AGI – L’impennata dei prezzi del petrolio è diventata una delle armi più potenti dell’Iran nella guerra contro gli Stati Uniti e Israele. Un video di propaganda iraniano diventato virale ha offerto questa settimana uno spaccato di come Teheran stia rivendicando la vittoria sul fronte del mercato petrolifero.
Per il petrolio si temono prezzi alle stelle e crollo delle vendite
Nel video appaiono sette motovedette armate che si dirigono a tutta velocità verso le petroliere per bloccare la navigazione nello Stretto di Hormuz. Poi scorrono le immagini degli investitori finanziari che piangono mentre i prezzi del petrolio salgono alle stelle e dei produttori arabi che assistono disperati al crollo delle vendite di greggio.
“I mercati energetici sono diventati uno dei principali campi di battaglia del conflitto” spiega al Financial Times Geoffrey Pyatt, ex consigliere energetico della Casa Bianca.
“L’Iran sta chiaramente calcolando che ciò eserciterà più pressione sull’amministrazione Trump“. Per il regime iraniano per il quale la sopravvivenza significa vittoria, far salire i prezzi del petrolio è un indicatore chiave di successo contro un presidente statunitense determinato a mantenerli bassi. L’impennata del greggio a 100 dollari al barile sta influenzando il modo in cui viene condotta la guerra.
L’asso nella manica dell’Iran
L’asso nella manica dell’Iran è diventato il blocco di fatto dello stretto attraverso il quale normalmente transita un quinto del petrolio e del gas liquefatto mondiali, un braccio di mare largo meno di 21 miglia nautiche, che espone le petroliere al rischio elevatissimo di essere colpite da droni e missili provenienti dalla costa meridionale iraniana. Nonostante le precedenti minacce, l’Iran non aveva mai bloccato Hormuz prima d’ora.
La strategia di Teheran sul petrolio
La decisione di farlo questo mese, unitamente agli attacchi contro le infrastrutture energetiche dei paesi vicini, dimostra quanto questa guerra sia diventata una questione di vita o di morte per il regime iraniano. “L’Iran ha sfruttato questo vantaggio sorprendendo molti, persino tra gli stessi iraniani”, ha dichiarato Hamid Hosseini dell’Unione degli esportatori di petrolio iraniani, aggiungendo che le esportazioni di Teheran continuano. “Se il conflitto si protrae, le riserve mondiali si esauriranno”. E in vista di questa possibilità Teheran sembra essersi rivolta direttamente ai trader di petrolio a Ginevra e New York, vantandosi del fatto che il prezzo del Brent possa raggiungere i 200 dollari al barile.
Anche Bloomberg ha delineato uno scenario simile, secondo cui, se il blocco di Hormuz dovesse durare altri 2 o 3 mesi il prezzo del petrolio raggiungerà i 160 dollari.
La Casa Bianca e il fattore petrolio
La pressione sull’amministrazione Trump è aumentata in vista delle elezioni di medio termine, in vista delle quali i repubblicani temono un’emorragia di voti per colpa del rialzo dell’inflazione, aggravato dall’aumento dei prezzi della benzina. La Casa Bianca, che aveva inizialmente adottato un atteggiamento trionfalistico nei confronti della guerra ha cambiato rapidamente tono domenica scorsa, quando i prezzi del petrolio sono schizzati alle stelle all’apertura dei mercati.
“È stato come se si fossero aperti gli occhi e si fossero resi conto di avere un problema più grande di quanto pensassero” rivela al FT una fonte a conoscenza delle reazioni della Casa Bianca. Domenica sera, i funzionari statunitensi hanno appoggiato una riunione dei ministri delle finanze del G7 per la mattina successiva al fine di discutere lo sblocco d’emergenza delle riserve petrolifere, una mossa che la Casa Bianca aveva ripetutamente escluso la settimana precedente.
Un articolo del Financial Times su questo voltafaccia ha contribuito a raffreddare i mercati, così come le dichiarazioni di Trump sulla fine imminente della guerra, anche se l’annuncio non ha fermato il rally dei prezzi petroliferi.
I mercati e il blocco di Hormuz
Pyatt, che ha lavorato sulla sicurezza energetica per l’amministrazione Biden, afferma che la maggior parte di questi suggerimenti sarebbero utili solo marginalmente. Nel 2022, quando i prezzi del petrolio salirono alle stelle a seguito dell’invasione russa dell’Ucraina, l’amministrazione Biden riuscì a gestire la situazione con “strumenti tradizionali” come il rilascio di petrolio d’emergenza.
