• 13 Marzo 2026 10:01

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È morto Bruno Contrada, un servitore dello stato che lo stato non seppe difendere

Mar 13, 2026

Bruno Contrada è morto a 94 anni. Nato a Napoli il 2 settembre 1931, era stato capo della Squadra mobile di Palermo e numero tre del Sisde negli anni più sanguinosi della guerra di mafia. La sua vicenda giudiziaria – iniziata con l’arresto alla vigilia di Natale del 1992 e conclusa, in un certo senso, soltanto con la morte – è diventata emblema di uno dei capitoli più controversi della storia giudiziaria italiana.

Condannato in via definitiva nel 2007 a dieci anni per concorso esterno in associazione mafiosa, Contrada aveva trascorso anni tra carcere e domiciliari, in condizioni di salute sempre più precarie, prima che nell’aprile del 2015 la Corte europea dei diritti dell’uomo stabilisse che il reato per cui era stato condannato non era, all’epoca dei fatti contestati, “sufficientemente chiaro e prevedibile”. Nel 2017 la Cassazione ne dichiarò la sentenza “ineseguibile e improduttiva di effetti penali”. Poi arrivò il risarcimento per ingiusta detenzione, prima fissato dalla Corte d’appello di Palermo in 667mila euro, poi ridotto dalla Cassazione a 285mila. “Non c’è somma che possa riparare il male che mi è stato fatto”, aveva detto lui.

“Sono frastornato, non direi sollevato”, raccontò al Foglio nel luglio del 2017, poco dopo la sentenza della Cassazione. “Mi hanno devastato la vita, di che cosa dovrei rallegrarmi?”. Raccontò dell’arresto all’alba del 24 dicembre, davanti alla moglie Adriana e al figlio poliziotto; del carcere militare di Palermo riaperto apposta per lui, dove era rimasto unico detenuto con venticinque guardie a sorvegliarlo; del cancello blindato che sbatteva ogni sera. “Ancora oggi, se sento una porta blindata che batte o un cancello che stride, sono sopraffatto dall’angoscia.”

Giuliano Ferrara lo aveva paragonato a Joseph K., l’eroe kafkiano che “doveva aver fatto qualcosa perché una mattina fu tratto in arresto”.

Indro Montanelli, nel suo libro sull’Italia di Berlusconi scritto con Mario Cervi, aveva sollevato la questione nei termini che ancora oggi restano i più lucidi: si possono applicare agli uomini che lavorano nelle fogne del crimine le stesse regole morali che valgono per i comuni cittadini? E comunque, aveva scritto, “una carcerazione preventiva che duri quanto quella inflitta a Contrada è una barbarie indegna di un paese che pretende d’essere la culla del diritto.”

     

Quando nel giugno del 2023 la Cassazione confermò definitivamente il suo diritto al risarcimento, rigettando i ricorsi della procura generale di Palermo e del ministero dell’Economia – che avevano avuto, scrisse il Foglio, “persino la protervia di opporsi” – nessuno si scusò. I giornali che per anni lo avevano dipinto come un’ombra malvagia sulla Sicilia delle stragi tacquero, o peggio. Contrada aveva 91 anni, e aveva detto che avrebbe voluto una Finanziaria per essere risarcito davvero, ma era una battuta soffocata dall’amarezza.

Muore da incensurato, come aveva sempre voluto. “Presto o tardi passerò all’altro mondo”, disse, “e lo farò da incensurato, con un casellario giudiziale intonso, come si addice a un onesto servitore dello stato. A futura memoria.” Se la memoria ha un futuro.

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