• 6 Marzo 2026 6:21

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Le preoccupanti convinzioni dei giovani sul ruolo delle donne. Il sondaggio Ipsos

Mar 6, 2026

In prossimità dell’8 marzo, un sondaggio internazionale appena diffuso ha portato alla luce un dato che merita attenzione seria e analisi accurata. La ricerca è stata condotta da Ipsos insieme al Global Institute for Women’s Leadership del King’s College London e ha coinvolto circa 23.000 intervistati in 29 paesi attraverso la piattaforma Ipsos Global Advisor. L’indagine misura le opinioni sull’uguaglianza di genere in diverse generazioni e regioni del mondo. Il risultato che ha attirato l’attenzione è questo: il 31 per cento degli uomini della Generazione Z concorda con l’affermazione che una moglie dovrebbe sempre obbedire al marito, mentre il 33 per cento ritiene che nelle decisioni importanti della famiglia l’ultima parola dovrebbe spettare all’uomo.

Prima di discutere il significato sociale di questi numeri è necessario esaminare il metodo con cui sono stati raccolti. Il sondaggio è un’indagine di opinione online, con campioni nazionali composti da circa mille persone per paese. Nei paesi ad alto reddito – come Stati Uniti, Regno Unito o Australia – i campioni sono progettati per essere rappresentativi della popolazione adulta. Nei paesi a reddito medio o basso la metodologia è diversa: l’indagine rappresenta la popolazione con accesso a internet e livelli di istruzione medi o alti, che nelle statistiche Ipsos viene definita la popolazione “connessa”. Questo è un limite metodologico noto di molte indagini globali online. Significa che i risultati non descrivono l’intera popolazione di quei paesi, ma la parte più urbanizzata e digitalmente connessa.

Questa caratteristica tende semmai a rendere i risultati più conservativi. Nei paesi dove le norme patriarcali sono più forti, le popolazioni urbane e istruite risultano di solito più egualitarie rispetto alla media nazionale. Se anche in questi segmenti sociali una quota significativa di giovani uomini esprime accordo con l’idea di obbedienza coniugale, il fenomeno appare verosimilmente ancora più diffuso nella popolazione generale.

Un secondo limite metodologico riguarda la natura comparativa del sondaggio. La domanda sull’obbedienza coniugale viene posta con la stessa formulazione in contesti culturali molto diversi. In alcune società l’affermazione può essere interpretata come un principio religioso o simbolico di rispetto familiare, mentre in altre rimanda esplicitamente alla subordinazione giuridica della moglie. Questo problema semantico è inevitabile nei sondaggi internazionali e richiede cautela nell’interpretazione.

                                

Il risultato più informativo dell’indagine emerge dal confronto tra generazioni all’interno dello stesso dataset. Su questo punto il segnale appare molto robusto. Gli uomini della Generazione Z risultano sistematicamente più propensi dei baby boomer ad accettare una gerarchia tra marito e moglie. Il 31 per cento dei giovani uomini concorda con l’idea che una moglie debba obbedire al marito, contro il 13 per cento dei baby boomer. Analogamente, il 33 per cento dei giovani uomini ritiene che l’ultima parola nelle decisioni familiari debba spettare all’uomo, contro il 17 per cento della generazione più anziana.

Il confronto con le donne della stessa generazione rafforza ulteriormente la consistenza del fenomeno. Tra le donne della Generazione Z il 18 per cento  concorda con l’affermazione sull’obbedienza coniugale, mentre tra le donne baby boomer la percentuale scende al 6 per cento. Il dato mostra quindi due fratture simultanee: una frattura generazionale tra uomini giovani e uomini più anziani, e una frattura di genere all’interno della stessa generazione.

Il sondaggio contiene anche altre domande che delineano un quadro coerente. Il 24 per cento degli uomini della Generazione Z ritiene che una donna non dovrebbe apparire troppo indipendente o autosufficiente, contro il 12 per cento  dei baby boomer. Il 21 per cento pensa che una “vera donna” non dovrebbe prendere l’iniziativa sessuale, mentre tra gli uomini più anziani la percentuale è del 7 per cento. Il 59 per cento  degli uomini giovani afferma inoltre che oggi agli uomini venga chiesto troppo per sostenere l’uguaglianza di genere, una percezione condivisa dal 45 per cento dei baby boomer.

Questa convergenza di risposte su domande diverse riduce ulteriormente la probabilità che il risultato principale sia un artefatto statistico o una risposta casuale. Le opinioni espresse disegnano un insieme coerente di atteggiamenti che presuppongono una posizione gerarchica maschile nella relazione di coppia.

Resta il problema della media globale. I paesi inclusi nell’indagine hanno tradizioni culturali molto diverse e i livelli di accordo con l’idea di obbedienza coniugale variano molto da una regione all’altra. In alcuni paesi del Sud-est asiatico la percentuale supera il 60 per cento, mentre in molte società europee o nordamericane è molto più bassa. Questo significa che la media globale non descrive nessuna società in particolare. Tuttavia anche questo limite non altera il risultato principale: il confronto generazionale è calcolato all’interno dello stesso campione globale e quindi resta valido.

Una volta esaminati questi aspetti metodologici, il significato dei dati emerge con chiarezza. L’idea che una moglie debba obbedire al marito rappresenta l’affermazione esplicita di una gerarchia tra i sessi. Nella storia delle istituzioni familiari questa gerarchia ha costituito l’architettura del patriarcato: potere decisionale concentrato nelle mani dell’uomo, autonomia femminile subordinata, organizzazione della vita familiare secondo una catena di comando.

