• 17 Febbraio 2026 7:47

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Come crolla il mito del digiuno intermittente

Feb 17, 2026

Negli ultimi anni il digiuno intermittente ha assunto una visibilità crescente nel discorso pubblico sulla salute e sul controllo del peso, accompagnato da una serie di interpretazioni fisiologiche che gli attribuiscono proprietà specifiche legate alla scansione temporale dell’alimentazione. Una revisione sistematica pubblicata nella Cochrane Database of Systematic Reviews consente di valutare queste ipotesi alla luce di dati sperimentali costruiti per il confronto diretto tra strategie dietetiche diverse, cioè studi randomizzati e controllati in cui il digiuno intermittente viene posto accanto alla restrizione calorica tradizionale o all’assenza di intervento.

L’analisi ha incluso 22 studi clinici randomizzati, per un totale di 1.995 adulti con sovrappeso o obesità, nei quali sono state sperimentate forme differenti di digiuno intermittente, come il digiuno a giorni alterni, gli schemi settimanali 5:2 e l’alimentazione limitata a finestre temporali giornaliere. La durata massima degli studi raggiungeva i dodici mesi. I risultati sono stati valutati mettendo a confronto la perdita di peso ottenuta con questi schemi rispetto a quella osservata con raccomandazioni dietetiche standard basate su una restrizione calorica continua, oppure in assenza di intervento.

Il punto centrale che emerge da questo insieme di dati è semplice nella sua formulazione e rilevante nelle implicazioni: la perdita di peso associata al digiuno intermittente risulta sostanzialmente sovrapponibile a quella ottenuta con altre strategie dietetiche quando il deficit calorico complessivo è comparabile. In altre parole, a parità di riduzione dell’energia introdotta, il modo in cui i pasti vengono distribuiti nel tempo non produce un effetto indipendente e misurabile sulla perdita di peso. Il confronto con l’assenza di intervento mostra una riduzione modesta, coerente con un apporto calorico inferiore, e contribuisce a chiarire che il meccanismo operativo rimane quello della deprivazione energetica.

Questo risultato ha un valore interpretativo preciso, perché tocca uno dei punti più discussi negli ultimi anni: l’idea che la struttura temporale dell’alimentazione possa, di per sé, attivare meccanismi metabolici specifici, legati ai ritmi circadiani, capaci di determinare una perdita di peso superiore rispetto a quella spiegata dal semplice deficit calorico. Gli studi comparativi disponibili non offrono un sostegno convincente a questa ipotesi. Quando due gruppi riducono l’introito energetico in misura simile, uno attraverso il digiuno intermittente e l’altro attraverso una restrizione calorica continua, l’esito sul peso corporeo tende a convergere. La demitizzazione di una presunta superiorità fisiologica del digiuno intermittente rappresenta quindi il risultato più solido dell’analisi.

Gli altri esiti considerati risultano più difficili da interpretare in modo netto. La qualità della vita è stata valutata in pochi studi e con strumenti non uniformi, senza differenze evidenti tra i diversi approcci dietetici. La probabilità di raggiungere una riduzione del peso pari al 5 per cento, soglia spesso utilizzata in ambito clinico come riferimento pratico, rimane incerta a causa della variabilità dei dati. Il reporting degli effetti indesiderati è incompleto e non consente una valutazione precisa del profilo di sicurezza relativo dei diversi schemi.

A questo si aggiungono limiti strutturali della letteratura disponibile. Molti studi hanno campioni contenuti, protocolli eterogenei e durate relativamente brevi, raramente superiori a un anno, mentre l’obesità è una condizione cronica che richiede osservazioni su tempi più lunghi per valutare stabilità dei risultati e mantenimento del peso perso. Anche la generalizzabilità è limitata, perché la maggior parte delle ricerche è stata condotta su popolazioni occidentali, prevalentemente bianche, in contesti controllati, con difficoltà nel trasferire automaticamente le conclusioni ad ambienti diversi, nei quali il comportamento alimentare dipende da variabili sociali e culturali difficili da standardizzare.

                               

Alla luce di questo insieme di dati, il digiuno intermittente si definisce con maggiore precisione per quello che è: uno schema organizzativo dell’alimentazione che può rappresentare, per alcune persone, un modo pratico per ridurre l’introito calorico complessivo. Il beneficio osservato sulla perdita di peso si colloca dentro questa cornice e non mostra segnali di un effetto additivo legato alla distribuzione temporale dei pasti. Il risultato più importante diventa proprio questo chiarimento, perché separa ciò che è stato dimostrato da ciò che è stato attribuito a questa strategia in termini di vantaggi metabolici specifici o di effetti circadiani autonomi.

Questa distinzione ha anche una ricaduta sul piano pubblico, dato che negli anni si è sviluppato un mercato di diete presentate come fondate su basi scientifiche solide prima che esistessero prove comparative adeguate. I dati disponibili riportano il discorso su un terreno più sobrio: diversi schemi dietetici possono condurre a una riduzione del peso se riescono a produrre e mantenere un deficit calorico; l’efficacia reale dipende in larga misura dalla sostenibilità individuale nel tempo. In questo quadro, l’attribuzione di proprietà fisiologiche speciali a singole strategie alimentari richiede una cautela maggiore di quella mostrata finora, perché il confronto diretto tra interventi indica che il fattore determinante rimane la quantità totale di energia introdotta, non la sua distribuzione lungo l’arco della giornata o della settimana.

 

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