Saranno nella stessa sala, uno accanto all’altro. Appeso alla parete l’“Autoritratto” di Pontormo, quadro simbolo del Museo Amedeo Lia di Spezia. Alla sua destra il bassorilievo in marmo che lo riproduce, versione tattile dell’opera destinata ai non vedenti. E’ la prima del genere in Italia, e non certo perché consente di scoprire un’opera d’arte con le mani: ma perché lo scultore che l’ha realizzata, Felice Tagliaferri, è cieco.

Domenica 4 dicembre alle 17, in occasione della “Giornata Internazionale dei diritti delle persone con disabilità”, il Museo Amedeo Lia inaugura il progetto “La Bellezza Accessibile”. La novità più grande è quest’opera di marmo bianca ispirata al Pontormo, realizzata a quattro mani da Felice Tagliaferri insieme all’artista Michele Monfroni di Carrara. «Monfroni, che ovviamente ci vede, ha tirato fuori la forma dal marmo», racconta Tagliaferri. «Io ho ricreato l’aspetto tattile, inserendo tutti i particolari che un visitatore cieco vorrebbe trovare in un’opera». Durante la sua parte di lavorazione Tagliaferri si è quindi fatto descrivere il quadro centimetro per centimetro. «Mi hanno detto che nell’autoritratto il cappello e il cappotto sono di lana, così ho lavorato il marmo per renderlo più granuloso. Pontormo ha barba e baffi, ed ecco che ho fatto tante linee vicine tra di loro. Il viso invece è liscio, per riprodurre la sensazione della pelle».

Felice Tagliaferri è uno scultore che si destreggia con diversi materiali come creta, marmo, legno e pietra. «A quanto mi riferisce il Museo Tattile Statale Omero di Ancona, sono l’unico scultore non vedente in Italia e all’estero che campa della propria arte», dice orgoglioso. Nato in provincia di Foggia nel 1969, cieco dall’età di 14 anni a causa di una malattia, Felice ha iniziato a fare lo scultore «per caso, come succede in tutte le cose belle della vita», racconta. «Nel 1998 ho conosciuto Nicola Zamboni, scultore e docente all’Accademia delle Belle arti di Brera. Voleva capire se fosse davvero necessario vedere per scolpire. Dopo tre incontri mi ha detto: okay, è possibile fare lo scultore anche da cieco».

Tagliaferri scopre così una passione mai sospettata. Per una decina d’anni alterna il lavoro come impiegato nella Provincia di Bologna alle sculture fatte in garage. Una decina di anni fa diventa tra i protagonisti del libro di Candido Cannavò “E li chiamano disabili”, raggiunge una certa notorietà come artista e decide di fare il grande salto: si licenzia e apre “La chiesa dell’arte”, una Scuola di arti plastiche a Sala Bolognese destinata ai

disabili e a chi cerca un approccio all’arte multisensoriale. Tra le sue opere spicca una serie dedicata a onde, nuvole, fiamme e ombre. «Per i non vedenti è davvero impossibile capire come sono fatte. Ma ricordiamoci che il mondo non si vede soltanto, si può anche toccare. Ho voluto dare anche a chi è cieco questa possibilità».