Per secoli questo assetto ha avuto riconoscimento nelle leggi, nelle istituzioni e nelle norme morali. La storia dei diritti delle donne coincide in larga misura con il processo di smantellamento di quella struttura. L’emergere di una quota significativa di giovani uomini che considera legittima la subordinazione della moglie assume quindi un significato culturale preciso.

Il dato più inquietante riguarda il confronto con la generazione precedente. Gli uomini cresciuti negli anni cinquanta e sessanta, in una fase storica in cui molte conquiste dell’uguaglianza risultavano ancora incomplete, esprimono oggi livelli molto più bassi di adesione all’idea di obbedienza coniugale. I ventenni di oggi sono cresciuti in società che proclamano la parità tra uomini e donne come principio fondamentale dell’ordine democratico. I risultati del sondaggio mostrano una maggiore accettazione della gerarchia di genere proprio tra questi giovani.

Questo rovesciamento indica una regressione culturale. Le strutture giuridiche del passato hanno lasciato spazio a un quadro normativo basato sull’uguaglianza formale. La riemersione di una mentalità gerarchica segnala la persistenza delle rappresentazioni che avevano sostenuto quelle strutture.

Le disuguaglianze sociali trovano origine nelle convinzioni culturali diffuse. Le idee sulla natura dei ruoli maschili e femminili precedono sempre le forme istituzionali della disuguaglianza. L’affermazione che l’uomo possieda una forma di autorità naturale sulla donna appartiene a questa tradizione. La storia della scienza, della psicologia e delle scienze sociali non ha prodotto alcuna evidenza a sostegno di tale pretesa.

Il mantenimento di questa convinzione comporta una conseguenza chiara: l’accettazione preventiva di una limitazione dell’autonomia femminile. L’idea che uno dei due partner debba avere per principio l’ultima parola definisce una relazione asimmetrica di potere. Una struttura di questo tipo corrisponde a una forma di dominio. La presenza di queste idee tra i più giovani amplia la portata del fenomeno. Il quadro non riguarda la sopravvivenza residuale di valori di un’altra epoca. I dati mostrano la riattivazione di concezioni gerarchiche in una generazione cresciuta in contesti istituzionali che riconoscono formalmente l’uguaglianza tra i sessi.

Le gerarchie culturali producono gerarchie reali. Le relazioni affettive, l’organizzazione del lavoro familiare e la distribuzione del potere sociale riflettono le rappresentazioni condivise dei ruoli di genere. L’accettazione della superiorità maschile nella famiglia contribuisce a riprodurre disuguaglianze concrete.

I risultati del sondaggio Ipsos indicano quindi una dinamica che richiede attenzione pubblica. L’uguaglianza tra uomini e donne costituisce una conquista culturale e politica costruita attraverso trasformazioni sociali profonde. Il consolidamento di questa conquista dipende dalla sua interiorizzazione nelle rappresentazioni collettive.

La diffusione dell’idea che una moglie debba obbedire al marito segnala la persistenza di un modello patriarcale nella cultura contemporanea. L’analisi dei dati mostra la presenza di questo modello proprio nelle generazioni più giovani.

Questo quadro si colloca dentro una trasformazione politica più ampia che attraversa molte società contemporanee. Negli ultimi anni le destre radicali hanno costruito una parte significativa della propria narrativa proprio attorno alla rivalutazione dei ruoli tradizionali di genere. In questa visione la famiglia gerarchica, con l’uomo in posizione dominante e la donna in posizione subordinata, viene presentata come un ordine naturale da recuperare dopo decenni di emancipazione femminile. La convergenza tra questa retorica politica e le opinioni rilevate tra i giovani uomini rappresenta un segnale preoccupante.

Le nuove generazioni crescono in un ecosistema informativo in cui queste idee circolano con grande facilità: comunità online che glorificano la superiorità maschile, influencer che presentano la subordinazione femminile come una verità biologica, movimenti politici che trasformano la nostalgia patriarcale in programma culturale. Il sondaggio Ipsos mostra che questo clima ideologico produce effetti concreti nelle rappresentazioni dei ruoli di genere.

Il risultato è una rivalutazione della gerarchia sessuale che colpisce direttamente le donne. Ogni passo indietro nella percezione dell’uguaglianza produce conseguenze materiali: minore autonomia nelle relazioni, maggiore tolleranza sociale verso le disuguaglianze, maggiore legittimazione culturale delle asimmetrie di potere.

Per questa ragione i dati non descrivono soltanto un atteggiamento individuale. Essi indicano una trasformazione culturale che riguarda il rapporto tra genere, potere e democrazia. Le ideologie che celebrano l’autorità maschile nella famiglia appartengono alla stessa tradizione che storicamente ha limitato i diritti civili delle donne.

Il sondaggio Ipsos offre quindi un segnale che merita di essere letto con estrema chiarezza. Una parte della generazione più giovane accetta nuovamente la premessa fondamentale del patriarcato: l’idea che l’uomo occupi una posizione superiore nella relazione tra i sessi.

Questa idea ha prodotto per secoli sistemi di disuguaglianza profondi. Il suo ritorno nel linguaggio culturale delle giovani generazioni rappresenta un arretramento che colpisce direttamente l’autonomia e la libertà delle donne. In una società che si fonda sul principio di uguaglianza tra cittadini, la legittimazione della superiorità maschile costituisce una minaccia culturale che merita una risposta netta e senza ambiguità.

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