• 28 Gennaio 2026 21:49

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La città che scivola da due secoli. A Niscemi le frane sono un copione che si ripete

Gen 28, 2026

A Niscemi la terra non è mai stata davvero immobile. Da secoli si muove lentamente, respira, cede, si gonfia, si apre. Non sempre con la violenza improvvisa dei terremoti, ma con una ostinata capacità di trasformarsi che torna ciclicamente a imporsi sulla vita degli uomini. Ogni generazione, prima o poi, è costretta a fare i conti con questa fragilità profonda del suolo, con l’idea che ciò che sembra stabile possa smettere di esserlo in poche ore. Le frane che colpiscono oggi Niscemi – città di oltre 25 mila anime in provincia di Caltanissetta – non sono un evento isolato bensì l’ultimo capitolo di una storia lunga almeno due secoli. Le frane recenti sono eventi che con ogni probabilità hanno a che fare con lo spopolamento o al contratrio con l’urbanizzazione sregolata. Con il clima “impazzito”, con il consumo di suolo, con il disboscamento, con le infrastrutture colabrodo. Ma sono anche paragrafi di una storia che affonda le sue radici in un passato molto più antico, che ha i tempi disumani della geologia. Una realtà che affiora nei documenti del Settecento, riemerge nelle cronache del Novecento e si ripresenta, ancora, nel presente. Cambiano le tecnologie e le istituzioni chiamate a intervenire ma restano sorprendentemente simili i nomi dei quartieri, le paure, le case che si svuotano, l’acqua che scompare, la terra che si spacca. Rileggere oggi quelle testimonianze è un modo per comprendere che quel paesone – costuito su una collina di sabbia e argilla che domina la piana di Gela – convive da sempre con un territorio instabile, che oggi più che mai chiede scelte responsabili.

In questi duecento anni e più si collocano le voci che seguono: racconti distanti nel tempo, ma uniti dalla stessa inquietante domanda sul rapporto tra gli uomini e i territori che decidono di abitare.

  

Il “casma”. La frana del 1790

Il niscemese Giuseppe D’Alessandro, per professione avvocato e per passione scrittore, ha pubblicato diversi libri sulle storie, minime ed esemplari, della sua cittadina: dal brigantaggio all’assassinio di Vittorio Scifo, detto il Mago di Tobruk, fino ai fatti del Dopoguerra. È lui che ci mostra un “Ragguaglio della rivoluzione o casma accaduto nel mese di marzo dell’anno 1790 nelle terre vicine a S. Maria di Niscemi”. Un documento pubblicato nel 1792 dal dottor Giovanni Enrico Bartels. Barteles riporta le osservazioni del siracusano Cavalier Saverio Landolina-Nava, archeologo, nobile e massone, e destinate al Principe di Caramanico, viceré di Sicilia. Due anni prima, infatti, “Landolina fu chiamato per mettere nero su bianco quel che accadeva. A futura memoria, visto che tanti pensarono che non sarebbero sopravvissuti”, racconta l’avvocato D’Alessandro.

 

“Comunicatomì dappoi il risultato delle fatiche ed osservazioni del prelodato Cavaliere, ho preso l’ardire di pubblicarlo in questi fogli”, scrive Barteles. E racconta che la sera del 18 marzo 1790, “tutti gli abitanti di Niscemi udirono un lungo sotterraneo mugito che gli sbigottì”. Questo rombo cupo e continuo fu il primo segno della frana imminente. La sera dopo, “nel giorno 19 Marzo verso l’ore 17 e mezzo, essendo l’aere tranquillo e serenissimo, da molte persone fu sentita una leggiera scossa”. Molti non se ne accorsero subito, perché erano nelle case a celebrare San Giuseppe, ma poco dopo il fenomeno divenne evidente. “Rivolgendo allora gli occhi verso il costato della montagna, osservarono una lunga fenditura che allargavasi, dividendosi le terre che lentamente abbassavansi“. Alcuni operai impegnati nella costruzione di una conserva d’acqua compresero il pericolo soltanto quando “videro aprirsi in più pezzi la fabbrica già fatta”. “Gaetano Amato si sovvenne d’esser caduto in una di tali aperture sino a mezza vita mentre correndo cercava salvarsi”.

