• 20 Febbraio 2026 14:31

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Il tribunale di Bari archivia il complotto sulla Xylella: l’unico complotto è quello contro gli scienziati

Feb 20, 2026

Ci sono voluti anni di procure mobilitate, esposti seriali, ulivi abbracciati in diretta televisiva e un ex senatore del Movimento 5 stelle pronto a immolarsi per un albero infetto. Alla fine il tribunale di Bari ha fatto quello che la scienza aveva già fatto molto prima: ha archiviato. Il 6 febbraio scorso il gip Giuseppe Ronzino ha chiuso il procedimento a carico di Donato Boscia, ex direttore dell’Istituto per la Protezione sostenibile delle piante del Cnr di Bari, accusato dalla solita compagnia di giro dei complottisti di aver contribuito alla diffusione della Xylella fastidiosa, il batterio che ha distrutto milioni di ulivi in Puglia. Il risultato era prevedibile per chiunque avesse letto un articolo scientifico sulla questione nell’ultimo decennio. Ma l’ordinanza del gip vale la pena di essere letta con attenzione, perché contiene qualcosa di più di una semplice archiviazione: contiene il racconto di un presunto complotto. Non quello immaginato dai cospirazionisti (scienziati al soldo delle malvagie multinazionali dei pesticidi, intenti a fabbricare un’emergenza) ma uno speculare e molto più concreto: per dimostrare che l’emergenza era una truffa, qualcuno avrebbe fabbricato davvero una truffa, alterando un campione biologico per far sembrare che il batterio fosse arrivato dove ancora non c’era.

 

Il giallo dell’ulivo di Monopoli

Gennaio 2019. In contrada Caramanna, nel territorio di Monopoli, viene individuato un ulivo monumentale con sintomi riconducibili alla Xylella. L’allarme è enorme: la zona è nel Barese, fino a quel momento considerata indenne. Se il batterio fosse arrivato fin lì, il fronte dell’epidemia si sarebbe spostato in maniera drammatica verso nord. Due giorni dopo, un “provvidenziale” esposto in Procura porta i pm Baldo Pisani e Domenico Minardi a disporre il sequestro della pianta, bloccandone l’espianto. Fin qui, la cronaca. Il problema è quello che emerge dall’istruttoria: il campione che aveva fatto scattare l’allarme, e che aveva portato a classificare quell’ulivo come infetto, sarebbe stato alterato. Proveniva dal Salento, zona da tempo endemica, e non dalla pianta di Monopoli. In altri termini: qualcuno avrebbe usato materiale biologico contaminato per far sembrare che il batterio fosse arrivato in una zona che ne era priva, con l’obiettivo di dimostrare che tutta l’emergenza era una messinscena costruita dagli scienziati per fare carriera. Il complotto, insomma, era reale. Ma era organizzato dai cospirazionisti, non degli scienziati.

  

Gli esposti che avevano aperto il procedimento erano stati presentati tra il 2018 e il 2022 da un’accozzaglia eterogenea di soggetti: associazioni di categoria, comitati, proprietari di fondi agricoli, persone fisiche come Alfonso Ciampolillo, l’ex senatore grillino già citato. La tesi comune era che la propagazione del batterio nel territorio pugliese fosse stata “innescata, favorita e incoraggiata” da ritardi e omissioni delle autorità. Boscia, in quanto massima figura scientifica di riferimento nella gestione dell’emergenza, era il bersaglio naturale.

 

Ora il gip ha escluso con nettezza che i reati ipotizzati – epidemia colposa, disastro ambientale, diffusione di notizie false, rifiuto di atti d’ufficio – potessero anche solo in astratto essere contestati all’indagato. Boscia, si legge nell’ordinanza, ha semplicemente “agito in linea con le prescrizioni normative imposte dal diritto eurounitario e dalla normativa nazionale di recepimento”. Non vi è prova, scrive il giudice, “che la diffusione del batterio ‘Xylella fastidiosa’ fosse causalmente imputabile alle strategie di contenimento adottate sul piano amministrativo”. Tradotto: non puoi condannare uno scienziato per aver fatto quello che la legge europea gli imponeva di fare, sulla base di conoscenze scientifiche che in quel momento erano le uniche disponibili.

 

Una storia che si ripete

La vicenda della Xylella ha incarnato per anni uno dei capitoli più grotteschi del conflitto tra scienza e politica populista nell’Italia contemporanea. Il batterio arrivò in Puglia probabilmente già negli anni Novanta, ma fu identificato e reso pubblico solo nel 2013. Da quel momento, invece di affrontare il problema con gli strumenti che la scienza indicava – abbattimento delle piante infette, fasce cuscinetto, controllo del vettore Philaenus spumarius – una parte consistente dell’opinione pubblica, con l’avallo di forze politiche, scelse la via della negazione. La Xylella non esisteva, dissero, o era già presente da secoli senza fare danni, o era colpa dei disseccamenti causati dall’uso di erbicidi, o era un pretesto delle multinazionali per vendere nuove piante e nuovi pesticidi. Gli scienziati del Cnr erano complici, le istituzioni europee erano complici, i giornali che riportavano i dati erano complici. In questo schema, Boscia era il villain perfetto: competente, autorevole, e quindi sospetto. Nel frattempo gli ulivi morivano. Milioni di alberi, un paesaggio millenario, un’economia intera. E mentre la scienza cercava di correre ai ripari (con risultati parziali, perché la Xylella è un problema difficile e le zone di contenimento erano già state compromesse dai ritardi iniziali) i comitati presentavano esposti e i pm aprivano fascicoli.

 

Il vero danno

L’archiviazione di Bari è una buona notizia, ma arriva tardi e dice solo una parte della storia. La parte che manca è il conto delle conseguenze: quanti ulivi in più sono morti mentre i ricercatori dovevano rispondere in procura invece di lavorare? Quanta energia intellettuale è stata consumata a difendersi da accuse prive di fondamento? Quanto la minaccia giudiziaria ha pesato sulle scelte operative di chi gestiva l’emergenza? C’è una letteratura ormai consolidata sul fenomeno della “legal intimidation” nei confronti degli scienziati: la strategia, consapevole o meno, di usare il sistema giudiziario per rallentare, screditare e demoralizzare i ricercatori che producono risultati scomodi per qualcuno. Non sempre c’è un mandante. A volte basta la combinazione di una comunità in preda al panico, di politici disposti a cavalcarla e di pm che interpretano il proprio ruolo come quello di rispondere a qualunque esposto con un’indagine.

Il gip Ronzino ha fatto il suo lavoro, e bene. Ma sarebbe utile che qualcuno si chiedesse anche chi pagherà il costo – in termini di reputazione, di tempo, di denaro – degli anni in cui Donato Boscia è rimasto sotto indagine per aver fatto il suo mestiere di scienziato in una delle emergenze fitosanitarie più gravi della storia d’Italia. E magari si chiedesse anche chi ha alterato quel campione di Monopoli, e perché.
 

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