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Che fine fanno le aziende confiscate alla mafia

Mag 26, 2023

AGI – Sono circa 3000 in Italia e 888 in Sicilia le aziende confiscate, secondo “Open Data Aziende Confiscate”. In provincia di Messina sono 81: il 37% afferisce alle Costruzioni, segue il Commercio (13,6%), il Manifatturiero (11,1%), Alloggio e ristorazione (8,6%) e Trasporti (6,2%). Il dato è emerso nel corso del convegno finale del progetto “O.K. Open Knowledge”, presentato da Unioncamere e sviluppato nell’ambito delle azioni previste dal Pon Legalità, svoltosi al Palazzo camerale della città dello Stretto.

“La Camera di commercio ha voluto aderire fortemente al progetto – afferma il vicepresidente dell’Ente camerale, Alberto Palella – finalizzato a far conoscere sul territorio il portale che il sistema camerale ha costruito insieme all’Agenzia nazionale dei beni sequestrati e confiscati per consentire di accedere ai dati sulle aziende confiscate. Dati arricchiti grazie all’utilizzo del grande patrimonio conoscitivo presente nel nostro Registro imprese”.

A introdurre i lavori, la segretaria generale dell’Ente camerale, Paola Sabella: “Nel progetto, abbiamo colto anche l’opportunità di favorire il confronto con tutti quei soggetti del territorio che vedono nel recupero delle aziende confiscate un’importante attività di sviluppo dell’economia: imprese, associazioni di categoria e istituzioni, a partire dalla Prefettura insieme agli enti locali e alle stesse Camere di commercio, oltre al mondo del partenariato sociale.

Trasparenza, collaborazione e partecipazione sono, infatti, valori che gli Enti camerali considerano come elementi imprescindibili non solo della legalità, ma anche dello sviluppo economico del territorio”. Relatori della giornata, il responsabile “Ok Open Knowledge” di Unioncamere, Giuseppe Del Medico; il responsabile “Osservatori sui fattori di sviluppo” del Centro studi “Guglielmo Tagliacarne”, Paolo Cortese; e l’amministratrice giudiziaria Stefania Di Buccio.

“Il progetto è finalizzato a diffondere l’utilizzo del portale attraverso il quale è possibile accedere digitalmente (Open Data Aziende Confiscate – Home – camcom.gov.it) e gratuitamente alle informazioni sulle aziende confiscate presenti su tutto il territorio nazionale – spiega Del Medico – quali la natura dell’azienda confiscata, la sua collocazione geografica e in quale settore produttivo opera”.

Lo stato di salute

Subito dopo, l’intervento di Cortese: “è noto che lo stato di salute delle confiscate non sia florido, per alcune critico, a seguito dell’iter di sequestro e confisca. Ma, dall’analisi dei bilanci, comprendiamo come vi siano situazioni differenziate e, in particolare, come in alcune aree e per alcuni settori vi siano aziende ancora competitive, addirittura sovraperformanti, come in Sicilia e nel settore agroalimentare. Inoltre, se restituite al mercato legale, complessivamente possono esprimere fatturati e investimenti molto superiori a quelli attuali”.

Infine, Di Buccio: “L’effettivo riutilizzo dei beni confiscati alla criminalità rappresenta il baluardo di una cultura della legalità diffusa e consapevole. La normativa italiana costituisce un’avanguardia nel sistema di aggressione dei patrimoni illeciti e assegnazione degli stessi alla società civile, attraverso un percorso restitutorio che trasforma il bene di pochi in bene di tutti. Quando questo percorso si applica alle aziende, la restituzione consente la conservazione dei livelli occupazionali e la valorizzazione di una nuova idea di fare azienda, basata sul rispetto dei diritti, dell’ambiente e dei valori sociali”.

L’esperto: “Vaccinare le aziende”

Cosa si può fare allora per tutelare queste imprese? “Esiste un piano aggressivo, che prevede la sottrazione dell’impresa ai proprietari e il suo incameramento; e ne esiste un altro, terapeutico: l’impresa sana non viene sequestrata ma sottoposta a controllo“, ha spiegato all’AGI Costantino Visconti, docente ordinario di Diritto Penale ed esperto formatore di un corso sul tema organizzato qualche tempo fa.

Per Visconti “È una sorta di tutoraggio, con l’alleanza degli stessi proprietari: si entra nell’azienda, la si ‘vaccina’ e la si restituisce ai titolari”. La sperimentazione è partita da tempo, e ha visto prese di posizioni di disponibilità sia del Viminale sia della Dia (al corso parteciperà anche il capo, Maurizio Vallone), ma oggi è l’arrivo del Piano di ripresa e resilienza (Pnrr) ad accelerarne i tempi.

Nella pratica si traduce così, spiega l’esperto: “Dobbiamo riuscire a riservare interdittive e confische alle imprese inguaribili, offrendo sempre più affiancamenti e sostegno alle imprese che vogliono operare nella legalità”.

Il caso Greco

Era il 27 febbraio del 2019, quando, in una mattina fredda, prima ancora che arrivassero i dipendenti nel cantiere di via Butera a Gela, Rocco ‘Riccardo’ Greco, 57 anni con un colpo di pistola alla tempia si uccise.

Fu un gesto che i tre figli non si aspettavano. Il “peso” morale dell’interdittiva antimafia sulla Cosiam, società edile di cui lui era titolare e poi direttore tecnico, Greco non lo sopportò. E se inizialmente aveva iniziato a dare battaglia amministrativa, non ha voluto assistere al gran finale.

Ma le cose andarono diversamente. La Prefettura di Caltanissetta avrebbe tenuto conto della posizione del Pm durante il processo di primo grado a Greco, ritenuto imprenditore colluso, e non della sentenza di assoluzione, che venne poi impugnata dalla Procura Generale. Il processo non si celebrò perché Greco già si era suicidato. E’ rimasto il risarcimento di 40 mila euro, poca cosa rispetto alla pioggia di appalti e le chance imprenditoriali perduti in tre mesi.

La Cosiam, infatti, dopo la morte di Greco ha cambiato assetto societario ed è stata subito inserita nella white list. Ma il danno ormai era fatto.

 

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