MILANO – Professor Andrea Beltratti, docente di economia politica all’Università Bocconi e conoscitore del mondo bancario italiano, è preoccupato per la possibile instabilità dei mercati e per una classe politica che non sarà concentrata sulle scelte economiche.

E’ soddisfatto dell’esito del referendum?

No. E le spiego il mio punto di vista, che è squisitamente economico: penso che le conseguenze non saranno positive. Il voto di oggi si rifletterà su imprese, famiglie, tutti i cittadini. L’instabilità non aiuta a dare soluzione ai problemi di questo Paese, che restano molti e da risolvere in fretta.

Quale crede sia il percorso ottimale, giunti a questo punto, per l’Italia?

La Legge di Bilancio è ormai data per assodata: il tema – da questo punto di vista – è più formale che sostanziale. Sulla legge elettorale, invece, i tempi saranno necessariamente più lunghi. Ma il contesto del Paese è di un bisogno di rilancio strutturale, attraverso le riforme. Invece l’Italia si ritrova con una classe politica che giocoforza non sarà focalizzata sul tema economico. Per di più, le urne hanno mostrato che manca del tutto il supporto popolare al fatto che ci si debba focalizzare su questo tema.

Punta il dito sul mancato supporto, ma il voto è stato netto e inappellabile nei numeri. Eppure alla vigilia l’attesa internazionale era grande e non sono mancate le discusse prese di posizione, come quelle della stampa finanziaria anglosassone: crede che alla fine dei conti abbiano recato danno al fronte del “si”?

E’ stato un voto di protesta: contro il governo, contro la situazione economica delle famiglie, contro la globalizzazione. Il fronte del “no” ha coagulato tutti i voti di protesta in una semplice schedina. I poteri forti sono rimasti in secondo piano, anche perché se un articolo di Economist o Financial Times dovessero avere tutto l’effetto che si temeva sarebbe un messaggio preoccupante. Ma il dibattito non è stato per nulla sul tema del referendum, ha catalizzato altre tensioni del Paese.

E’ Pier Carlo Padoan l’uomo giusto per questo momento?

Non spetta a me il giudizio. Certamente chi conosce bene i dossier finanziari ed è un economista riconosciuto all’estero, è bene accetto.

Come si deve comportare il futuro governo circa le banche in crisi?

La via d’uscita ottimale sarebbe stata avere un “sì” che avrebbe aiutato i piani – per quanto difficili- già messi in atto. Gli investitori internazionali coinvolti nella ricapitalizzazione del Monte dei Paschi resteranno interessati verso l’Italia e le sue banche in difficoltà? Se questo si verificherà, basterà avere un esecutivo che confermi le linee finora tracciate. Se invece ci fosse un contraccolpo importante, tutto sarebbe complicato dall’assenza di un governo con mandato forte e da un mancato interesse per questi temi. E’ uno dei grandi capitoli aperti e incerti.

Cosa crede che farà a questo punto la Bce di Mario Draghi?

Non potrà che riaffermare il sostegno all’Italia, probabilmente del Quantitative easing (il programma d’acquisto di titoli, anche di Stato) con una estensione limitata al 2017. Ma se si guarda più in là, nella misura in cui questo voto verrà interpretato come un mancato entusiasmo dell’Italia verso uno sforzo di riforma, allora i tedeschi metteranno in discussione l’aiuto incondizionato che viene trasmesso dalla Bce. Credo che il 2017 verrà ancora gestito in maniera pragmatica, perché i costi di uno shock sarebbero troppo alti per tutti. Ma credo che se nelle prossime settimane – o massimo mesi – il Paese non metterà in campo un serio impegno di riforma economica, sarà difficile per i partner europei continuare a dare il loro appoggio.

Dice che il voto degli italiani verrà letto come una prova di “immaturità” a Bruxelles?

Non definirei tale una espressione popolare così forte. Purtroppo, però, ci dimentichiamo che l’Italia deve fare i conti con il suo grande problema: è uno dei Paesi più indebitati. La dialettica politica, la discussione sui temi generali quali la globalizzazione, deve restare senza dubbio al centro del tavolo. Ma non può prescindere dalla consapevolezza che senza un impegno serio di riforma economica, senza uno scatto in tal senso, rischia di rimanere un “lusso” che l’Italia non si può permettere.