• 27 Marzo 2025 5:11

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Il Giappone nascosto: tra razionalità e ruggiti custom, un viaggio inaspettato

Mar 25, 2025

Spendere un paio di settimane a Tokyo e dintorni lascia la sensazione di trovarsi in una città pensata per una mobilità efficiente, sia con i mezzi pubblici che privati (qui trovate il racconto). È tutto costruito in modo molto razionale ed efficiente, poi… BRAAAAAP! Ti passa sotto il naso un chopper. E non dico una Harley-Davidson stock con il manubrio alto. No no, sto proprio parlando di un chopper radicale: telaio rigido, scarichi fishtail all’insù, motore shovelhead o precedente, frizione a pedale e cambio manuale. Un mezzo che, sulle strade italiane, verrebbe fermato dopo 200m per l’infrazione di qualsiasi legge esistente sui requisiti necessari alla circolazione stradale.

Alla guida del mezzo più estremo che ho visto c’era un tizio simile allo stregone di “Grosso Guaio a Chinatown” che portava in testa un arnese che solo grazie ad una fantasia fervida si sarebbe potuto definire un casco. Roba lontana anni luce da qualsiasi altra cosa vista fino ad allora: un glitch nella matrice. Eppure, scavando sotto quella superficie fatta di efficiente razionalità, di rispetto per regole e gerarchia e di una profonda cultura identitaria, in Giappone cova un folle, irrazionale amore per i mezzi estremi e la cultura americana.

I semi della controcultura kustom, della musica nera, dei jeans, dei mezzi a due e a quattro ruote customizzati sono profondamente radicati nel Sol Levante. Arrivarono con la seconda guerra mondiale e la successiva occupazione militare USA durata 7 anni (1945-1952) ed attecchirono in profondità fino ad ibridarsi con la cultura locale, fatta di ricerca della perfezione attraverso la sintesi, l’essenziale e la cura dei dettagli.

Ancora oggi, andando in giro per Tokyo i frutti di questi semi sono ben visibili se guardi con gli occhi giusti. Si sente molto jazz nelle forme più classiche sia come musica diffusa nei locali che dal vivo, si trovano negozi splendidi (e costosi) dove si coltiva un vero culto per la fedele riproduzione del denim e dell’abbigliamento americano 50s-60s (per gli amanti del genere da vedere il negozio di Buzz Rickson’s) e poi è più facile vedere hot rod, bobber e chopper in Giappone che in qualunque altro posto. A questa passione viene applicata un’attenzione maniacale alla riproduzione fedele, che finisce per creare oggetti “made in Japan” più americani degli originali. Per le strade ci sono poche Harley, ma si vedono più mezzi radicali su strada in pochi giorni a Tokyo che in tutta la vita a Milano.

Lì può capitare di girare l’angolo di una strada secondaria e trovare parcheggiato un bobber in stile Zero Engeneering alto due spanne da terra, telaio rigido gooseneck e targa in posizione così orizzontale da essere visibile solo dai satelliti della municipale. Come possano circolare in Giappone questi mezzi a me non è chiaro, ma lo fanno e questo è un fatto.

Tanti sono i grandi preparatori nella terra del Sol Levante. Brat Style, Cherry’s Company, Hide Motorcycles oppure Satomari sono solo alcuni rappresentati di questo movimento che ha definito un’identità forte e uno stile tipicamente giapponese, ma dovendo scegliere dove fare una gita kustom mi sono diretto a Yokohama da Mooneyes, la Mecca delle preparazioni hot rod e kustom. Il negozio si trova un paio di km dal quartiere cinese ed è uno spazio su due piani stracolmo di merchandising e oggetti a pian terreno, mentre al primo piano si trovano parti di ricambio per custom ma soprattutto componenti per hot rod.

Ogni singolo oggetto trasuda kustom kulture e viene voglia di portarselo a casa. Il Moon Cafè attiguo offre un menù in perfetto stile americano ed i bagni sono il vero luogo di culto, dove ogni preparatore passato per lo Yokohama Custom Show ha lasciato un segno, un adesivo o una scritta, a partire da Ed “Big Daddy” Roth  che amava frequentare questo posto negli anni ’90 ed ha lasciato in eredità il suo Rat Fink disegnato sulla porta interna del bagno. Sulla strada una fila di auto americane, hot rod e una dune buggie dorata danno il benvenuto ai clienti arredando la struttura.

Nel retro si trova il capanno che chiunque vorrebbe avere, con due auto e un chopperino giallo dalle linee filanti da far girare la testa. Qui tutto è kustom, perfino l’angolo più nascosto del cesso. Certo, raggiungerlo non è proprio semplice e bisogna farsi una lunga passeggiata una volta arrivati a Yokohama, ma è un pellegrinaggio che merita di essere fatto una volta arrivati fin là. Il posto dove in assoluto ho avuto la sensazione di respirare tutto l’amore per la cultura custom di questa terra magnifica è stato l’incrocio davanti al mio hotel: bastava stare lì ad aspettare, sapendo che prima o poi qualcosa che ti avrebbe fatto saltare di gioia ti sarebbe passato davanti agli occhi, perché a Tokyo è così: scorre un fiume sotterraneo fatto di amore per le vecchie e rumorose motociclette, quelle con le forcelle in avanti, ma anche verso tutto ciò che fa parte di una controcultura nata ottant’anni fa negli Stati Uniti fatta di puzza di benzina che è profumo di spazi e di avventura, di realtà.

Chissà che oggi non stia a noi, non importa dove, preservare attraverso la nostra passione per i simboli di quella vecchia cultura americana quel messaggio di libertà arrivato fino a noi dagli anni ’50 del secolo scorso e che oggi rischia di finire dimenticato proprio nella terra dove è nato. Come se fosse il compito di tutti noi salvare un’idea di America, magari come fanno i giapponesi, più originali degli originali nel loro modo estremo e rigoroso di amare e interpretare la kustom kulture.

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