• 5 Febbraio 2026 8:26

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Il peso degli errori scientifici e medici che sono stati protetti dal The Lancet

Feb 5, 2026

The Lancet ha pubblicato, nel corso degli anni, lavori che hanno avuto un impatto enorme sulla pratica clinica e sul dibattito pubblico, e che solo molto tardi sono stati riconosciuti come errati o gravemente fuorvianti. Il caso Wakefield sui vaccini e l’autismo resta il precedente più noto. Più recentemente, durante la pandemia, io e diversi colleghi abbiamo analizzato criticamente gli articoli pubblicati da The Lancet su Sputnik V, mostrando incongruenze sistematiche e dati che non reggevano a un esame quantitativo elementare. In entrambi i casi, la rivista ha mostrato una forte resistenza a intervenire sul proprio record. L’ultimo episodio, che Ben Taub ha ricostruito nei dettagli, riguarda il caso della morte di un neonato a Toronto, pubblicato da Lancet nel 2006, e rappresenta un’ulteriore conferma di questa difficoltà. I fatti riportati sono istruttivi perché consentono di seguire l’intera traiettoria dell’errore su The Lancet: dalla nascita dell’interpretazione, alla sua canonizzazione, fino al suo mantenimento nonostante evidenze contrarie molto robuste.

 

La storia inizia nell’aprile del 2005. Tariq, un neonato di dodici giorni, muore improvvisamente dopo una giornata di profonda sonnolenza e difficoltà ad alimentarsi. Era nato sano, la gravidanza era stata regolare, e nei giorni precedenti aveva mostrato uno sviluppo normale. L’autopsia non individua una causa anatomica di morte. I risultati tossicologici, arrivati settimane dopo, rivelano nel sangue del neonato la presenza di morfina, codeina e paracetamolo. Il caso viene valutato da Gideon Koren, pediatra e tossicologo molto noto in Canada. Koren dirigeva Motherisk presso l’Hospital for Sick Children di Toronto. Motherisk era un programma strutturato di consulenza clinica e ricerca dedicato all’uso dei farmaci in gravidanza e durante l’allattamento. Rispondeva quotidianamente a richieste di medici e pazienti, produceva articoli scientifici e traduceva i propri risultati in raccomandazioni operative. Le sue prese di posizione avevano un’influenza diretta sulla pratica clinica e sulle scelte regolatorie. Koren interpreta i risultati tossicologici come l’indizio di un meccanismo nuovo. La madre di Tariq aveva assunto codeina per il dolore post-parto. Secondo la sua ricostruzione, una particolare predisposizione genetica materna avrebbe determinato una conversione particolarmente efficiente della codeina in morfina, con la produzione di latte materno contenente concentrazioni tali da provocare un avvelenamento fatale nel neonato. La morte di Tariq viene così presentata come il primo caso documentato di decesso causato dal passaggio di un farmaco attraverso il latte materno. Nel 2006 questa interpretazione viene pubblicata su The Lancet come case report. L’effetto è immediato. Le etichette dei farmaci vengono modificate, le linee guida scoraggiano l’uso della codeina durante l’allattamento, il caso entra nei manuali come esempio emblematico di farmacogenetica clinica.

 

Un singolo episodio viene trattato come fondamento di una nuova categoria di rischio, con conseguenze che si estendono rapidamente ben oltre il contesto originario. Anni dopo, il caso viene riesaminato da David Juurlink, tossicologo clinico e farmacologo. La sua analisi parte dai dati completi e si concentra sulla loro coerenza quantitativa. Nel sangue del neonato risultano presenti non solo morfina, ma anche codeina in concentrazioni elevate, insieme a paracetamolo. Questi livelli superano quelli compatibili con il solo trasferimento attraverso il latte materno, anche assumendo una metabolizzazione materna particolarmente rapida. I volumi ingeriti, i tempi di esposizione e la capacità di eliminazione neonatale impongono vincoli precisi che l’ipotesi proposta nel case report non soddisfa. Altri elementi rafforzano questa lettura. Nel contenuto gastrico del neonato viene rilevata codeina, mentre la morfina è assente, molte ore dopo l’ultimo allattamento significativo. La presenza di codeina non metabolizzata, associata alle concentrazioni ematiche osservate, è compatibile con una somministrazione diretta del farmaco al bambino. Questa ricostruzione fornisce una spiegazione coerente dell’insieme dei dati tossicologici disponibili. La risposta di Koren segue un percorso diverso. Le critiche vengono contrastate, le lettere che sollevano dubbi vengono contestate, e l’interpretazione originaria continua a essere difesa e riproposta. Attorno al caso di Tariq si sviluppa una letteratura che tratta l’ipotesi iniziale come un fatto acquisito. In almeno un altro articolo compare un secondo episodio di intossicazione neonatale attribuita al latte materno; anni dopo emergerà che quel caso era stato costruito come racconto esemplificativo, senza indicazione del suo carattere fittizio. Nel frattempo, Motherisk viene coinvolto in uno scandalo indipendente. Un’indagine ufficiale rivela che il programma aveva condotto per anni analisi forensi senza standard adeguati, con errori metodologici e interpretativi gravi, utilizzati anche in procedimenti giudiziari. Motherisk viene chiuso e Koren rinuncia alla licenza medica in Canada. L’articolo del 2006 pubblicato su The Lancet resta invariato. Quando, nel 2020, altri articoli collegati a quella stessa linea interpretativa vengono ritrattati da riviste diverse perché giudicati inaffidabili, l’attenzione torna inevitabilmente al lavoro fondativo. The Lancet inquadra la questione come un dissenso scientifico e lascia l’articolo nel record senza una revisione sostanziale. In questo modo l’interpretazione originaria continua a essere citata, insegnata e utilizzata come base per decisioni cliniche, regolatorie e forensi. Questo atteggiamento editoriale va letto alla luce di una continuità nella gestione della rivista. L’editor in chief di The Lancet è da molti anni Richard Horton.

 

Nel caso Wakefield, Horton difese a lungo l’articolo e il suo autore, con cui intratteneva rapporti personali, e ritardò la ritrattazione fino a quando l’accumulo di prove e la pressione esterna la resero inevitabile. Quell’episodio mostrò come la rivista potesse mantenere in circolazione lavori clamorosamente errati per periodi prolungati, anche quando le conseguenze sanitarie erano evidenti. Il caso Koren mostra che, per motivi diversi, The Lancet può arrivare allo stesso esito: mantenere nel record un articolo pericoloso sul piano scientifico e clinico pur in presenza di analisi dettagliate che ne mettono in discussione la validità. La questione riguarda un errore di attribuzione causale che emerge dal confronto diretto tra i dati tossicologici disponibili e il meccanismo proposto per spiegarli. La permanenza dell’articolo indica una difficoltà persistente nell’ammettere apertamente che una pubblicazione della rivista contenga una ricostruzione falsa. Questo episodio conferma che il problema non risiede nella possibilità di sbagliare, comune a ogni impresa scientifica, ma nella gestione dell’errore quando esso riguarda articoli simbolici e ad alto impatto. In medicina, questa gestione produce effetti concreti, perché orienta prescrizioni, linee guida e giudizi. Il caso non riguarda solo il passato, ma il modo in cui il record scientifico continua a essere mantenuto, protetto e trasmesso.

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