• 9 Ottobre 2026 10:11

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Aura, dalle origini alla Volkswagen: la storia del nome nelle auto

Ott 9, 2026

Aura. Una parola di uso comune tra le nuove generazioni, che anche il settore automobilistico sta riscoprendo con l’avvento della Volkswagen ID. Aura T6 approdata sul mercato cinese a settembre. In vendita a partire da 129.900 euro, il SUV apre il sentiero alla famiglia annunciata al Salone di Shanghai del 2025, dove il costruttore di Wolfsburg aveva tolto il velo a una concept berlina con lo stesso nome. Per quanto possa sembrare una scelta legata alle tendenze del momento, però, il termine ha precedenti piuttosto remoti, alcuni dei quali risalenti addirittura agli anni Venti del secolo scorso.

Nel gergo attuale aura si riferisce al carisma di una persona, tanto che sui social si è diffusa l’abitudine di assegnare o togliere simbolicamente dei punti in base ai comportamenti. Se la applichiamo ai motori, la parola evoca prestigio e personalità, ma decenni prima della moda attuale assumeva un altro significato.

Un leone sul cofano e le auto chiamate Aura

Già negli anni Venti Franklin aveva adottato il motto latino “Aura Vincit”, ovvero “l’aria vince”, accompagnato da un leone sul cofano delle proprie automobili.

Con un salto di parecchi decenni, Aura cominciò a comparire nei listini: nel 1991 Citroën lo scelse per un allestimento della ZX, una compatta che condivideva la gamma con versioni chiamate Reflex, Avantage e Volcane. Oltreoceano arrivò invece la Saturn Aura, anticipata da una concept nel 2005 e commercializzata l’anno successivo.

Hyundai ha dunque puntato su Aura per una berlina annunciata nel 2019 e destinata al mercato indiano, mentre nel 2021 Nissan ha presentato la Note Aura, versione più ricercata della compatta proposta in Giappone. La Casa nipponica ha spiegato la mossa richiamando il concetto di eleganza e quella particolare presenza che permette a un’auto di distinguersi dalle altre.

Meno immediato è il collegamento con Toyota, che nel 2006 ha introdotto il nome Auris, ricavato dall’unione del latino aurum, oro, e dell’inglese aura, come spiegato dalla stessa azienda.

Dai marchi di lusso ai punti aura

Prima di diventare un nome da mettere sul portellone, l’aura era già entrata nel vocabolario della stampa specializzata. Nel febbraio 1976, per esempio, la rivista britannica Motor Sport lamentava che la Fiat 131 avesse smarrito l’aura un tempo associata al marchio torinese, un giudizio da non intendersi come una critica rivolta a una particolare dotazione, bensì come una constatazione sul carattere perduto.

In un contesto differente Ferrari si è avvalso sempre della parola nel prospetto pubblicato per la quotazione del 2015, dove parlava di aura of exclusivity, associando la percezione di esclusività alla desiderabilità delle proprie vetture.

Nel frattempo, il linguaggio giovanile ha dato al termine un’altra sfumatura. L’Accademia della Crusca colloca nel 2024 l’affermazione dei “punti aura”, che si guadagnano o si perdono simbolicamente attraverso comportamenti e situazioni più o meno memorabili. Persino Valeo, azienda specializzata in componenti automobilistici, ha ripreso l’espressione negative aura points in una comunicazione sui sistemi di illuminazione.

Non sappiamo se questa moda abbia influito sulla strategia di Volkswagen: senz’altro all’arrivo della ID. Aura T6 nelle concessionarie cinesi, il suo nome aveva già alle spalle un secolo di storia automobilistica.

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