Come riportato da Nature, la Francia ha finanziato 46 ricercatori stranieri attraverso il programma Choose France for Science, con uno stanziamento superiore a 30 milioni di euro e con una scelta molto precisa: quarantuno di questi studiosi provengono da istituzioni statunitensi. L’iniziativa si colloca dentro una strategia europea più ampia che, nel giro di pochi mesi, ha visto moltiplicarsi i programmi di attrazione dei talenti scientifici internazionali fino a superare il centinaio, sostenuti complessivamente da quasi 900 milioni di euro. Nello stesso periodo, le candidature di ricercatori basati negli Stati Uniti ai grant dell’European Research Council sono più che raddoppiate, segnale che un movimento, ancora contenuto ma percepibile, è in atto.
Il contesto da cui prende forma questa dinamica è ben delineato. Durante il secondo mandato di Donald Trump si sono verificati tagli a finanziamenti, ridimensionamenti di agenzie scientifiche federali, maggiore controllo sulle università e l’interruzione di programmi di collaborazione internazionale. Alcuni episodi hanno assunto un valore simbolico forte, come il congelamento di centinaia di milioni di dollari di fondi alla Columbia University, poi in parte ripristinati dopo un accordo economico con il governo federale, o i licenziamenti che hanno colpito anche figure apicali in strutture pubbliche come la Nasa. In questo quadro si collocano le storie individuali dei ricercatori che si stanno spostando: il matematico Zhongkai Tao, già a Berkeley, ha scelto l’Institut des Hautes Études Scientifiques di Parigi per avviare un nuovo gruppo di ricerca sulla teoria spettrale geometrica; l’astrofisico Kartik Sheth, allontanato dalla Nasa durante i licenziamenti dello scorso anno, lavorerà per tre anni ad Aix-Marseille, con fondi sufficienti a costruire una piccola squadra composta da studenti e postdoc.
I profili reclutati riguardano settori strategici per l’Europa, con una concentrazione evidente su clima, biodiversità e sostenibilità. Quasi metà dei nuovi arrivi si distribuirà nell’area parigina, mentre dodici ricercatori raggiungeranno Aix-Marseille, che ha lanciato un proprio programma, Safe Place for Science, da circa 15 milioni di euro. Tra questi c’è anche Alka Patel, storica dell’arte e dell’architettura proveniente dall’Università della California a Irvine. Altri spostamenti non rientrano formalmente nel programma nazionale, ma seguono la stessa traiettoria. Pleuni Pennings, biologa evoluzionista, ha trasferito il suo laboratorio da San Francisco State University all’Università di Montpellier e ha indicato come ragioni principali le restrizioni sull’immigrazione, il clima politico e la crescente difficoltà a ottenere finanziamenti.
La portata numerica del fenomeno resta, per ora, limitata e non produce effetti strutturali immediati sugli Stati Uniti, dove il sistema accademico conta più di un milione e mezzo di docenti e può contare su agenzie come il National Institutes of Health, con un bilancio di circa 48 miliardi di dollari, che restano una forza di attrazione difficilmente eguagliabile. Anche tra i ricercatori che si spostano, molti parlano di periodi di lavoro temporanei e di progetti condivisi, non di trasferimenti definitivi. Tuttavia, osservare questi movimenti solo in termini quantitativi significa perdere il senso del processo in atto. La scienza funziona per accumulo di capitale umano, per reti che si formano e si consolidano nel tempo, per gruppi che si espandono e generano nuove generazioni di ricercatori. Quando uno scienziato di alto livello si sposta, porta con sé progetti, collaborazioni, reputazione, capacità di attrarre fondi e studenti. Le conseguenze si distribuiscono negli anni e trasformano il tessuto della ricerca più di quanto suggeriscano i numeri iniziali.
La Francia ha compreso questa logica e ha agito con rapidità, utilizzando il piano France 2030 da 54 miliardi di euro per cofinanziare le posizioni, lasciando alle istituzioni ospitanti il compito di integrare le risorse e costruire attorno ai nuovi arrivi gruppi di lavoro stabili. Il messaggio politico è esplicito e coerente: offrire spazio e libertà a chi vuole continuare a fare ricerca ad alto livello. Il risultato è un investimento relativamente contenuto in termini assoluti, capace però di produrre un effetto moltiplicatore. Ogni laboratorio che si trasferisce o si crea porta con sé nuove linee di ricerca, nuovi studenti, nuove connessioni internazionali. In prospettiva, questo rafforza interi settori scientifici e li rende più competitivi anche sul piano industriale.
Per l’Europa nel suo insieme si apre una finestra rara. Le grandi migrazioni scientifiche non nascono da un singolo fattore, ma da un intreccio di opportunità e percezioni. Quando un sistema appare instabile o meno accogliente, altri sistemi possono crescere più rapidamente se sono pronti a intercettare i flussi in entrata. I programmi europei stanno costruendo questa capacità di risposta. Non si tratta di sottrarre ricercatori agli Stati Uniti, ma di creare condizioni in cui lavorare in Europa diventi una scelta naturale per chi cerca continuità, autonomia e finanziamenti adeguati. Il fatto che le domande provenienti da ricercatori americani verso l’ERC siano raddoppiate indica che il segnale è stato colto.
Dentro questo quadro, la posizione italiana appare immobile. A livello governativo non esiste una strategia comparabile per attrarre in modo sistematico scienziati stranieri o per intercettare i flussi che si stanno generando. Mentre altri paesi costruiscono programmi dedicati, fondi mirati e percorsi amministrativi rapidi, l’Italia rimane ferma, prigioniera di un sistema universitario che fatica già a garantire condizioni dignitose ai propri ricercatori. A questa inerzia istituzionale si affianca un clima accademico diffuso di timore e chiusura. Molti docenti e ricercatori, stretti in carriere precarie e in risorse scarse, percepiscono l’arrivo di colleghi stranieri come una minaccia diretta, come se l’apertura internazionale dovesse comprimere ulteriormente spazi già ridotti. È una reazione comprensibile sul piano umano, ma devastante sul piano strategico.
Si crea così un intreccio pericoloso tra assenza di visione politica e difesa corporativa di posizioni fragili. In queste condizioni, anche un eventuale programma di attrazione rischierebbe di incontrare resistenze interne. Il risultato è un sistema che resta marginale proprio nel momento in cui l’Europa sta ridefinendo i propri equilibri scientifici. L’Italia possiede centri di eccellenza, tradizioni solide e una capacità di ricerca riconosciuta, ma non offre né stabilità né prospettive tali da competere con chi si muove con decisione. L’immobilità istituzionale e la paura diffusa negli ambienti accademici formano un cocktail micidiale che rende il paese poco attrattivo per chi arriva dall’estero e poco capace di trattenere chi si è formato al suo interno.