L’ipnosi clinica consiste nell’induzione o nell’autoinduzione di uno stato di trance nel quale l’attenzione si concentra, gli stimoli periferici perdono rilevanza e l’immaginazione diventa uno strumento attivo di modulazione dell’esperienza. Non si tratta di perdita di coscienza né di sospensione della volontà, ma di una condizione psicofisiologica studiata da decenni, nella quale alcune persone riescono a modificare in modo apprezzabile la percezione del dolore, l’ansia anticipatoria e lo stress legato a situazioni mediche. Le tecniche oggi più utilizzate in ambito sanitario derivano in gran parte dalla tradizione ericksoniana e si fondano su modalità comunicative e immaginative che facilitano l’ingresso in questo stato e la costruzione di rappresentazioni mentali utili a modulare l’esperienza soggettiva. La natura stessa della trance chiarisce perché le applicazioni cliniche documentate siano limitate e coerenti tra loro. Non si interviene sui meccanismi biologici delle malattie, ma su dimensioni psicofisiologiche che accompagnano l’esperienza della malattia o delle procedure. Il corpus di studi accumulato negli ultimi vent’anni converge infatti su alcuni ambiti specifici: la gestione del dolore, soprattutto quello procedurale e perioperatorio, la riduzione dell’ansia prima di interventi medici e odontoiatrici e alcune condizioni funzionali come la sindrome dell’intestino irritabile.
Le meta-analisi riportano effetti medi nella riduzione del dolore clinico e sperimentale, con risultati più evidenti nei soggetti più suggestionabili; in ambito chirurgico e odontoiatrico si osserva una migliore tolleranza delle procedure e, in alcuni casi, una minore necessità di analgesici; in ambito gastroenterologico protocolli specifici hanno prodotto risultati replicati in contesti specialistici. Nelle condizioni croniche, come fibromialgia e cancro, emergono miglioramenti su dolore e qualità della vita, con risultati eterogenei e con la necessità di studi più rigorosi. In ambito psicologico si registrano effetti su ansia e stress reattivo, mentre per la depressione maggiore i dati restano ancora insufficienti per raccomandazioni generali. Il profilo scientifico che emerge è sobrio: l’ipnosi è una tecnica di supporto che può contribuire a modulare l’esperienza del dolore, della paura e della tensione in contesti ben definiti. Non è una terapia autonoma capace di intervenire direttamente sulle patologie. La sua collocazione naturale è all’interno di percorsi clinici già strutturati, accanto ad altri strumenti comunicativi e psicologici utilizzati quotidianamente nella pratica sanitaria. Accanto a questa realtà documentata, esiste però un altro universo molto più vasto, che utilizza lo stesso nome e che con la pratica clinica ha poco o nulla in comune.
L’ipnosi, da oltre un secolo, è diventata un contenitore semantico nel quale confluiscono pratiche estremamente eterogenee: recupero di presunte memorie rimosse, regressioni infantili o prenatali, esplorazioni di vite precedenti, sblocco di talenti nascosti, trattamento rapido di dipendenze e traumi profondi, percorsi di guarigione presentati come alternativi alla medicina. In molti casi l’ipnosi viene proposta come chiave universale capace di intervenire su qualunque problema umano, senza criteri diagnostici, senza valutazioni cliniche e senza verifica degli esiti. Questo mondo non è marginale né occasionale. Esiste una rete di scuole, corsi, certificazioni private, associazioni autoreferenziali e operatori che si presentano come esperti di ipnosi, ciascuno con una propria teoria, un proprio metodo e una propria promessa. La suggestione, l’autorità dell’operatore e il fascino culturale della trance costituiscono un terreno fertile per attribuire significato e valore a qualunque pratica, anche quando manca qualsiasi riscontro empirico. La parte più delicata è che questo uso arbitrario non è confinato ai margini né limitato a figure prive di titoli. Una quota non trascurabile di queste derive nasce proprio all’interno di studi medici e psicologici, dove la qualifica professionale diventa un potente elemento di credibilità. La trance viene talvolta impiegata come cornice per trattamenti che non trovano riscontro nelle evidenze, oppure come strumento per giustificare interventi che si muovono su un piano simbolico, narrativo o suggestivo senza una chiara base clinica. In questi casi il problema non è l’ipnosi in sé, ma l’uso che se ne fa, e proprio per questo il rischio è maggiore quando a praticarla sono professionisti che godono di fiducia e autorevolezza.
