Un complicato corteggiamento al mercato dei capitali che – tra regolamenti non attuati, vincoli europei, incentivi che non attraggono e domanda inaspettatamente pigra – ancora in fase embrionale. La sensazione, con il pacchetto di novit inserite nella legge di bilancio, che si cerchi adesso di compiere un salto di qualit coinvolgendo protagonisti istituzionali finora rimasti ai margini.

Da un lato le casse previdenziali e i fondi pensione (con gli sgravi sugli investimenti nell’economia reale), dall’altro le assicurazioni (nel ruolo di soggetti istruttori dei Pir) e l’Inail (con la norma per gli investimenti in startup). Con molta probabilit sono proprio questi soggetti il tassello mancante, i protagonisti senza i quali la fuga del risparmio verso strumenti esteri potrebbe essere una storia senza fine. Le stime indicano ad esempio investimenti delle assicurazioni in fondi di debito/credito per 6,9 miliardi, ma quasi integralmente in direzione estero. L’Aifi (associazione per la finanza di impresa) calcola in particolare che tra il 2013 e il 2015 l’ammontare investito dalle assicurazioni in fondi di credito italiano superi di poco 120 milioni di euro.

Ed tutt’altro che una disquisizione su una presunta responsabilit nazionale.  piuttosto un problema di strumenti per attrarre questo tipo di investitori che finora erano assenti o quasi. Lo stesso parziale o forse meglio sarebbe dire mancato successo dei minibond si presta a un’analoga chiave di lettura perch, nonostante cedole medie generose, resta un mercato per definizione illiquido, approcciato da fondi chiusi e sul quale non si sono cimentati gli operatori istituzionali.

C’ indubbiamente molta strada da percorrere. La stessa platea dei fondi di credito italiani, tra regolamenti da attuare e un probabile rischio di nanismo al confronto degli omologhi dei grandi Paesi Ue – che in Europa, per inciso, hanno raccolto quasi 37 miliardi in un triennio – un grande cantiere aperto.

Solo quando tutti i singoli capitoli saranno stati scritti potremo giudicare e anche le imprese, che in questo disegno rappresentano la domanda, devono dimostrare di cambiare passo strutturandosi con strumenti adeguati alla nuova offerta sul mercato e aprendosi a interlocutori diversi dal tradizionale direttore di banca. Ne va della crescita interna: le aziende interessate da operazioni di private equity in un triennio hanno aumentato il fatturato del 3,2% contro l’1,8% delle altre (dati Intesa Sanpaolo), con un Ebitda margin di quasi il 10% contro il 7% e una quota di presenza sui mercati esteri superiore di 10 punti percentuali.

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