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La Vitovska: che sia in anfora o tini di pietra, naturalità senza compromessi

Ago 28, 2016
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Se l’enogastronomia traina il turismo in Friuli Venezia Giulia – mangiare e bere bene attira il 30% dei visitatori, soprattutto stranieri – il merito è anche dei vini autoctoni come la Vitovska e di quei viticoltori che lavorano “come si faceva una volta”, con rigorosa etica ambientale e soprattutto con una passione tramandata per generazioni, volta alla difesa delle tradizioni, della qualità e dell’integrità del territorio.

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Solo 500mila bottiglie l’anno

La Vitovska, tutelata dalla DOC Carso dal 1985, è un vitigno tipico di quest’area, che nasce da un incrocio spontaneo di glera e malvasia. Sul Carso se ne occupano piccoli produttori, aziende quasi totalmente artigianali e di tipo familiare. Produrre vino in questa zona è difficilissimo, pura viticoltura eroica. Significa strappare spazi alla roccia, metro dopo metro, con il piccone, stendere uno strato di fertilissima terra rossa ferrosa sottratta con fatica alle doline e piantarvi una vite. L’altitudine, dai 200 ai 300 metri sul livello del mare, unita alla costante ventosità mantiene l’ambiente secco e permette di ridurre i trattamenti contro le malattie e i funghi. La Vitovska si produce in non più di novanta ettari vitati, poco più di 500mila bottiglie l’anno contese dai mercati di alta fascia a Londra, New York, Barcellona. E in Francia, Austria, Canada Giappone. Una domanda qualificata che supera l’offerta, penalizzata da vincoli ambientali che di fatto stanno impedendo al territorio di crescere come meriterebbe. Ma cosa rende questo vino unico?

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L’effetto di terreno calcareo e il soffio della Bora

“La sua unicità è legata alla terra dominata dal mare e dai forti venti di bora, stretto tra inverni freddi e stagioni calde e secche” spiega Matej Skerli Associazione Viticoltori del Carso. La presenza del terreno calcareo, la vicinanza del Mediterraneo – la prossimità del mare conferisce alle uve caratteristiche di salinità e sapidità particolari – e il clima sempre ventilato, si fondono con un processo di vinificazione interpretato in modi diversi, con intelligenza ed esperienza. Il risultato è un vino secco, fresco di acidità, dai suadenti sentori fruttati di pera Williams, salvia e albicocca, sapido, di buon corpo, con una nota minerale. Il vino viene ottenuto in modo diverso nel senso che ogni azienda segue un proprio metodo: quello “in bianco” ossia con quasi nullo contatto con la buccia dopo la diraspatura e spremitura, come quello “in rosso” ossia con macerazioni da medie a prolungate, tempi di macerazione che possono essere di pochi giorni fino a due, tre settimane o anche di mesi, a seconda delle caratteristiche che l’uva presenta all’atto della vendemmia.

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Un vino tutto naturale

Sono banditi i correttori di acidità, anidride solforosa o coadiuvanti vari. E’ un vino che si ottiene partendo da un’accurata scelta dei terreni e dal rispetto della loro biodiversità, che rigetta i pesticidi ed esclude ogni tipo di manipolazione chimica o fisica. “Ogni produttore la interpreta a modo suo, non esiste un ciclo industriale standardizzato” afferma Benjamin Zidarich, che dal 2011 fermenta la Vitovska nei tini di pietra carsica, nel rispetto di una tradizione millenaria e naturale che sta riscuotendo successi inaspettati. Altri cullano il vino nelle botti di rovere, o in anfore terracotta, li lasciano riposare in cantine scavate nella pietra con umidità e temperatura ideali, confondendosi tra tante variabili di annate, lunghi periodi di macerazione e di attese naturali, uniti solo dalla massima cura, concentrazione ed attenzione verso il prodotto finale. Qui si celebra l’arte di fare il vino in vigna. In cantina non si migliora, ma si conserva e si invecchia al meglio. Vinificata senza alcun stabilizzante chimico-fisico, imbottigliata senza essere filtrata la Vitovska diventa così la sintesi di una sapienza antica, “è la strada della naturalità, del rispetto della vita” scrive Vodopivec che con Kante e Lupinc è stato tra i primi produttori di questo bianco che conquista i palati del mondo. E’ la vittoria della diversità contro l’omologazione, una bella storia d’amore e di rispetto tra uomo e natura.

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