• 26 Gennaio 2026 22:39

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Alcamo Marina, 50 anni dopo: Lucio Luca riapre il caso, tra depistaggi e verità negate

Gen 26, 2026

AGI – Alcamo Marina, cinquant’anni dopo. La casermetta “Alkamar” è lì, affacciata su un tratto di costa che oggi sembra innocuo. Ma in quella notte tra il 26 e il 27 gennaio 1976 due carabinieri vennero uccisi nel sonno e, da allora, attorno a quei colpi di pistola si è addensata una nebbia fatta di piste sbagliate, confessioni estorte, processi infiniti e domande rimaste sospese.

È da qui che riparte Lucio Luca con L’ultima spiaggia. Alkamar, la strage dimenticata e cinquant’anni di misteri italiani, un “saggio raccontato” che segue un filo nero dentro mezzo secolo di zone grigie e verità comode.

Perché tornare oggi ad Alcamo Marina? Che cosa, dopo cinquant’anni, ti ha fatto capire che questa storia non era davvero finita?

Da sempre mi chiedo perché una strage come quella della casermetta Alkamar, due carabinieri trucidati nel sonno, non sia mai entrata nel Pantheon degli eventi eccellenti della storia del nostro Paese. Quasi come se qualcuno avesse avuto l’interesse a tenere lontani i riflettori da un episodio di sangue così eclatante. Nessuno ricorda i nomi delle vittime e, al di là delle brevi celebrazioni annuali davanti alla lapide, non se ne parla in tv, sui giornali, nelle scuole. Per questo ho deciso di rileggere tutti i documenti legati all’eccidio, i verbali dell’epoca, le sentenze che hanno condannato i quattro giovani arrestati che 36 anni dopo sono stati scagionati in un processo di revisione. E mi sono reso conto che in questa storia non c’è nulla che quadra. A parte il fatto che nelle carte spuntano qui e là nomi che ritroveremo in decine di altri misteri italiani, da Impastato a Rostagno fino addirittura alla morte in Somalia di Ilaria Alpi e Milan Horovatin. 

Nel libro dai grande peso alla dimensione umana. Qual è stato il dettaglio o la testimonianza che ti ha colpito di più e ti ha fatto “sentire” la vicenda, oltre i fascicoli?

È stato decisivo l’incontro con Peppe Gulotta, l’ex ragazzo di diciott’anni che sognava di entrare nella Guardia di Finanza e una notte si è ritrovato accusato di aver ammazzato due carabinieri. Sono stato colpito dalla sua serenità, dal fatto che non riesca a odiare, dalla voglia di ricominciare dopo 22 anni di carcere da innocente e ben undici processi nell’arco di 36 anni. Era poco più che adolescente quando è iniziata questa storia, si è perso tutto: amici, affetti, famiglia, anche il figlio che di fatto ha “conosciuto” davvero soltanto quando è uscito definitivamente dal carcere. Quando ci siamo visti gli ho chiesto: “Ma come hai fatto a non impazzire?”. Mi ha risposto: “Ogni sera andavo a dormire ma prima mi dicevo: oggi non è successo niente ma domani qualcosa succederà e capiranno che io con quella strage non ho nulla a che fare”. Lui era sicuro che prima o poi sarebbe riuscito a uscire dall’incubo. Se non oggi, domani. Fino a quando domani è arrivato

Giuseppe Gulotta è uno snodo centrale. Quando hai capito che la sua storia era una chiave per leggere un’intera stagione italiana?

L’ho capito leggendo in che modo era stata condotta questa inchiesta. Le torture per estorcere le confessioni dei quattro accusati, la dinamica di una strage completamente diversa dal modus operandi della mafia. Che, effettivamente, in questo episodio c’entra poco o nulla. Mi ha colpito scoprire che gli stessi carabinieri che indagavano ad Alcamo Marina sono gli stessi che hanno depistato l’inchiesta sulla morte di Peppino Impastato. Che la cartella nella quale il militante di Dp raccoglieva documenti sulla morte dei due militari uccisi non è mai stata ritrovata. Che la sua ipotesi fosse quella di strani traffici sulla costa a cavallo tra Palermo e Trapani, praticamente quello che aveva documentato Mauro Rostagno in una cassetta video sparita dopo la sua morte. E che in quella zona, negli anni Settanta e Ottanta, c’era uno dei centri più importanti di Gladio del mezzogiorno d’Italia, il centro Scorpione, dove operavano pezzi dei Servizi deviati, della massoneria, dell’eversione nera e – ovviamente – della mafia. Ecco, a un certo punto ho capito perché su Alkamar non si è mai voluto andare a fondo: forse conveniva a tanti far marcire in carcere quattro innocenti piuttosto che accendere i riflettori. 

Depistaggi e verità “comode”: qual è il momento in cui l’indagine cambia natura, passando dalla ricerca del colpevole al bisogno di chiudere il caso?

Credo che fin dall’inizio a qualcuno sia arrivato l’ordine di imboccare una pista palesemente infondata come quella del terrorismo rosso per coprire i veri autori materiali. Bisognava dare in pasto un colpevole all’opinione pubblica e, nello stesso tempo, coprire chi si era macchiato di un crimine orrendo. Forse perché quei due carabinieri avevano visto qualcosa che non dovevano vedere e si erano trovati nel posto sbagliato e nel momento sbagliato. Però siamo solo nel campo delle supposizioni, visto che dopo l’assoluzione di Gulotta e degli altri nessuno ha ritenuto di dover indagare ancora. Sono passati cinquant’anni, temo che anche la strage di Alcamo Marina rimarrà per sempre nel lungo elenco dei misteri italiani. 

Cosa rappresenta per te quella casermetta? È un luogo reale o diventa una metafora dei “misteri italiani” e delle zone grigie?

È uno snodo della storia italiana. Un luogo insignificante dove una notte muoiono due giovani carabinieri mai coinvolti in inchieste sulla criminalità organizzata. Uccisi in modo atroce, senza un motivo. Dimenticati da tutti. Una “non storia” che racconta invece come questo Paese nasconda segreti inconfessabili. Io ho cercato di seguire un filo rosso – anzi nero – che attraversa cinque decenni. Nel libro non ci sono risposte, spero però di far riflettere su quello che è avvenuto e sulle tante – troppe – coincidenze che portano sempre verso un’unica direzione.   

Qual è la domanda che vorresti rimanesse al lettore quando chiude il libro?

Perché abbiamo tollerato tutto questo? In nome di quale interesse nazionale è stato deciso di rovinare la vita a delle persone per salvare i veri assassini? Senza, per altro, dare giustizia a due carabinieri che probabilmente non hanno nemmeno avuto il tempo di capire perché stavano morendo.

 

 

 

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