• 13 Marzo 2026 22:12

Corriere NET

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Bruno Contrada si porta nella tomba i segni di una tortura più crudele di un ergastolo

Mar 13, 2026

Quando vi parlano di giustizia, pensate a Bruno Contrada, l’ex capo della Squadra mobile di Palermo stritolato da un ingranaggio che lo ha tenuto in croce per quarant’anni senza che le sue colpe fossero state mai accertate oltre ogni ragionevole dubbio. E se vi parlano di processo giusto o di equilibrio fra accusa e difesa, pensate a un uomo che, con tutta la sua storia, i suoi meriti e le tante medaglie appese al muro, è stato costretto per quarant’anni a salire e scendere le scale dei tribunali e delle Corti di appello, a inseguire la Cassazione e pure la Corte di giustizia europea ma è riuscito a ottenere un risarcimento che però non gli ha restituito l’onore e non ha neppure sancito la sua innocenza. E poi, per completare la vostra idea e i vostri convincimenti sulla fantastica giustizia italiana, pensate anche all’antimafia chiodata, al dire e non dire dei pentiti e alle tante “boiate pazzesche” montate per smascherare trame oscure e regie occulte, tavoli ovali e servizi deviati. Contrada, che al tempo delle stragi di mafia ha avuto la malasorte di diventare il numero tre del Sisde, è stato uno dei tanti investigatori sospettati di doppio gioco, presi e appesi all’albero della gogna e incriminati – tenacemente, testardamente – per complicità coi boss. Solo che, a differenza del generale Mario Mori e degli altri ufficiali dei Carabinieri colpiti dagli stessi furori giudiziari, non ha avuto nemmeno l’attenuante di una imputazione a piede libero. E’ finito immediatamente – siamo nel 1992 – dietro le sbarre del carcere militare di Boccea. Condannato in primo grado a dieci anni ma assolto in Appello, nel 2007 fu rispedito in galera dalla Cassazione con sentenza definitiva e non gli è bastata una vita per liberarsi dalle nefandezze che gli sono state attribuite. Morto giovedì scorso, all’età di 94 anni, si porta nella tomba i segni di una tortura che forse è stata più crudele di un ergastolo. Nel 2015 la Corte di giustizia europea ha riconosciuto che i processi a suo carico erano stati illegittimi perché all’epoca dei fatti il reato di concorso esterno in associazione mafiosa “non era sufficientemente chiaro” e ha costretto l’Italia a risarcirlo con 285 mila euro, pari – secondo una penosa contabilità – a 440 giorni di carcere e a 1.540 giorni di arresti domiciliari. Ma la sua carriera e la sua esistenza erano state già bruciate, sciolte nell’acido dei sospetti e delle umiliazioni. Pensate: gli avevano persino revocato la pensione di vicequestore.

 

Altro che calvario. Segnato a dito come un malacarne venduto alle cosche, era stato trascinato pure tra le maglie del processo sulla strage di via D’Amelio e accusato di avere sottratto, nell’inferno provocato dal tritolo mafioso, la misteriosissima agenda rossa dove il giudice Paolo Borsellino, straziato dall’esplosione, aveva annotato le tracce di un ipotetico patto scellerato tra i boss di Cosa nostra e alcuni apparati dello stato, ovviamente corrotti e deviati. Ma nel 2023 – altra amara consolazione – i giudici di Caltanissetta, quelli che da venticinque anni cercano di fare luce sui mandanti e i complici di quel terribile attentato, hanno scritto in sentenza che la presenza di Bruno Contrada in via D’Amelio era stata solo una invenzione nata dal caos delle prime indagini. Una bugia, insomma. Un’altra crosta infamante appiccicata gratuitamente alla sua pelle e alla sua immagine. Ma – e veniamo al punto – come è possibile, nell’Italia dello stato di diritto, finire in una trappola così intrigata e cespugliosa, in un martirio così lungo e impietoso? Chiedetelo a Gaspare Mutolo, un picciotto della sanguinaria cosca dei corleonesi, che Contrada aveva arrestato nel 1997 al ristorante “Il gabbiano” dopo un inseguimento rocambolesco lungo i viali e la spiaggia di Mondello. Quando ’Asparino, un killer cresciuto alla scuola criminale di Totò Riina, capisce che la sua pacchia di latitante è finita, non ci pensa su due volte e si offre all’antimafia come pentito “a disposizione”: pronto cioè per tutte le rivelazioni e per tutti i teoremi. E, manco a dirlo, come primo atto del suo ravvedimento firma un verbale con il quale scarica, sullo sbirro che l’aveva ammanettato, una raffica di rancori, di insinuazioni, di accuse vere e verosimili, comunque tutte da verificare.

Nel frattempo alla procura di Palermo prende piede, cresce e si afferma un nucleo di “magistrati coraggiosi”, tutti duri e puri, che oltre a ripulire la Sicilia di ogni violenza e di ogni collusione con la mafia vogliono anche e soprattutto riscrivere la storia d’Italia. E Contrada diventa l’anello ideale per legare le ipotesi investigative più fascinose e gli scenari più allettanti per il circo mediatico-giudiziario. Ha un passato nei servizi segreti e appartiene quindi alla famigerata “zona grigia”, quella sospesa tra legalità e illegalità. Le menti raffinatissime dell’antimafia non se lo lasciano sfuggire. Lo interrogano, lo spremono, lo sfregiano e lo trasformano nell’imputato perfetto, nel manovratore occulto di ogni mistero, di ogni intrigo, di ogni complicità e ogni trattativa, sotterranea e scellerata, tra uno stato corrotto e una cupola mafiosa che vuole appropriarsi della politica, dell’economia e, addirittura, delle istituzioni. Non smetteranno di perseguitarlo.

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