È su questo sfondo che si colloca una proposta di legge depositata dal Partito Democratico per il riconoscimento dell’ipnosi sanitaria come strumento di pratica clinica nella diagnosi, nella cura, nella riabilitazione e nella prevenzione, presentata con l’intento dichiarato di definire ambiti di applicazione, requisiti professionali e garanzie per i pazienti, partendo dall’idea che oggi manchi un quadro normativo organico. Qui si apre il nodo centrale. L’uso clinico dell’ipnosi non è privo di regolazione. L’ordinamento italiano disciplina già con chiarezza chi può intervenire sulla salute e con quali responsabilità. Quando una tecnica viene utilizzata con finalità diagnostiche, terapeutiche o riabilitative, diventa parte dell’atto sanitario e ricade automaticamente nell’ambito delle professioni sanitarie. L’articolo 728 del codice penale prende in considerazione anche pratiche idonee a porre qualcuno in stato di narcosi o ipnotismo e ne consente l’uso a scopo scientifico o di cura da parte di chi esercita una professione sanitaria. L’insieme delle norme sull’abusivo esercizio di professione costituisce poi il vero presidio di tutela del paziente. La giurisprudenza, in più sedi e in più gradi di giudizio, ha progressivamente chiarito questo assetto. Numerose pronunce della Corte di Cassazione, insieme a decisioni di tribunali di merito, hanno stabilito che l’impiego dell’ipnosi con finalità terapeutiche rientra nell’attività sanitaria e che il suo esercizio da parte di soggetti privi di abilitazione configura abusivo esercizio della professione. Il principio è semplice e consolidato: quando si entra nel terreno della cura, non conta lo strumento utilizzato ma la natura dell’atto. Da questo quadro emerge una distinzione già operativa. L’uso clinico della trance è di fatto riservato a medici e psicologi-psicoterapeuti, perché rientra nella sfera degli atti sanitari. L’uso non clinico, legato al benessere o alla crescita personale, può esistere purché non venga presentato come trattamento di disturbi o malattie.
Il confine è tracciato dalla finalità dell’intervento e dalla responsabilità professionale. In queste condizioni, l’idea di attribuire a una singola tecnica uno statuto giuridico specifico suscita una domanda inevitabile. Per quale motivo proprio l’ipnosi dovrebbe ricevere un riconoscimento legislativo speciale? Il sistema sanitario non regola le tecniche, regola le professioni e gli atti sanitari. Un medico può utilizzare strumenti farmacologici, chirurgici, comunicativi, psicologici, riabilitativi, e la loro legittimità deriva dalla competenza professionale, dalle evidenze scientifiche e dalla responsabilità verso il paziente. Se il quadro scientifico è chiaro, se quello giuridico già delimita l’uso clinico e se la comunità scientifica ha il compito di valutare e aggiornare le pratiche efficaci, allora il riconoscimento legislativo di una tecnica specifica appare difficilmente giustificabile. Il rischio non sta tanto nell’atto formale in sé, quanto nel significato simbolico che esso assume. Una legge che consacra l’ipnosi come “strumento sanitario” rischia di essere letta come una validazione generale del termine, indipendentemente dagli ambiti ristretti nei quali esistono dati solidi. In un contesto nel quale esiste già un vasto mercato che utilizza l’ipnosi come parolachiave per vendere promesse, percorsi, trattamenti e spiegazioni arbitrarie, una consacrazione normativa potrebbe trasformarsi in un marchio di legittimità. Non solo per operatori improvvisati, ma anche per quei professionisti che già oggi utilizzano la suggestione ipnotica in modo estensivo e talvolta privo di fondamento empirico.
A questo punto il sospetto diventa inevitabile. Se per la pratica clinica fondata sulle evidenze bastano la formazione, le linee guida, la responsabilità professionale e l’attuale assetto giuridico, allora a che cosa serve davvero una legge che riconosca l’ipnosi come categoria a sé? La risposta più inquietante è che essa possa finire per giustificare, indirettamente, proprio quelle componenti più discutibili che si muovono ai margini della scienza e che da anni cercano una legittimazione pubblica. L’ipnosi, come tecnica clinica circoscritta, non ha bisogno di essere consacrata per legge. Il medico e lo psicoterapeuta hanno già gli strumenti giuridici e scientifici per decidere quando utilizzarla e quando no. Il paziente ha già le tutele offerte dalla responsabilità professionale e dal sistema normativo vigente. Intervenire con una norma dedicata rischia di aggiungere poco alla pratica fondata sulle evidenze e molto alla percezione pubblica di legittimità di un termine che, fuori dai contesti clinici, continua a essere uno dei più potenti attrattori della pseudoscienza.
Cui prodest?