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Le emoji sono un linguaggio? Allora occhio alle parolacce

Nov 7, 2017

Quanto in là ci si può spingere con aspetto, forma e significato delle emoji o emoticon, le faccine che utilizziamo quotidianamente in SMS e messaggini sui social? Sono solo un gioco o sono un linguaggio? E soprattutto, lo sapevate che c’è un consorzio che si occupa di questi argomenti?

Sono solo alcune delle domande emerse in questi giorni, dopo che Andrew West e Michael Everson, due tipografi professionisti, se la sono presa con l’Unicode Consortium per aver approvato “l’ampliamento delle emozioni esprimibili” attraverso l’emoji delle feci, inserendone una dall’aspetto accigliato.

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L’Unicode Consortium è un’organizzazione no-profit nata nel 1991 e formata da molti esperti, che si occupa di creare una piattaforma comune per consentire a ogni tipo di alfabeto, tra cui le emoji, di essere utilizzato su ciascun sistema operativo. Un suo sottocomitato ha dunque proposto per il 2018 l’ampliamento delle espressioni dell’icona a forma di feci e da qui è nata la polemica, con accuse di scarsa trasparenza e di subire influenze commerciali esterne che rischiano di minarne l’attendibilità.

Secondo West e Everson infatti i problemi principali sono tre: l’impossibilità di capire quale sia il processo decisionale, la difficoltà a interpretare in modo univoco i simbolini e l’abbassamento dello standard qualitativo di quello che, secondo i due tipografi, non è un semplice giochino ma sta diventando la nostra lingua digitale comune. Per il momento la discussione sulle “feci accigliate” è stata sospesa e l’introduzione posticipata a non prima del 31 ottobre 2018.

Noi però vorremmo riflettere su un punto: le emoticon sono o non sono un linguaggio? Da un punto di vista strettamente tecnico la discussione sarebbe troppo complessa per essere affrontata qui, perché un linguaggio si definisce anche in base all’articolazione della sintassi e della grammatica, alla sua capacità di ridurre il livello di ambiguità comunicativa, alla sua capacità espressiva etc.

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Limitiamoci allora a considerarlo uno strumento comunicativo, una definizione minima che sicuramente non scontenta nessuno in quanto le emoticon, come ci dice già il loro nome, servono per comunicare emozioni, compensando così la mancanza di espressività della lingua scritta, dovuta principalmente all’assenza della parte fisica, gestuale, espressiva e di uso del tono della voce.

Dal nostro punto di vista, se mettiamo le cose in quest’ottica, uno strumento espressivo e dunque a maggior ragione un linguaggio vero e proprio, necessita della massima flessibilità espressiva possibile. Dev’essere inoltre in grado di toccare tutta la vasta gamma dei significati e delle emozioni esprimibili, da quelle più alte a quelle più grevi, perché non ci è noto un linguaggio che non incorpori la possibilità dell’umorismo, del sarcasmo o della pura e semplice volgarità. Il punto quindi non è stabilire cosa siano esattamente le emoticon per decidere se sia giusto epurarle o meno di alcuni simboli, ma preoccuparsi piuttosto di diminuire il livello di ambiguità nella loro interpretazione.

Simboli ed emozioni infatti non sono universali ma sono fortemente legati alla cultura, per cui non è detto che la stessa emoticon sia interpretata nella stessa maniera da uno spagnolo e da un giapponese e probabilmente ci potrebbero essere differenze tra europei di nazioni diverse o africani di diversi paesi e così via. Non a caso è già noto che effettivamente molte emoji sono utilizzate in maniera errata rispetto all’emozione che avrebbero dovuto esprimere secondo gli ideatori.

Un esempio? La faccina che emette fumo dal naso, che non indica rabbia bensì fatica nel fare qualcosa o assunzione di un atteggiamento tronfio.

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Insomma, se linguaggio dev’essere allora che sia pure potenzialmente volgare, ma sia efficace e comprensibile a tutti. Una missione non facile visto che ormai utilizziamo gli stessi simboli a livello planetario pur provenendo da contesti culturali profondamente diversi. In bocca al lupo all’Unicode Consortium.

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