LA FOTOGRAFIA
Non sono mancati negli ultimi mesi gli allarmi: l’economia italiana è al palo. L’immagine è quella di una macchina ferma
di An.C.
16 ottobre 2019
2′ di lettura
L’ultimo in ordine di tempo a mettere in evidenza che l’economia italiana non cresce è stato il Fondo monetario internazionale. Ancora prima, per non andare tanto indietro nel tempo, a delineare l’immagine di una macchina ferma è stato il Centro studi di Confindustria e prima ancora l’Istat.
L’Fmi: crescita zero per il 2019
Nell’Outlook pubblicato il 15 ottobre – lo stesso giorno in cui il Consiglio dei ministri ha approvato con la formula “salvo intese” quella manovra che dovrebbe contenere le misure per rilanciare un’economia sostanzialmente al palo – l’Fmi si sofferma sul caso Italia: il 2019 sarà un anno a crescita zero (-0,1% rispetto alle stime di luglio). Nel 2020, l’Fmi ha previsto un rimbalzo dello 0,5%. Pesano il calo dei consumi, un minor stimolo alla crescita da parte delle politiche di bilancio e la congiuntura internazionale. Il deficit pubblico è visto al 2% per il 2019 e al 2,5% nel 2020 (le stime dell’Fmi sono elaborate sulla base del Def di aprile e assumono che le clausole Iva siano disinnescate, la recente Nadef fissa il deficit al 2,2% per quest’anno e il prossimo e il Pil allo 0,1 e allo 0,6%).
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CsC: il paese rischia di scivolare nella recessione
Il 7 ottobre, nel rapporto “Dove va l’economia italiana e gli scenari di politica economica”, il Centro studi di Confindustria mette in evidenza che l’economia italiana è ancora sulla soglia della crescita zero: rischia di scivolare nella recessione in caso di eventuali nuovi shock che, soprattutto dal fronte estero, sono sempre possibili, come mostra l’elevatissimo grado di incertezza sui mercati. L’anello debole è, oggi ancor più, la domanda interna. Per il 2020, lo scenario del CsC prevede una revisione al ribasso del Pil di 0,4 punti rispetto alle stime di primavera. Ciò è dovuto alla peggiore dinamica attesa per la seconda metà del 2019, alla dinamica inferiore alle attese del commercio mondiale (a causa dell’intensificarsi delle tensioni protezionistiche e dell’incertezza geoeconomica) e il peggioramento maggiore del previsto dell’attività produttiva in Germania, primo mercato di sbocco per i prodotti italiani.
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