Dino Zoff ha fatto del controllo e della misura i pilastri del proprio agire sportivo. La sua carriera segue una linea retta, tesa e silenziosa, simile al movimento costante di un pistone in un’auto quando tutto risulta perfettamente a punto. Dentro e fuori dal campo, l’ex numero uno di Juventus e Nazionale ha insegnato che il valore si costruisce e si consolida con una disciplina ferrea, coltivata giorno dopo giorno senza mai sentirsi arrivati.
Il lavoro e la passione per i motori
Prima di diventare il “monumento” celebrato da stampa e tifosi, Zoff macinava da adolescente chilometri in bicicletta tra le colline del Friuli, diretto verso l’officina. Lì ha imparato a lavorare sulla meccanica, facendo tesoro degli insegnamenti ricevuti ignaro dei successi che il futuro gli avrebbe riservato nel ruolo di portiere.
La prima traccia risale a una 500 modificata, piccola utilitaria popolare con motore posteriore e potenza limitata, adatta alla personalità di Dino, uno abituato a intervenire sui dettagli e a tirare fuori il massimo dai mezzi a disposizione.
I compagni di squadra degli anni mantovani ricordano poi la 600 elaborata di Dino Zoff, un piccolo bolide da lui stesso mantenuta in piena efficienza, con il cofano assicurato da una cinghia per garantire stabilità in corsa. Si trattava di una macchina veloce e concreta, esattamente come il suo stile tra i pali, ma Luigi “Cina” Bonizzoni, che lo aveva portato in Serie A con l’Udinese e poi lo avrebbe rilanciato a Mantova, gliela proibì: gli sembrava un azzardo eccessivo.
Anche al volante di macchine più grintose, come l’Abarth 850 o la Giulia GT, Zoff ha mantenuto lo stesso rigore. Il leggendario approdo a Napoli — un viaggio tirato fino all’ultimo respiro — la dice lunga sulla sua dedizione al dovere. Sull’asfalto, come nell’area di rigore, il suo unico scopo era ridurre le variabili a zero.
Alla gloriosa cavalcata mondiale del 1982 in Spagna, varcata la soglia dei quarant’anni, non ha chiesto il permesso alla storia. Si è semplicemente fatto trovare al posto giusto, al momento giusto, inchiodando il pallone sulla linea di porta contro il Brasile, l’atto finale di un uomo chiamato fin dagli esordi a ridurre lo spazio all’errore. Dino aveva una missione e la portò a termine. Sapeva dove buttarsi ancor prima che l’attaccante caricasse il tiro, guidato dalla competenza e dalla fiducia nei propri mezzi, perché una minima sbavatura poteva mandare in fumo i sogni di un Paese intero.
Volevo solo fare bene il mio lavoro: la lezione di un uomo comune
Il documentario di Giovanni Filippetto, Dino Zoff – Volevo solo fare bene il mio lavoro, chiude il cerchio su una vita esemplare. Il punto di vista scelto è quello, curioso e un po’ smarrito, di un tredicenne che cerca risposte tra i guanti di Zoff: prende così forma un ritratto spoglio e sincero di un campione salito sul tetto del mondo facendo della serietà la sua ricetta personale di grandezza. In quella formula asciutta è contenuto il sesso di una carriera intera: talento, mestiere, disciplina e nessuna concessione alla vanità del personaggio.