• 9 Febbraio 2026 16:53

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L’universo dei rider, tra compensi bassi e turni massacranti. I numeri

Feb 9, 2026

AGI – Il caso Glovo riaccende il faro sull’universo dei rider. Il pm di Milano, Paolo Storari, ha disposto il controllo giudiziario, nell’ambito di un’indagine per caporalato, per Foodinho, la società di delivery del colosso spagnolo.

Ennesima vicenda che mette in luce la situazione allarmante dei ‘nuovi schiavi‘ dell’economia delle piattaforme, denunciata solo pochi giorni fa dal Nidil Cgil nel dossier ‘La condizione di lavoro dei rider del food delivery’, frutto di un’inchiesta lanciata a giugno 2024, con un questionario di 41 domande in quattro lingue (italiano, inglese, francese e urdu) somministrato a circa 500 lavoratori e lavoratrici.

Compensi bassi e turni massacranti

Compensi tra i 2 e 4 euro lordi a consegna, circa dieci ore quotidiane di lavoro, sei-sette giorni a settimana, in mezzo al traffico urbano, sotto la pioggia e con il caldo torrido: questa la fotografia scattata di un lavoro pagato poco, costoso da svolgere, privo di tutele effettive e governato da regole opache, che ha visto negli ultimi anni, a fronte della crescita della domanda e della concorrenza, un crollo dei compensi.

Le testimonianze dei rider

Come racconta al sindacato Giovanni, 43 anni, laureato in Scienze politiche, rider dal 2020: “C’erano mesi in cui riuscivo a fare anche 3.500 euro, lavorando tanto, più di otto ore al giorno, e in certi periodi anche con più piattaforme, tipo Uber Eats. Ma poi è cambiato tutto. L’anno scorso – dice – ho guadagnato circa 24.000 euro. Come partita Iva in regime forfettario pago il 5% di imposta sostitutiva, ma dopo cinque anni passa al 15%. Ho versato circa 7.000 euro tra contributi e imposte. Non è facile mettere da parte quei soldi. Quando lavori con la partita Iva, quello che guadagni è lordo: poi devi pagare tutto tu, tasse e contributi”.

Mentre Imran, 23 anni, rider dal 2021, denuncia: “Giornate spezzate tra attese ai ristoranti e corse su tutta la città, paghe anche da 3 euro e compensi decisi da un algoritmo opaco”.

Piattaforme e tipologie di contratto

Nel campione intervistato, oltre la metà dei rider lavora per più piattaforme (55%), nel perimetro degli autonomi prevalgono Glovo (67,4%) e Deliveroo (70,7%). Una parte lavora anche con Just Eat (13,9%). Il player olandese impiega con contratto subordinato e in questi casi, l’attività su Glovo/Deliveroo viene spesso svolta come secondo/terzo lavoro. 

Il food delivery come principale fonte di reddito

Per la maggioranza degli intervistati, infatti, il food delivery rappresenta la principale fonte di reddito (76,4%), il che significa lavorare 6-7 giorni a settimana (72,9%), 7-10 ore al giorno (49,3%), per raggiungere un numero di consegne elevato, superiore a 8 nel 61,7% dei casi.

Le attese al ritiro nei ristoranti possono superare i 10-20 minuti (nel 50,5% dei casi è questa la media dichiarata) e riducono sensibilmente il valore effettivo del compenso.

Costi a carico dei lavoratori

Per il 56,3% il guadagno medio per consegna si colloca molto spesso tra 2 e 4 euro lordi. Non esistono indennità aggiuntive per il tempo di viaggio, per le attese o per le spese sostenute. Se l’orario si allunga o i costi aumentano, ricade tutto sul lavoratore. E non stupisce quindi che oltre la metà dei rider (55,4%) rifiuti le consegne quando il compenso proposto è troppo basso.

Mezzi di trasporto e spese vive

La quasi totalità degli intervistati dichiara di usare un mezzo di trasporto proprio (92,5%), si tratta spesso di bici o motorini elettrici (40,6%), ma in molte città – non solo nei grandi capoluoghi – una quota significativa effettua le consegne in auto (23,4%). La maggior parte dei ciclofattorini (66%) percorre oltre 40 km al giorno, ne conseguono costi vivi (carburante, manutenzione, telefono) spesso superiori a 200 euro al mese (31%): un’incidenza economica che erode ulteriormente compensi già bassi.

Furti, infortuni e mancate tutele

Il 35,5% denuncia inoltre di avere subito il furto del mezzo e il 12,3% il tentato furto. Il quadro sugli infortuni è “altamente preoccupante”, denuncia il Nidil Cgil: quasi quattro rider su dieci (39,8%) dichiarano di essersi infortunati almeno una volta, ma solo una minoranza ha denunciato l’episodio alle autorità competenti. Tra chi si è infortunato, meno di un lavoratore su cinque (17,6%) ha ricevuto un risarcimento, mentre oltre due terzi (67,4%) non hanno avuto alcuna forma di ristoro economico.

Denunce, Inail e precarietà strutturale

Una carenza dovuta a piu’ fattori: la sotto denuncia degli infortuni, spesso per timore di perdere l’accesso alle consegne o ai bonus algoritmici; la scarsa conoscenza dei diritti assicurativi; e l’ambiguità del rapporto contrattuale, che porta le piattaforme a sottrarsi alle proprie responsabilità. In molti casi, i rider vedono riconosciuti i propri diritti assicurativi dall’Inail solo dopo lunghi contenziosi, denuncia il sindacato, spesso resi possibili esclusivamente grazie all’intervento dei patronati sindacali.

Rischi quotidiani e condizioni estreme

Il sindacato ricorda che la copertura Inail per i lavoratori autonomi del food delivery è stata introdotta solo a partire dal 1 febbraio 2020, e che prima di tale data gli infortuni restavano di fatto privi di tutela obbligatoria. Questo spiega anche la persistenza di una cultura della precarietà che scoraggia la denuncia. Lavoratori esposti al rischio costante di incidenti nel traffico urbano e alla pressione dei tempi di consegna, in condizioni meteorologiche estreme, ondate di calore, piogge intense e ghiaccio invernale, come confermano gli episodi di cronaca che hanno coinvolto numerosi rider in diverse città italiane negli ultimi anni.

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