• 1 Aprile 2026 14:07

Corriere NET

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L’Europa senza una goccia di gasolio: all’orizzonte si prospetta austerity

Apr 1, 2026

L’incubo non è più soltanto il rincaro vertiginoso dei prezzi alla pompa, ma una realtà molto più cruda e immediata: l’Italia e l’intera Europa rischiano concretamente di restare senza diesel. Quello che per decenni è stato il carburante simbolo della mobilità europea, il motore dell’autotrasporto e dei lunghi viaggi autostradali, sta diventando una risorsa sempre meno disponibile.

La crisi energetica globale ha raggiunto un punto di rottura tale che il rischio di non trovare affatto il prodotto nelle stazioni di servizio non è più una remota ipotesi accademica, ma una minaccia che analisti ed economisti vedono concretizzarsi già per la metà di aprile.

Le radici della crisi

Il fulcro del problema risiede a migliaia di chilometri dai nostri confini, in un lembo di mare stretto e vitale: lo Stretto di Hormuz. La guerra in Iran, entrata ormai nella sua quinta settimana senza segnali di risoluzione, sta agendo come un tappo sulle rotte commerciali globali. Sebbene solo il 6% del greggio importato in Italia passi da quel braccio di mare, la situazione cambia drasticamente per il prodotto finito: ben il 57% del gasolio consumato nel nostro Paese (circa 3 milioni di tonnellate) transita necessariamente per Hormuz.

Questa vulnerabilità estrema è il frutto di scelte industriali decennali. L’Europa ha progressivamente ridimensionato la propria capacità di raffinazione a causa dei costi operativi elevatissimi e delle politiche ambientali sempre più stringenti. Molti impianti storici, come quelli di Marghera e Gela, sono stati convertiti in bioraffinerie, lasciando la produzione di diesel nelle mani dei Paesi del Golfo.

Arabia Saudita, Kuwait ed Emirati Arabi hanno investito in mega-raffinerie che oggi forniscono all’Italia il combustibile già pronto, ma che dipendono totalmente dalla stabilità della regione mediorientale.

Austerity e razionamenti

Secondo alcuni esperti, ci troviamo di fronte a una crisi peggiore di quelle del 1973 o del 1979, che costrinsero l’Italia alle “Domeniche a piedi”. L’impatto è così significativo che l’International Energy Agency (IEA) parla della più grande interruzione delle forniture nella storia del mercato petrolifero. In alcuni Paesi del mondo, le misure di austerity sono già realtà: l’Egitto chiude i locali dopo le 21 e la Corea del Sud limita la circolazione delle auto dei dipendenti pubblici.

Anche Bruxelles sta valutando scenari simili. La Commissione Europea e la IEA hanno suggerito un “decalogo” per il risparmio energetico che potrebbe cambiare le nostre vite: smart-working obbligatorio per almeno 3 giorni a settimana, riduzione dei limiti di velocità in autostrada di 10 km/h, promozione di targhe alterne in città e limitazioni ai voli d’affari. È l’ammissione che le riserve d’emergenza, già intaccate da molti Paesi, non possono bastare a colmare un vuoto produttivo di oltre 3 milioni di barili al giorno.

L’aprile di fuoco dell’Italia: prezzi e scioperi

Per gli automobilisti italiani, il momento della verità coinciderà con il 7 aprile, data di scadenza del taglio delle accise. Senza questa protezione fiscale, il prezzo del gasolio subirebbe un’impennata istantanea toccando i 2,3 euro al litro, un livello mai raggiunto nella storia nazionale. In un Paese dove quasi il 40% delle auto (oltre 16 milioni di veicoli) e oltre il 90% dei mezzi pesanti si muovono a gasolio, un simile rincaro è una “bomba a orologeria” sociale.

Le conseguenze pratiche potrebbero essere paralizzanti. Il sindacato Trasportounito ha già proclamato un fermo nazionale dei tir dal 20 al 25 aprile. Se i camionisti incroceranno le braccia, il blocco del 90% delle merci — inclusi i carburanti stessi — porterà alla carenza fisica di prodotto. In questo scenario di estrema scarsità, il Governo potrebbe essere costretto a razionamenti selettivi, imponendo ai 16 milioni di automobilisti privati di “cedere il passo” ai mezzi pesanti per garantire almeno l’approvvigionamento dei beni di prima necessità. L’era del diesel facile e abbondante sembra essere giunta al suo tramonto più amaro.

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