Ma ora, avverte Pyatt, col blocco di Hormuz, “si tratta di una questione di sicurezza ed è difficile risolvere una questione di sicurezza con leve finanziarie“. Venerdì, dopo la chiusura dei mercati, il Brent è volato a 103 dollari al barile. E il mercato prevede che il prezzo del petrolio tornerà a circa 80 dollari al barile solo entro gennaio del prossimo anno.
L’ipotesi di un intervento Usa nei mercati dei derivati
Gli operatori del mercato petrolifero hanno addirittura ipotizzato che il governo statunitense potrebbe tentare di intervenire nei mercati dei derivati per far scendere i prezzi. Ma Terry Duffy, il capo del CME Group di Chicago, il mercato di derivati più grande e diversificato al mondo, ha avvertito che una simile mossa rischia di scatenare un “disastro biblico“.
“I mercati non gradiscono l’intervento dei governi sui prezzi” spiega Duffy, avvertendo che gli investitori potrebbero perdere fiducia nella capacità dei mercati di stabilire il prezzo delle materie prime essenziali, e questo “sarebbe una catastrofe“.
Le mosse degli Stati Uniti per abbassare il prezzo del petrolio
Dopo il mezzo flop del rilascio di milioni di barili di petrolio da parte dell’AIE, il Tesoro statunitense starebbe valutando altre misure per abbassare i prezzi del petrolio, tra cui l’intervento sui mercati dei futures, sconsigliato da molti esperti, oppure altre misure come la sospensione temporanea delle tasse federali sulla benzina, l’allentamento delle norme ambientali sui carburanti o il divieto temporaneo delle esportazioni di petrolio dagli Stati Uniti.
La scorta delle petroliere con navi da guerra al momento non è un’opzione fattibile, come ha ammesso lo stesso segretario all’energia degli Stati Uniti, Chris Wright. Ernest Moniz, segretario all’energia durante l’amministrazione Obama, ha confidato al FT, “se fossi Chris Wright, immetterei petrolio sul mercato“. “Se non si riescono a rimpiazzare rapidamente 10 milioni di barili al giorno sul mercato, non vedo come si possa domare la volatilità che stiamo osservando”.
Israele e i Paesi del Golfo
Moniz ha aggiunto che il problema del controllo del mercato è aggravato dal fatto che gli obiettivi di guerra di Israele divergono da quelli del suo alleato statunitense, con il Primo Ministro Benjamin Netanyahu molto meno preoccupato del prezzo del petrolio. “Quel che è assolutamente chiaro è che gli obiettivi degli Stati Uniti e di Israele non sono pienamente allineati”, aggiunge Moniz. La posizione di Israele contrasta nettamente con quella dei Paesi del Golfo trascinati nel conflitto.
Qatar e Arabia Saudita lanciano l’allarme sul petrolio
Sia il Qatar sia l’Arabia Saudita hanno lanciato l’allarme sul rischio che si aggrava di giorno in giorno, man mano che i loro giacimenti di petrolio e gas e gli impianti di lavorazione subiscono ulteriori danni e impiegano più tempo a tornare alla normalità. Secondo diverse fonti a conoscenza dei fatti, i Paesi del Golfo avrebbero cercato di avvertire gli Stati Uniti del caos che avrebbero scatenato tentando un cambio di regime a Teheran prima dell’inizio dei combattimenti.
“Non so come gli Stati Uniti non se lo aspettassero. Erano stati avvertiti. Hanno scelto di ignorare gli avvertimenti ed eccoci qui”, afferma Helima Croft, ex funzionaria della CIA e ora analista presso RBC Capital Markets, aggiungendo che i Paesi del Golfo sono “furiosi per l’accaduto”.
Le prospettive future
Il mercato è perfettamente consapevole che un ritorno alla normalità potrebbe richiedere mesi o addirittura anni. La decisione di porre fine alla guerra non è nelle mani solo di Stati Uniti e Israele. Roxane Farmafamaian, del Royal United Services Institute del Regno Unito, un think tank specializzato in difesa, prevede che gli iraniani continueranno a mantenere chiuso lo stretto e ad aumentare i prezzi del petrolio e del gas per un periodo considerevole. “L’Iran vuole essere sicuro che, tra otto o dieci mesi, una volta stabilito un cessate il fuoco, israeliani e americani non tornino.
Non vogliono una terza guerra. Quindi spingeranno la situazione fino al punto in cui gli americani non potranno più tornare”, afferma. “Dopo la guerra, l’Iran manterrà il controllo dello stretto e potrebbe richiedere il pagamento di pedaggi per il suo passaggio“, afferma Hosseini, membro dell’unione degli esportatori di petrolio iraniani. “Nessun Paese sarà in grado di contrastare questa situazione. L’Iran ha trovato un punto di leva a cui gli Stati Uniti non possono opporre una controoffensiva efficace“.