AGI – La Regina Margherita era un’appassionata di sigari Toscani, al punto da chiedere la fascetta di carta che tutt’oggi li avvolge, per non sporcarsi le mani. Anni dopo, il sigaro (cubano questa volta) passò tra le dita di Marlene Dietrich e Madonna, che lo hanno trasformato in un simbolo di stile, trasgressione o potere. Eppure, almeno in Italia, nessuna donna è passata dal fumarlo a fare del sigaro una professione. Almeno finora: Asia Scannella è una junior blender di Manifatture Sigaro Toscano (MST) e sta studiando per diventare master blender. Per dirla con altre parole, Asia è il ‘naso’ (o il sommelier) dei sigari. Un settore il suo, e, in particolare, un mestiere tradizionalmente riservato agli uomini.
Giovanissima – ha meno di 30 anni –, Asia ha iniziato il suo percorso in azienda due anni fa. “In MST sono da due anni. L’azienda mi ha fatta entrare come operaia del confezionamento a macchina, ma ho una formazione in agrotecnica e sono iscritta all’albo con specializzazione in farmer 4.0”. La strada che l’ha portata fino a qui non era stata pianificata fin dall’inizio: “Non credevo di arrivare a questo ruolo. Sin da piccola, però, volevo fare qualcosa che mi tenesse a contatto con la natura e mi permettesse di creare cose”. E così Asia è approdata al mondo del vino. “Per me è stato un passaggio naturale perché sono cresciuta in campagna, ma non mi bastava diventare sommelier. Oggi possono farlo tutti. Volevo una sfida più grande. È arrivata l’opportunità in MST”.
Il percorso del blender
“Già dalle prime settimane in azienda, il blender di MST Matteo Roscioli mi portava a studiare il tabacco nei campi, per capire come viene curato, quando viene raccolto, come si effettua la ricerca del seme”. Da lì, è venuto fuori il talento di Asia e oggi il suo percorso è diventato ancora più specifico: studiare la pianta e capire come trasformarla in una miscela equilibrata. “Sto studiando la pianta del tabacco, dalla raccolta del tabacco Kentucky vado a capire e selezionare le varie tipologie. Quale foglia andrà a dedicarsi al ripieno, quale alla fascia, studiare tutte le miscele».
Il lavoro dei sensi
Il lavoro del blender è prima di tutto un lavoro di sensi: “L’obiettivo è stimolare tutti e cinque i sensi. Ho una grossa sensibilità nel percepire odore, sapore, tatto”. La valutazione della miscela passa soprattutto dall’olfatto e dal contatto diretto con la foglia: “Si annusa la miscela per capire a che punto è il processo di fermentazione. È soprattutto quello il talento del blender. Si tocca la foglia per capire quanto è rigida, sottile, il colore”. E poi c’è l’assaggio. “Io degusto il tabacco”. Per diventare blender, poi, serve anche allenare il palato: “Devi partire che già hai una predisposizione a sentire gli aromi e le note aromatiche. Io ero avvantaggiata perché lavoravo nelle cantine viticole. Ero allenata”. Ma il sigaro introduce elementi completamente diverse: “C’è anche la combustione, il tiro”. Il tempo necessario per sviluppare questa sensibilità varia da persona a persona “dipende molto dall’impegno, dalla curiosità e da quanto ti lasci andare alla percezione dei tuoi sensi”.
Anche il palato, però, va gestito con attenzione. “Devo controllarlo. So che se fumo tutti i giorni il palato diventa saturo. Devo curarlo, idratarlo, evitare caffè quando lavoro”.
