• 25 Maggio 2026 16:30

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La favola del Como: l’approdo in Champions 119 anni dopo la nascita del club

Mag 25, 2026

AGI – Il 25 maggio del 1907 un gruppo di soci riuniti in un bar del centro fondò il Como Foot-Ball Club. Centodiciannove anni dopo, la città di frontiera più svizzera che italiana, quanto a carattere schivo e amore per la vita quieta, appare trasfigurata dalla gioia.

“In Italia e nel mondo semm cumasch” è uno dei canti identitari storici della curva del Como, che il massimo dell’esotico lo raggiunse col terzo posto nella Mitropa Cup nel 1981, torneo mitologico riservato ai vincitori dei campionati di Serie B.

Nessuno avrebbe potuto sognare, sette anni fa, quando navigava nelle paludi dei dilettanti, di qualificarsi alla Champions League sprigionando un gioco scintillante e una sfrontatezza senza paura di nessuno.

Gli Hartono e il progetto Como

I soldi, certamente. Alla base dei successi ci sono le enormi disponibilità economiche della proprietà indonesiana degli Hartono, ma la storia non è così banale come potrebbe apparire.

Perché è vero che Cesc Fabregas è stato un fuoriclasse, ma quando ha preso il Como in Serie B non aveva nemmeno il patentino per allenare. Ed è vero che sul mercato ha speso oltre cento milioni, ma l’unico giocatore di nome che ha comprato, Alvaro Morata, è stato il peggiore per rendimento.

Il resto erano ragazzi di talento poco più che ventenni, quasi tutti di lingua ispanica, e il calcio di estro e organizzazione a cui il Como non ha mai rinunciato, a costo di prendersi qualche “ceffone” per superbia, è stato una lama di luce in una Serie A sempre più opaca e zeppa di campioni agli ultimi prestigi della carriera, come Luka Modric.

Fabregas e la filosofia del gioco offensivo

“Non c’è nessun italiano”, dicono i critici, ma Fabregas ha spiegato che ci ha provato a cercarli, dei calciatori italiani adatti al suo gioco, ma costavano di più di quelli stranieri ed erano meno bravi.

In compenso, per la prima volta nella storia, la Primavera è stata promossa nella categoria A e l’intenzione è quella di costruirsi in casa i talenti nazionali da lanciare in prima squadra: una cantera in stile Barcellona, con un marchio di fabbrica nell’attitudine a un certo tipo di calcio all’arrembaggio.

Nico Paz, Butez e i nuovi simboli azzurri

E così, seguendo i dribbling di Nico Paz, le avventure immaginifiche fuori dall’area di rigore del portiere-giocatore Butez, le fantasie di Martin Baturina, tutti hanno cominciato a scoprire un gioiello che a Como è sempre esistito.

Il fascino del Sinigaglia sul lago

Lo stadio Giuseppe Sinigaglia, omaggio a un canottiere caduto in guerra, sport che qui ha dato tanti ori olimpici, ha una superba vista lago. Un monumento di architettura razionalista che assorbe gli umori mutevoli delle stagioni nel lago: intimista d’inverno, fulgido d’estate, e dove in tribuna accade di imbattersi sempre in qualche divo di Hollywood.

I negozi coi gadget della squadra spuntano a ogni angolo e sono diventati il souvenir preferito di una città in pieno overtourism da qualche anno.

Una società vicina alla città

La società è molto presente nella vita comasca, dal recupero dei campi di calcio nelle periferie alle iniziative di solidarietà e, quando il Como vince, offre da bere nei bar cittadini ai tifosi ma anche, capitò col Napoli, agli avversari.

Il presidente Suwarso, uomo di fiducia della proprietà, è conosciuto da tutti e va allo stadio: non è il solito “fondo” senza identità. È simpatico anche agli avversari per avere stabilito un tetto massimo di 25 euro per il biglietto nel settore ospiti.

Qualche malumore c’è per il progetto del nuovo Sinigaglia, ritenuto da molti troppo impattante sul paesaggio.

Il nuovo orgoglio dei tifosi comaschi

Poi c’è il lato più romantico di questa storia: i bambini che qui hanno sempre tifato per Inter, Milan e Juve e considerato il Como la seconda squadra, ora crescono azzurri al cento per cento e cantano fieri allo stadio “Pulenta e Galèna fregia” del comasco Davide Van De Sfroos. Polenta e gallina fredda, chissà in Europa che gusto avrà.

