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De Felice (Intesa): “Le diseguaglianze di reddito hanno favorito Trump”

Nov 9, 2016

MILANO – Un messaggio dalla profonda America al cuore dell’Europa, invischiata nelle polemiche sugli “zero virgola” di flessibilità e cieca di fronte all’avanzata dei populismi. E’ uno degli spunti di lettura dell’inattesa vittoria di Donald Trump alle elezioni americane, che arriva a caldo dal capo economista di Intesa Sanpaolo, Gregorio De Felice.

I mercati hanno reagito al ribasso alla notizia: quali sono gli elementi della presidenza Trump che spaventano gli investitori?

Viene meno la continuità con la precedente amministrazione: c’è incertezza sul futuro. Gli osservatori non sanno se quello che c’è nel programma di Trump verrà realizzato. Le implicazioni sul debito pubblico americano sarebbero molto pesanti: si parla di 5-7mila miliardi di dollari di incremento nell’arco di dieci anni. Significherebbe portare gli Usa a livelli ‘all’italiana’ di debito, con un rapporto al 120-125 per cento del Pil. L’altro grande tema d’incertezza è l’atteggiamento nei confronti del commercio internazionale: Trump ha molte idee protezionistiche, dalla chiusura degli accordi con la Cina alla rivisitazione di tutto il Nafta. Sono elementi che non aiutano certo a creare distensione, in un mondo che è già una polveriera dal punto di vista geopolitico.

Fuori dalle sale operative, nell’economia reale, che ripercussioni vede?

Queste elezioni, a differenza delle precedenti, non sono arrivate nel mezzo di una crisi: l’economia americana cresce del 2%, il mercato del lavoro vede condizioni di pieno impiego e ciò è senza dubbio un vantaggio. Ma le amministrazioni precedenti non hanno per niente ridotto le diseguaglianze sul reddito: il grande malessere della società americana si è rivolto verso un candidato populista, inviso persino a una grande parte del suo partito. Come Trump possa lavorare con il suo schieramento, che deve essere ricompattato, sarà una incognita-chiave: probabilmente dovrà stemperare parte delle iniziative annunciate, come il muro con il Messico o i maxi-tagli di tasse, buone per la campagna elettorale ma non per la politica vera e propria. Fondamentale sarà poi la scelta dei consiglieri economici e del segretario di Stato.

Cambieranno i piani della Federal Reserve? Teme uno scontro tra la cabina di regia economica e il potere monetario?

Immagino che Janet Yellen, se c’è molta turbolenza sui mercati, rinvierà il rialzo dei tassi da tutti atteso per dicembre. E probabilmente sarà molto cauta anche nel 2017. Una sorpresa clamorosa sarebbe una sua dimissione; ma non credo che ciò accada, il suo senso istituzionale è altissimo e terrà duro. Intanto, i mercati stanno reagendo con cali meno pesanti di quel che si potesse pensare.

Eppure ancora una volta sono stati colti di sorpresa. Il lavoro dei previsori è ormai diventato impossibile?

Non esagererei su questo aspetto: i sondaggi davano Clinton in vantaggio, ma con un margine che rientra nell’errore tollerabile. Si sapeva che sarebbe stata un’elezione decisa da un’incollatura, probabilmente – come accaduto per Brexit – molta gente ha preferito non esprimere la sua reale intenzione di voto.

Quali sono le differenze e i punti in comune tra questo shock e il risultato del referendum su Brexit?

In questo caso, permane un grande beneficio del dubbio: sono in pochi a credere che Trump farà tutto quello che ha detto in campagna elettorale.

Crede che questo voto possa avere ripercussioni sull’Europa, continuamente impantanata nel dibattito tra flessibilità e rigore di bilancio?

Questo voto ci mostra che lo scontento si catalizza in posizioni anti-establishment, di stampo populista. Dopo Brexit, è una nuova occasione perché l’Europa ripensi la sua impostazione. I margini di flessibilità sulla politica di bilancio sono ancora troppo piccoli. Se l’Europa vuole ridurre i rischi di brutte sorprese, ad esempio dalle elezioni in Francia, non può continuare ad essere rigida e fare battaglie sullo 0,1 per cento in più o in meno di rapporto tra deficit e Pil. Rischia solo di far avanzare i movimenti anti-sistema, che vogliono uscire dall’euro, con quel che comporta. Quella di oggi è una lezione che va esaminata con cura, non basterà voltare le spalle e pensare “me ne frego”.

Il rendimento dei titoli di Stato italiani è salito, lo spread tricolore soffre più di altri. Dobbiamo preoccuparci, anche in vista del nostro referendum?

La Bce offre una protezione dalle spalle larghe, ci può esser qualche movimento di 10-20 punti base del differenziale di rendimento tra Btp e Bund, ma non di più. Il mercato azionario italiano invece è più esposto, con le banche ancora una volta in prima fila.

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