• 15 Aprile 2021 7:43

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Le élite del No e il futuro dell’Italia

Set 11, 2016

Era necessario che il premier Renzi si auto-criticasse per aver personalizzato il referendum sulla riforma costituzionale. Necessario ma non sufficiente. Infatti, la discussione e la battaglia sulla riforma costituzionale si svolgeranno nel merito della proposta solamente se anche gli altri leader politici eviteranno di personalizzare quel referendum.

Ma cos non . Probabilmente, ci dovuto all’istituto del referendum in quanto strumento di democrazia diretta. Il referendum come un’anguilla. Anche il pi esperto pescatore non riesce a trattenerla nelle mani. C’ nel referendum una logica intrinseca alla politicizzazione intesa come personalizzazione. Contrariamente a ci che viene sostenuto da pi parti, il referendum non lo strumento per far emergere il volere del popolo, inteso come un’entit unitaria, distinto da quella delle lite politiche. Al contrario, il referendum si dimostrato regolarmente lo strumento per avviare un regolamento di conti all’interno delle lite stesse. L’idea che ci sia un popolo che, attraverso il referendum, pu finalmente esprimersi contro le lite tanto ingenua quanto infondata. Lo stesso concetto di populismo, se utilizzato come un “passe-partout” per spiegare il malessere dei cittadini, crea pi confusione che consapevolezza. La politica sempre uno scontro tra lite, mai tra il popolo e queste ultime. Non ci sarebbe il populismo senza lite capaci di mobilitare i sentimenti di insoddisfazione diffusi in larga parte del popolo. Sono dunque le lite a essere responsabili di un esito politico o di un altro. Non il popolo.

Il voto a favore della Brexit, nel referendum britannico del 23 giugno scorso, non stato l’espressione di una ribellione popolare nei confronti delle tecnocrazie di Bruxelles, ma un vero e proprio regolamento di conti all’interno del partito conservatore (in particolare tra Boris Johnson e David Cameron), oltre che tra una lite sovranista esterna ai partiti (rappresentata da Nigel Farage) e le leadership ufficiali dei maggiori partiti. Il voto contro il Trattato Costituzionale dell’Unione Europea, nel referendum francese del 29 maggio 2005, non fu l’espressione del malessere dei francesi contro la visione sovranazionale europea, bens l’occasione per regolare i conti all’interno del partito gollista (del presidente allora in carica Jacques Chirac) oltre che all’interno del partito dell’opposizione (tra Francois Hollande and Laurent Fabius). La stessa logica si manifestata nel referendum olandese del 1 giugno 2005, sempre sul Trattato Costituzionale dell’Ue, quando la contrapposizione ha seguito quasi-linearmente la divisione tra la coalizione di governo (a favore del S) e i partiti dell’opposizione (schierati per il No). Una logica simile si manifestata nei referendum irlandesi sul Trattato di Lisbona, del 12 giugno 2008 (in cui il Trattato fu bocciato) e del 2 ottobre 2009 (in cui lo stesso Trattato fu invece approvato), referendum utilizzati da leader politici esterni al governo per mettere in difficolt quest’ultimo. Potrei continuare.

Queste esperienze referendarie hanno in comune due aspetti. Primo, il referendum diventato un sostituto delle elezioni politiche generali o delle stesse primarie di partito per definire i rapporti di forza tra gruppi di lite politiche o tra i loro leader. Secondo, il referendum, proprio per la sua natura binaria (S o No relativamente a una data proposta), consente a lite negative di avere un vantaggio posizionale rispetto alle lite positive. molto pi facile fare una campagna contro, che farla a favore. Tanto vero che quando le lite negative vincono, e quasi sempre vincono nelle arene referendarie, il risultato lo stallo se non la confusione. Brexit ha vinto, ma nessun sa nel Regno Unito come realizzare l’uscita del Paese dall’Ue. La bocciatura del Trattato Costituzionale ha vinto a Parigi e a L’Aia, ma il risultato stato la paralisi dell’Ue che ancora non stata risolta. Per quanto riguarda gli irlandesi, hanno dovuto smentire s stessi per non rimanere esclusi dal processo di integrazione. Insomma, il referendum deresponsabilizza gli oppositori, che possono mobilitarsi per fare votare contro la proposta in discussione, senza essere obbligati a precisare con che cosa la sostituirebbero. Un esempio, per dirla con Francois Furet, di opposizione parassitaria.

Naturalmente, dietro i successi delle lite negative vi erano condizioni sociali ed economiche di malessere e insoddisfazione, ovvero disorientamenti culturali dei cittadini sull’identit del proprio Paese o del proprio gruppo. Ma quelle condizioni e stati d’animo possono essere rappresentati in modi diversi. In una democrazia rappresentativa, attraverso programmi realizzabili, anche se radicali. Le lite negative, invece, si limitano a utilizzare il semplicismo della democrazia diretta per mettere in difficolt o per delegittimare chi governa. E nel fare questo, per loro, la coerenza non ha importanza. Succede cos di vedere che, nel referendum costituzionale italiano, tra i leader che vogliono bocciare il progetto vi sono un ex-presidente di una commissione bicamerale che aveva approvato un progetto di riforma costituzionale molto pi audace e sistemico di quello oggetto di votazione. Oppure un ex-ministro delle riforme istituzionali che ha presieduto una commissione di studio da cui il progetto Renzi-Boschi deriva, al punto da averlo votato pi volte in Parlamento (durante le tre fasi costituzionalmente richieste per l’approvazione). Anche qui, potrei continuare. In tutti questi casi, le lite negative non hanno la preoccupazione di precisare cosa succederebbe in caso di una loro vittoria, qual il loro progetto alternativo, quali le possibilit di realizzarlo. La logica referendaria non lo richiede. La rivalit che li anima glielo proibisce. Il punto usare il referendum per portare avanti una guerra di liberazione contro il nemico.

Se stato necessario che Renzi smettesse di parlare del suo futuro, ci non sar sufficiente se le componenti pi responsabili delle lite politiche italiane non si mobiliteranno per fare del referendum un’occasione di educazione pubblica e non gi di regolamento dei conti tra governo e opposizione. Il futuro di un Paese dipende dalla qualit delle sue lite. stata l’irresponsabilit delle lite argentine che ha portato quel Paese, ricco di risorse, a un declino economico e politico quasi-irreversibile. la faziosit delle lite politiche statunitensi che sta portando quel Paese a una paralisi politica che ricorda il dramma della Guerra Civile. Nessun Paese ha, per dono naturale o divino, delle lite politiche responsabili. La responsabilit delle lite politiche un bene pubblico che va perseguito senza ambiguit. Ad esempio, non smettendo mai di ricordare a chi governa e a chi si oppone che, nel referendum costituzionale del prossimo autunno, vi saranno in gioco gli interessi del Paese e gi non il destino personale di alcune lite.

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