 miliardi negli esseri umani (al netto delle battute su parenti e amici). L’analisi è proporzionalmente più complessa. Gli elettrodi collocati nel cervello umano registrano infatti una percentuale molto minore di neuroni, e questo rende meno precise le informazioni ottenute.

Il punto di partenza quindi non è dei più solidi ma questo forse rende ancora più ammirevole l’iniziativa di Kernel e l’idea di creare un prodotto commerciale finito. Un prodotto che, tuttavia, non sarebbe il primo impianto cerebrale: esiste già, per esempio, il DBS (Deep Brain Stimulation) usato per trattare i malati di Parkinson, e sono in corso esperimenti per alcuni tipi di disordini neurologici. Senza dimenticare naturalmente che altri scienziati stanno pensando di usare nanorobot fatti di DNA e controllati dalla mente.

Quando pensiamo a un cyborg di solito ci immaginiamo quelli che abbiamo visto in molti film, e tendenzialmente pensiamo alla contaminazione tra uomo e macchina come a qualcosa che esiste in un futuro più o meno remoto. Eppure Kernel, FundOS e tante realtà simili sono qui, oggi. Forse dovremmo rivedere le nostre convinzioni?

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