AGI – Il 25 maggio del 1907 un gruppo di soci riuniti in un bar del centro fondò il Como Foot-Ball Club. Centodiciannove anni dopo, la città di frontiera più svizzera che italiana, quanto a carattere schivo e amore per la vita quieta, appare trasfigurata dalla gioia.
“In Italia e nel mondo semm cumasch” è uno dei canti identitari storici della curva del Como, che il massimo dell’esotico lo raggiunse col terzo posto nella Mitropa Cup nel 1981, torneo mitologico riservato ai vincitori dei campionati di Serie B.
Nessuno avrebbe potuto sognare, sette anni fa, quando navigava nelle paludi dei dilettanti, di qualificarsi alla Champions League sprigionando un gioco scintillante e una sfrontatezza senza paura di nessuno.
Gli Hartono e il progetto Como
I soldi, certamente. Alla base dei successi ci sono le enormi disponibilità economiche della proprietà indonesiana degli Hartono, ma la storia non è così banale come potrebbe apparire.
Perché è vero che Cesc Fabregas è stato un fuoriclasse, ma quando ha preso il Como in Serie B non aveva nemmeno il patentino per allenare. Ed è vero che sul mercato ha speso oltre cento milioni, ma l’unico giocatore di nome che ha comprato, Alvaro Morata, è stato il peggiore per rendimento.
Il resto erano ragazzi di talento poco più che ventenni, quasi tutti di lingua ispanica, e il calcio di estro e organizzazione a cui il Como non ha mai rinunciato, a costo di prendersi qualche “ceffone” per superbia, è stato una lama di luce in una Serie A sempre più opaca e zeppa di campioni agli ultimi prestigi della carriera, come Luka Modric.
Fabregas e la filosofia del gioco offensivo
“Non c’è nessun italiano”, dicono i critici, ma Fabregas ha spiegato che ci ha provato a cercarli, dei calciatori italiani adatti al suo gioco, ma costavano di più di quelli stranieri ed erano meno bravi.
In compenso, per la prima volta nella storia, la Primavera è stata promossa nella categoria A e l’intenzione è quella di costruirsi in casa i talenti nazionali da lanciare in prima squadra: una cantera in stile Barcellona, con un marchio di fabbrica nell’attitudine a un certo tipo di calcio all’arrembaggio.
Nico Paz, Butez e i nuovi simboli azzurri
E così, seguendo i dribbling di Nico Paz, le avventure immaginifiche fuori dall’area di rigore del portiere-giocatore Butez, le fantasie di Martin Baturina, tutti hanno cominciato a scoprire un gioiello che a Como è sempre esistito.
Il fascino del Sinigaglia sul lago
Lo stadio Giuseppe Sinigaglia, omaggio a un canottiere caduto in guerra, sport che qui ha dato tanti ori olimpici, ha una superba vista lago. Un monumento di architettura razionalista che assorbe gli umori mutevoli delle stagioni nel lago: intimista d’inverno, fulgido d’estate, e dove in tribuna accade di imbattersi sempre in qualche divo di Hollywood.
I negozi coi gadget della squadra spuntano a ogni angolo e sono diventati il souvenir preferito di una città in pieno overtourism da qualche anno.
Una società vicina alla città
La società è molto presente nella vita comasca, dal recupero dei campi di calcio nelle periferie alle iniziative di solidarietà e, quando il Como vince, offre da bere nei bar cittadini ai tifosi ma anche, capitò col Napoli, agli avversari.
Il presidente Suwarso, uomo di fiducia della proprietà, è conosciuto da tutti e va allo stadio: non è il solito “fondo” senza identità. È simpatico anche agli avversari per avere stabilito un tetto massimo di 25 euro per il biglietto nel settore ospiti.
Qualche malumore c’è per il progetto del nuovo Sinigaglia, ritenuto da molti troppo impattante sul paesaggio.
Il nuovo orgoglio dei tifosi comaschi
Poi c’è il lato più romantico di questa storia: i bambini che qui hanno sempre tifato per Inter, Milan e Juve e considerato il Como la seconda squadra, ora crescono azzurri al cento per cento e cantano fieri allo stadio “Pulenta e Galèna fregia” del comasco Davide Van De Sfroos. Polenta e gallina fredda, chissà in Europa che gusto avrà.

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