• 4 Luglio 2022 11:42

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I Medici, la scommessa della Rai

Nov 12, 2016

Martedì scorso, con un finale scoppiettante a base di colpi di scena assai riusciti, si è conclusa la prima stagione dei Medici, lasciandoci con la voglia di vedere subito la seconda stagione, il che è chiaramente un segno positivo. Ora che è finita e sono passati alcuni giorni di meditazione possiamo dirlo: I Medici ci è piaciuta, ma questo non significa che sia una serie perfetta o che non possa essere migliorata.

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Tuttavia resta anni luce avanti a quelle a base di preti, marescialli, medici e forze dell’ordine varie a cui la Rai ci ha abituato da almeno un ventennio e già solo per questo meriterebbe di essere difesa. Ecco dunque alcune nostre riflessioni su quello che ci ha convinto ma anche su quello che ci ha convinto meno e che magari potrebbe essere migliorato in vista della seconda stagione.

Esattezza storica o libertà artistica?

Partiamo dall’aspetto che più di ogni altro è stato criticato, visto anche l’argomento della fiction: la fedeltà storica. Sfruttare la Storia per fare discorsi più ampi, ad esempio come in questo caso sulla natura del potere e sull’emergere della classe borghese col suo carico di pregi e difetti, non è un male assoluto e le fiction non sono documentari, come spiegato dal produttore della serie Luca Bernabei in un articolo su Repubblica. Molti altri period drama della TV recete o film come Il Gladiatore di Ridley Scott si sono rivelati altrettanto pieni di inesattezze, ma nessuno si è mai stracciato prima le vesti. Molti passaggi storici sono complessi e difficili da spiegare nel breve tempo a disposizione: ellissi e licenze diventano quindi fondamentali per mantenere il discorso compatto e comprensibile, se non nella sua verità storica, nella sua portata morale.

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La RAI però, essendo un servizio pubblico e non un canale a pagamento, deve o dovrebbe fare informazione e formazione e dunque trasmettere una serie TV che si chiama I Medici ma è piena di licenze e invenzioni, rischia di fornire un cattivo servizio. A nostro avviso dunque il problema principale non riguarda la fedeltà alla Storia del prodotto in sé, ma il rapporto di fiducia e sincerità col pubblico. Se l’operazione fosse stata esplicita e il pubblico informato, sarebbe stata una scelta legittima. Il disclaimer invece appare solo alla fine di ciascun gruppo di puntate, mentre sarebbe stato probabilmente più corretto metterlo in apertura.

Un dramma da camera

Un altro aspetto su cui si è puntato il dito è stata la scelta di svolgere la quasi totalità della trama attraverso dialoghi in interni, soluzione che ad alcuni è risultata noiosa e priva di ritmo. Certamente è comprensibile che, trattandosi di una serie su una famiglia di banchieri e non di condottieri e militari, si sia scelto di risolvere il dramma morale e lo scontro sociale in una dimensione intima ed interiore. Inoltre sicuramente limiti di budget hanno forse impedito di puntare eccessivamente su scene di massa o di guerra.

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Ancora Bernabei, sempre nello stesso articolo, rispondeva anche a questa critica sostenendo che l’intento non era quello di raccontare una guerra secondaria, ma la contrapposizione fra le parti all’interno della Signoria di Firenze. In questo caso tuttavia ci sembra che qualche scena di maggior respiro non avrebbe di certo danneggiato il risultato finale, anzi e ci pare strano scegliere la libertà artistica quando si parla di fedeltà storica e poi rinunciare a quella stessa libertà in altri passaggi perché storicamente secondari. Un po’ di azione in più, sempre contestualizzata e giustificata per carità, non la disdegneremmo nella seconda stagione. Alla fine se le fiction non sono documentari allora devono intrattenere e le scene di massa spettacolari questo lo fanno molto bene.

Un gruppo di attori – quasi sempre – sopra la media

Il dramma trae forti ispirazioni dal canovaccio shakesperiano, un vero must per creare un racconto politico a corte omogeneo e coinvolgente. Nel cast c’erano nomi di grande richiamo, che non hanno deluso, soprattutto per quanto riguarda Brian Cox nel ruolo di Messer Guadagni e ovviamente Dustin Hoffman/Giovanni De’Medici. C’è da rilevare però che, oltre agli attori stranieri anche i nostri hanno svolto un lavoro egregio, con una presenza scenica e interpretazioni che superano di gran lunga la media delle fiction italiane.

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Guido Caprino nei panni dell’aiutante Marco Bello è l’esempio più evidente di questa fortunata fusione delle scuole di recitazione, ma andrebbero citati anche Valentina Cervi, intensa nel pur secondario ruolo della moglie di Albizzi, Alessandro Preziosi in quelli del Brunelleschi, e molti altri. Stranamente invece, a deludere un po’ le aspettative attoriali è stato proprio lui, Richard Madden, la cui interpretazione nel presente è risultata efficace nel rendere il carattere indurito e monolitico del Cosimo adulto, ma viziata da una fissità espressiva, forse eccessiva.