Un mestiere senza genere
Quello del blender è un mestiere che storicamente è stato associato agli uomini: “Spesso se lo tramandano tra di loro”, spiega Asia. Proprio per questo il suo percorso ha anche un valore simbolico. “Appena raggiungerò questo traguardo sarà un segnale importante”. Secondo lei, il contributo che può arrivare da una donna non riguarda tanto una differenza di capacità, quanto uno sguardo diverso sul lavoro. “Sensibilità nuova, sguardo diverso, passione, professionalità e competenza non hanno genere. E poi questo mestiere fa leva sulla memoria olfattiva, sulla capacità di analisi e sulla grande precisione, tutte caratteristiche particolarmente spiccate nelle donne” . Nel quotidiano preferisce che la differenza non diventi il centro della scena, ma non ha problemi ad affrontare pregiudizi di genere:” Cerco di non far percepire agli altri la differenza. Non mi spaventerà mai avere a che fare con persone con pregiudizi. La visione dell’azienda favorirà l’innovazione, la crescita”. Il percorso non è sempre semplice: “È impegnativo dover dimostrare il proprio valore due volte, ma si possono superare le barriere culturali”.
Le sigaraie
Ma se Asia ha avuto l’opportunità di emergere in MST non è un caso. L’azienda, infatti, riserva un reparto speciale alle donne: quello delle sigaraie, dove si confezionano sigari a mano. Il loro lavoro manuale è rimasto pressoché identico da più di 200 anni, spesso in passato tramandato di madre in figlia. Queste donne abili e competenti sono state parte integrante della storia dei sigari Toscano e sono state tra le prime a ottenere gli stessi diritti e la stessa paga degli uomini, occupandosi di tutte le fasi di lavorazione dei sigari, e a chiedere e ottenere un asilo nido sul posto di lavoro.
Oggi ci sono nel reparto ci sono circa 40 sigaraie che lavorano dal lunedì al venerdì in turno centrale. Sono sedute una affianco all’altra e sul proprio tavolo hanno una torre di vassoi di legno che portano il loro nome e su cui adagiano i sigari finiti. Le mani scorrono velocissime: srotolano, stirano, prelevano il tabacco dalle sacche, lo arrotolano, chiudono il sigaro, tagliano le estremità e lo posizionano sul vassoio. Non distolgono mai lo sguardo dal loro lavoro, e di tanto in tanto chiacchierano. Ognuna di loro ne confeziona circa 500 al giorno. Per diventare sigaraia servono 18 mesi di formazione. Solo dopo questo lasso di tempo una sigaraia può confezionare un sigaro con le proprie mani.
Monica, sigaraia per tradizione
Tra le sigaraie c’è anche Monica, 47 anni, 25 in Manifatture Sigaro Toscano. Anche sua mamma e la sua bisnonna lavoravano nell’azienda. “Mia mamma lavorava mentre era incinta di me. Sono nata e cresciuta sentendo parlare di sigari”, racconta all’AGI. Per Monica entrare “è stato un amore a prima vista. Il lavoro è duro ma non l’ho mai vissuto come un lavoro vero e proprio. È una soddisfazione perché crei cose con le tue mani. I sigari sembrano tutti uguali, ma sono tutti diversi. Ognuno è unico”. Talmente unico che, ne è convinta Monica, “non si può sostituire con le nuove tecnologie”. Quanto alle colleghe, “ormai sono amiche. Siamo entrate a 20-25 anni e siamo cresciute insieme. Per me questa è casa”. Ma non doveva essere molto diverso nemmeno decenni fa, quando la solidarietà femminile trovava la sua massima espressione nel “prestito di sigari”, ovvero la sigaraia più esperta, una volta raggiunta la sua quota giornaliera, confezionava altri sigari da passare sottobanco alle compagne meno abili.
La missione di Asia
E oggi la connessione femminile travalica il reparto: una parte importante del lavoro di Asia è, infatti, anche il rapporto con le sigaraie. “Vado spesso da loro per vedere come stanno, come procede il lavoro, se hanno segnalazioni e se riescono a lavorare nel modo giusto. Mi accolgono come fossi una di loro, e se fossi lì per gratificarle, per sostenerle, per mantenere un contatto, un confronto”. Per Asia la vera missione è il messaggio che il suo percorso porta con sé: “Per me essere qui oggi come donna e professionista vuol dire mandare un messaggio: non esistono professioni da uomo o donna. Esistono passioni, doti, percorsi”. “Se la mia esperienza potrà aprire la strada allora avrà un valore al di là del mio lavoro”.