Dalle spaccature esalava, racconta ancora don Saverio Landolina, “un calore tanto eccessivo che Pasquale di Orazio, mietendo fieno, fu costretto asciugarsi colla manica della camicia il sudor che grondavagli dal volto”. Al disagio del calore si univa un sinistro odore di zolfo, che se oggi ci fa intuire la presenza di sostanze sotterranee infiammabili, nell’immaginario collettivo dell’epoca fu subito ricondotto al demoniaco, come ricorda l’avvocato D’Alessandro. Il terrore si diffuse rapidamente nella popolazione, che “temendo una maggior rovina tutti atterriti abbandonarono le case, invocando tumultuariamente l’ajuto de’ Santi, non credendosi più sicuri ne’ luoghi aperti”. Le fenditure crescevano sempre più: “in altri luoghi le terre sottoposte aveano le fenditure larghe sino a dieci e più palmi, a segno che gli uomini fuggendo non poteano con un salto passarle”. Alcuni restarono intrappolati tra gli squarci, altri dovettero costruire passaggi di fortuna con tavole e travi. Mentre vaste porzioni di suolo sprofondavano, in altri punti la terra si sollevava. Nella contrada della Conciaria, “videsi alzarsi una collinetta… che seguitò più ore finché fu sollevata quasi all’altezza di cinquanta palmi”, aprendosi in più parti nella sua superficie.

Anche le acque subirono profonde alterazioni: “molte disgrazie soffrirono i proprietarj di quelle terre per le acque che mancarono”; alcune sorgenti scomparvero, altre si abbassarono, altre ancora formarono ristagni e paludi. Verso sera apparve anche un nuovo vulcano di fango: “incominciò a farsi distinguere il vulcano, vomitando dalla descritta bocca una materia argillosa, fredda, di color ceruleo vivo e scuro, e che finora conserva l’odore ingrato di bitume e di zolfo”. L’eruzione durò circa due ore, poi cessò. Nei giorni successivi lo spavento fu tale che persino uomini di Chiesa confessarono il proprio terrore. “Il riferito Parroco sinceramente confessò con altri preti che avean di fatto tutti creduto nel giorno 19 Marzo l’innabissamento del Mondo“.

  

La frana del 1997

Il ricordo di quei fatti, quando la terra parve aprirsi viva sotto i piedi degli uomini, andò via via sfumando nella memoria collettiva. Almeno fino a domenica 12 ottobre 1997, quando “la gente che abita nei quartieri Canalicchio, Sante Croci e Pirillo percepisce una scossa di terremoto: si aprono delle crepe sui muri e le persone si riversano per strada”, racconta l’avvocato D’Alessandro. “Chi abita in fondo a via Regina Margherita, in prossimità della Chiesa di Sante Croci, vede chiaramente l’edificio sacro inclinarsi e la facciata percorsa da una evidente spaccatura”. Altri guardano verso la Piana di Gela e notano che “ampie fessure solcano il terreno: secolari alberi di ulivo giacciono accasciati come fossero pagliuzze”. Solo più tardi si accerterà che “il fronte della frana è lungo oltre un chilometro e i quartieri Pirillo, Canalicchio e Sante Croci sono devastati”. Fenomeni analoghi si verificano anche in contrada Banco, “siamo praticamente negli stessi luoghi del 1790”, con un inquietante richiamo alla grande frana storica. Le infrastrutture risultano gravemente danneggiate: “la strada per Ponte Olivo presenta una grossa fenditura e viene chiusa al traffico, mentre il dissalatore non può più addurre acqua perché danneggiato”. Due scuole vengono colpite, ma “per fortuna era domenica ed erano chiuse”. D’Alessandro sottolinea che “fu un vero e proprio miracolo se nessuno ci lasciò le penne”: l’unico ricovero ospedaliero riguarda una ragazza colpita da una crisi di nervi. La zona viene sequestrata dalla magistratura, l’esercito aiuta a rimuovere le macerie e le forze dell’ordine presidiano l’area per evitare sciacallaggi. “Ci vorranno 14 anni perché gli sfollati vengano indennizzati”. Nell’estate del 2000 “le abitazioni abbattute ammontavano a 48” e il rione Sante Croci diventa una grande terrazza affacciata su Gela. Proprio quella che oggi non c’è più, divorata dall’ultima frana.

 

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