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L’Italia di Mancini, gli applausi di Sacchi e il riposo dei Fenomeni

Nov 18, 2019

il graffio del lunedì

La nazionale di calcio piace anche per freschezza e ritmo. E il piacere di vedere dei giovani che hanno voglia di vincere in allegria e che giocano perfino meglio in maglia azzurra che nei loro club

di Dario Ceccarelli

18 novembre 2019


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Un momento di Bosnia – Italia di venerdì scorso (Reuters)

2′ di lettura

L’unica certezza, in questo Paese che fa acqua, è che piove. Una pioggia acida di danni e calamità, frane e smottamenti, inutili chiacchiere e tardivi rimpianti. A babbo morto, ogni quarto d’ora un avviso: “Nubifragi e Inondazioni. Un altro ciclone colpirà l’Italia”. Come Savonarola ci ricordano che moriremo tutti, ma sommersi. Grazie, è bello saperlo. Ma fare qualcosa prima?

Piovono sberleffi anche sulla Ferrari: a Interlagos Vettel e Leclerc riescono eliminarsi a vicenda. Come nelle comiche, sbattono uno contro l’altro. A suo modo, un piccolo primato che nessuno ci ruberà.

L’unica buona notizia è che l’Italia, ma solo in senso calcistico, va a gonfie vele. Perfino Arrigo Sacchi, gufo apocalittico, applaude gli azzurri scrivendo che vincono e convincono inducendo Mancini a toccarsi là dove non si può dire. Tanto eravamo catastrofisti fino a pochi mesi fa, tanto adesso siamo diventati ottimisti per le magnifiche e progressive sorti della Nazionale. Mah…

Diciamola tutta: finalmente si è visto qualcosa di buono. E non solo per le dieci vittorie di fila che certo non fanno male. E che con l’Armenia questo lunedi potrebbero diventare undici. Mancini ha fatto bel filotto. Ma è surreale paragonarlo a quello di Vittorio Pozzo, cittì di un Italia che poi sarà travolta dalla seconda guerra mondiale.

Confronti improponibili, di mondi lontani anni luce. Che si spera non ritornino. Ma questa nazionale, va ribadito, piace anche per freschezza e ritmo. E il piacere di vedere dei giovani che hanno voglia di vincere in allegria. E che giocano perfino meglio in maglia azzurra che nei loro club, come Immobile e Bernardeschi: buon segno anche questo. Bello anche il gesto di mettere i piedi nel disastro di Venezia. Un gesto di umiltà per ragazzi che, tra social e tatuaggi, vivono quasi sempre in un mondo a parte.

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