• 9 Luglio 2026 17:54

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L’età della pensione sale a 64,7 anni. Resta il gap di reddito tra uomini e donne

Lug 9, 2026

AGI – L’età media di pensionamento in Italia nel 2025 cresce a 64,7 anni, rispetto ai 64,5 segnati l’anno precedente. Nel 2012 il dato si attestava a 61,7 anni. L’assegno mensile medio lordo ammonta a 1.906 euro, l’importo aumenta per le pensioni anticipate a 2.162 euro mensili, in ragione della maggiore durata media delle carriere sottostanti. Le pensioni di invalidità invece fruttano in media 1.130 euro, quelle pensioni di vecchiaia 1.035 euro.

Il 25esimo Rapporto annuale Inps fotografa un numero complessivo di pensionati sostanzialmente stabile: sono 16,4 milioni. Ma la popolazione occupata in Italia registra un’età più alta tra invecchiamento generale e fuga all’estero dei giovani talenti. Basti pensare che tra il 2019 e il 2025 i giovani tra 18 e 34 anni sono significativamente aumentati per numero di dipendenti (850 mila) ma scontano una continua riduzione della popolazione nelle medesime età (-230 mila). Mentre i lavoratori senior da 55 a 70 anni sono aumentati in maniera importante sia come popolazione di riferimento (+1,32 milioni) sia come corrispondente numero di dipendenti (+1,16 milioni).

Il gap di genere nelle pensioni

Al 31 dicembre 2025, dei 16,4 milioni di pensionati 8 milioni circa sono maschi e 8,4 femmine. E il gap tra i redditi percepiti dagli uomini e quelli delle donne si attesta a circa il 34%. L’importo lordo delle pensioni complessivamente erogate ammonta a circa 371 miliardi di euro, in crescita rispetto ai 347 del 2023. Sebbene rappresentino la quota maggioritaria sul totale dei pensionati (il 51%), le donne percepiscono il 44% dei redditi pensionistici, ovvero 163 miliardi di euro contro i 207 miliardi dei maschi. Rispetto al 2024, l’importo medio lordo mensile dei redditi pensionistici è aumentato dell’1,3%.

Le parole del presidente Inps 

“Le pensioni di oggi raccontano le carriere di ieri. Le pensioni di domani racconteranno il lavoro di oggi”, ha osservato il presidente dell’Inps, Gabriele Fava, commentando il rapporto. “Per questo”, ha proseguito, “il divario pensionistico tra uomini e donne non può essere letto soltanto come effetto della normativa previdenziale. Nasce prima. Nasce in carriere più frammentate, in salari più bassi, in part time spesso non scelti, nella maternità, nella cura familiare, nella minore continuità contributiva. La sostenibilità non è soltanto un equilibrio contabile”, insiste Fava, “è una responsabilità tra generazioni. Significa garantire che chi oggi è in pensione riceva ciò che gli spetta, ma anche che chi oggi lavora non erediti un sistema insostenibile. Il vero modo di difendere le pensioni non è separarle dal resto, è ricostruire il loro legame con il lavoro, con i giovani, con le donne, con le imprese e con la crescita”.

Salari e potere d’acquisto

Sul fronte dei salari, spiega il rapporto, “le retribuzioni nominali sono cresciute ma hanno perso potere d’acquisto in termini reali. Alla stagnazione salariale, fenomeno strutturale di lungo periodo risalente agli anni Ottanta, si sono aggiunti i fenomeni inflazionistici degli ultimi anni”. Per valutare la rilevanza reale della dinamica salariale, si legge, “il confronto cruciale è quello con l’inflazione”.

“Il recupero duraturo del potere d’acquisto passa dalla crescita della produttività”, ha sottolineato il ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Marina Calderone, intervenuta alla presentazione. La retribuzione media annua lorda dei lavoratori dipendenti ha raggiunto i 27.649 euro, con una crescita del 14,5 per cento rispetto al 2019 e del 3,6 per cento nell’ultimo anno. Una dinamica sostenuta dalla maggiore continuità e intensità del lavoro, che non ha però ancora riassorbito interamente l’inflazione accumulata nel biennio 2022-2023. “La produttività si costruisce con gli investimenti”, ha affermato ancora Calderone, “con la formazione, con la qualità del tessuto imprenditoriale. È su questo terreno che imprese, parti sociali e istituzioni sono chiamate a un impegno comune”.

L’età media delle diverse tipologie di pensione

Per le pensioni di vecchiaia, annota l’Inps, l’età media si colloca stabilmente intorno ai 67 anni ormai dal 2020, il dato nel 2025 segna 67,2 anni. Le pensioni anticipate seguono invece una dinamica più irregolare: dopo il massimo osservato nel 2020, pari a 62,1 anni, l’età media si attesta a 61,7 anni nel 2025, risentendo maggiormente dei canali di flessibilità in uscita.

 

 

Pensionati che continuano a lavorare

E ancora: cambia l’età della popolazione lavorativa. Cambiano anche le abitudini al termine dell’esperienza di lavoro. La pensione non coincide necessariamente con l’uscita definitiva dall’occupazione: per alcuni individui il lavoro dopo il pensionamento può rispondere a esigenze economiche, per altri alla volontà di mantenere un ruolo attivo o di valorizzare competenze professionali accumulate nel tempo. Il numero di pensionati lavoratori infatti cresce in modo significativo, passando da oltre 40 mila unità nel 2019 a quasi 158 mila nel 2023. Parallelamente, resta elevata, seppur in progressiva riduzione, la quota di coloro che riprendono a lavorare nella stessa impresa in cui erano occupati prima del pensionamento, a conferma della rilevanza della continuità dei rapporti anche dopo l’uscita formale dal mercato del lavoro.

Il dibattito sull’età pensionabile

Il dibattito previdenziale degli ultimi anni ha riguardato spesso l’ipotesi di innalzamento dell’età pensionabile visto l’aumento dell’aspettativa di vita. L’adeguamento alla speranza di vita, rileva l’Inps, rappresenta uno “strumento rilevante per la sostenibilità finanziaria del sistema pensionistico nel lungo periodo”. Tra dipendenti e autonomi convergono le età di uscita, ma non le carriere contributive, restano tuttavia centrali: differenze nella speranza di vita, accesso diseguale al canale anticipato e persistenza dei divari contributivi di genere possono produrre effetti differenziati tra gruppi di lavoratori.

Occupazione e confronto europeo

I lavoratori dipendenti pubblici e privati arrivano intanto a totali oltre 21 milioni, in crescita di 2 milioni rispetto al 2019. Anche se ai massimi storici, Inps annota che il tasso di occupazione italiano è il più basso tra i cinque Paesi Ue con più abitanti: Germania, Francia, Italia, Spagna e Polonia.

 

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