Tanti personaggi, ma un solo protagonista

Al centro di tutto, in questa prima stagione, c’è stato lui, Cosimo De’Medici, prima giovane e idealista, poi indurito uomo d’affari rotto a tutti gli intrighi, ma non privo di una sua umanità. Il lavoro degli sceneggiatori sulle sfaccettature di questo personaggio è stato certosino e Cosimo risulta costantemente lacerato tra calcolo e morale. Gli autori inoltre ci sottraggono costantemente la possibilità di determinare con certezza, all’interno delle sue azioni ambivalenti, la sottile linea che separa la convenienza dall’umanità più genuina ed è forse proprio questa sua ambiguità di fondo a renderlo così interessante.

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Se però dobbiamo trovare un limite al lavoro degli sceneggiatori consiste proprio nel non aver applicato la stessa cura agli altri personaggi, che pur avendo una propria personalità e a volte anche un proprio spessore drammatico, come ad esempio Contessina De’Bardi, risultano molto più lineari. In altre serie spesso i personaggi dotati di una psicologia approfondita sono diversi, qui invece tutto ruota attorno a Cosimo e in confronto tutte le altre figure, anche quelle degli antagonisti e del padre, risultano solo abbozzate. Non bisogna però dimenticare anche lo spazio a disposizione: I Medici sono alla prima stagione e molti personaggi non riappariranno nella seconda, mentre lungo le sei stagioni del Trono di Spade si è avuto tempo per approfondire molti più personaggi, nonostante la storia sia molto frammentata.

Un reparto tecnico al di sopra di ogni sospetto

Assolutamente da difendere da critiche infondate invece la magistrale fotografia, l’ottimo montaggio, il lavoro di scenografi e costumisti e anche del regista. Qualcuno ha parlato di fotografia “smarmellata” come definivano in Boris quella delle tipiche fiction italiane, ma l’affermazione è ingenerosa e infondata. L’elegante fotografia di Vittorio Omodei Zorini è invece risultata sempre curatissima, sia nella composizione delle inquadrature, di gusto pittorico, sia nella scelta della palette di colori, ora caldi, ora freddi, ora più lividi, a sottolineare tensioni, passioni, contrasti e tempi diversi.

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I Medici è visivamente evocativo grazie al lavoro certosino su scenografie e costumi, entrambi incredibilmente ricchi di dettagli, mentre la poca computer grafica impiegata è sempre risultata funzionale per ricreare lo skyline cittadino dell’epoca. La regia di Sergio Mimica-Gezzan si è rivelata elegante ma discreta, e sempre al servizio della storia, senza velleità autoriali. D’accordo, forse non ci sono colpi d’ala come il famoso piano sequenza di sei minuti della prima stagione di True Detective o alcuni combattimenti di Daredevil magistralmente filmati, ma eccezioni a parte, alzi la mano chi ricorda raffinatezze estetiche ed autoriali in altre serie TV recenti, a partire da GoT e finendo ai vari altri period drama degli anni scorsi.

La TV generalista non è la TV on-demand

Molti si sono lanciati in paragoni improbabili con altre serie senza tenere conto di una cosa semplicissima: La TV generalista non è la TV on-demand. Questo comporta due cose: un budget comunque più limitato e un pubblico diverso, non nei numeri, ma nella composizione. Non è un mistero e chiunque si occupi di audience lo sa: ogni canale ha un pubblico di riferimento diverso per composizione, gusti, età media, sesso, livello di istruzione etc. e queste differenze sono ancora più accentuate se dalla TV tradizionale si passa a quella on-demand. Quest’ultima si rivolge infatti a un pubblico più consapevole e più esigente in fatto di gusti ed aspettative. È una semplice constatazione che non andrebbe ignorata e che ha come conseguenza un differente livello di libertà artistica e creativa, con la TV on-demand molto più libera di osare e sperimentare.

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È vero, gli sceneggiatori non hanno calcato più di tanto la mano sui vari temi trattati, ma ne I Medici c’è tutto, potere, corruzione e ipocrisia, né mancano rappresentazioni più dirette di violenza e sesso, che epr la Rai sono una novità assoluta. Non sarà Roma o Spartacus ma è un netto cambiamento rispetto al passato recente e meno recente della TV italiana generalista e questo è già un risultato. Il pubblico va anche educato e non si può pretendere di coprire un gap tanto enorme con un solo prodotto. Immaginate ad esempio come sarebbero insorte associazioni di genitori e spettatori varie dinanzi a situazioni ancora più esplicite. I Medici costituisce un primo, importante passo. Bocciarlo non significa ottenere di meglio ma tornare alle fiction buoniste di sempre.

A conti fatti possiamo definire quindi I Medici come una scommessa riuscita per la RAI. Non è affatto esente da difetti e limiti, ma la visione è sempre risultata piacevole e ha saputo intrattenere. Aspettiamo con interesse la futura seconda stagione nella speranza che vengano sistemati e limati i punti critici, ma si tratta di un passo avanti non da poco nel contesto della TV generalista, sia pubblica che privata, attuale.

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