• 29 Novembre 2021 22:37

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A un anno dalla morte Napoli ricorda Maradona con tre statue

Nov 25, 2021

AGI – “Peppiniello quelle statue passano a tre”. È il caso di parafrasare Totò in ‘Miseria e nobiltà’ per raccontare uno dei due aspetti del tributo di Napoli a Maradona nell’anniversario della sua morte.

L’omaggio che forse mostra di più quanto sia lacerata quella città che a fine anni ’80 invece l’indimenticato Pibe de oro fu capace di unire in un afflato di speranza e di riscatto, che poi caratterizzò meglio la stagione dei sindaci del 1993 e la sua riscossa come capitale della cultura e del turismo.

Sono infatti tre le statue dedicate al calciatore più forte di tutti i tempi da tre istituzioni cittadine.

La prima, la più discussa, concepita già un anno fa  come omaggio dell’amministrazione comunale, oggetto di polemiche fin da allora, e infine donata dal suo autore, Domenico Sepe, al Comune, doveva essere posizionata già al luglio scorso all’interno dello stadio Maradona.

Ma gli altalenanti rapporti tra Aurelio de Laurentiis e la giunta retta da Luigi de Magistris ne hanno bloccato l’istallazione, poi spostata all’esterno.

E domani, alle 13,30, nel piazzale antistante i varchi del settore Distinti verrà posizionata la scultura in bronzo che ritrae il fuoriclasse argentino, visibile fino alle 22, in attesa della sua definitiva collocazione nelle prossime settimane.

Ci saranno anche esponenti dei gruppi ultrà a questa cerimonia, intenzionati poi a ricordare a modo loro il centravanti della mano de Dios con cori e fumogeni intorno allo stadio di sera, e poi tornando presenti in curva in occasione della partita con la Lazio.

Nei social intanto impazza l’ennesima querelle perché in fase iniziale lo scultore aveva posizionato la palla davanti al piede sbagliato, il destro, e non il micidiale sinistro con cui Diego violava la porta avversaria ogni volta che voleva.

La seconda statua in ordine di tempo è quella che lo stesso de Laurentiis ha commissionato per l’impianto sportivo, che sarà messa il 28 novembre negli spogliatoi del Maradona, prima della partita con la Lazio, firmata da Stefano Ceci, con gli arti modellati secondo le proporzioni di quelli del calciatore.

Anche in questo caso, non sono da escludere polemiche come quelle già legate alla maglietta celebrativa indossata nelle ultime partite dai calciatori, blu scuro con l’effigie del campione nera sullo sfondo di una sorta di impronta digitale bianca, ispirata a quadri dell’artista Giuseppe Klain, gadget in vendita per 150 euro.

La terza statua invece è già stata inaugurata ed è all’interno del Museo archeologico nazionale, in uno dei suoi giardini, frutto del lavoro di Christian Leperino e di una donazione Artbonus di un imprenditore, Gianfranco D’Amato,  chiamata ‘Il sogno dell’eroe’, con sembianze di una Nike classica, il cui ricordo in realtà è legato soltanto alle sue iniziali scolpite in basso.

La gente, quella gente che Maradona amava al punto da lasciar correre che speculasse sulla sua immagine, non rivendicando diritti per le migliaia di sciarpe e maglie e bandiere con il suo volto in vendita sulle bancarelle, il suo 10 lo ricorda a modo suo da sempre, da quando lasciò la città di notte, quasi in maniera clandestina.

Napoli non ha rinunciato al suo mito, a quell’uomo che una folla era capace di attendere ogni giorno davanti alla sua casa certa di non rimanere senza una parola, un sorriso, un aiuto economico, un incoraggiamento, una promessa di interessarsi.

Nascono così il murale dei Quartieri Spagnoli, diventato altare pagano di un mito accolto nel Pantheon dei santi salvifici della città, alla pari di San Gennaro.

Come questi ha bloccato la peste devastante e l’eruzione del Vesuvio nel ‘600, così Maradona ha restituito a questa città fragile e forte il suo ruolo e la sua identità di capitale italiana, omogeneizzando ancora in un corpo unico alto e basso, plebe e aristocrazia, come in quel Te Deum ateo che professionisti e intellettuali gli dedicarono in vita.

Non è il solo, perché già in concomitanza della conquista del primo scudetto, nel 1987, l’effigie dell’indimenticato capitano capace di costruire con il suo genio il gioco di tutta la squadra, era spuntata in quasi ogni angolo del centro storico e delle periferie.

Qualche anno fa la consacrazione con quello di Jorit nel quartiere Est di San Giovanni a Teduccio.

L’altarino più conosciuto, invece, è nel cuore dei Decumani, all’interno di un bar molto noto anche per l’estrema qualità del suo caffè  e contiene un capello del calciatore, raccolto proprio dal titolare del locale e collocato in una teca di vetro, via via circondata da ‘santini’ fatti da figurine del calciatore e bigliettini in cornici sempre più ingombranti.

Ancora oggi è vivo l’omaggio di pochi turisti e dei molti napoletani che sanno dove andare a salutare il loro campione.

Ma il ricordo che forse Maradona avrebbe apprezzato di più, è quello dei bambini dei quartieri di Napoli, impegnati domani pomeriggio nel torneo di calcio a cinque a lui intitolato: venti squadre di baby calciatori dai 9 ai 12 anni nel parco Ventaglieri.

In molti, tra i loro genitori, ricordano tutte le volte che il campione ha giocato in un cortile o in un giardino per rallegrare proprio qualche bambino che aveva espresso il desiderio di vederlo palleggiare.

Lucia Vignati, 75 anni, ex cuoca e governante in casa Maradona, moglie del custode dell’allora San Paolo, Saverio, continua a piangerlo anche per questi gesti nella sua casa di Miano, dove con uno dei suoi 11 figli (“Il dodicesimo era Diego”, ha sempre detto) ha allestito un museo fatto con i cimeli ‘scartati’ nel cambio di società o regali dello stesso Maradona.

AGI – “Peppiniello quelle statue passano a tre”. È il caso di parafrasare Totò in ‘Miseria e nobiltà’ per raccontare uno dei due aspetti del tributo di Napoli a Maradona nell’anniversario della sua morte.
L’omaggio che forse mostra di più quanto sia lacerata quella città che a fine anni ’80 invece l’indimenticato Pibe de oro fu capace di unire in un afflato di speranza e di riscatto, che poi caratterizzò meglio la stagione dei sindaci del 1993 e la sua riscossa come capitale della cultura e del turismo.
Sono infatti tre le statue dedicate al calciatore più forte di tutti i tempi da tre istituzioni cittadine.
La prima, la più discussa, concepita già un anno fa  come omaggio dell’amministrazione comunale, oggetto di polemiche fin da allora, e infine donata dal suo autore, Domenico Sepe, al Comune, doveva essere posizionata già al luglio scorso all’interno dello stadio Maradona.

Ma gli altalenanti rapporti tra Aurelio de Laurentiis e la giunta retta da Luigi de Magistris ne hanno bloccato l’istallazione, poi spostata all’esterno.
E domani, alle 13,30, nel piazzale antistante i varchi del settore Distinti verrà posizionata la scultura in bronzo che ritrae il fuoriclasse argentino, visibile fino alle 22, in attesa della sua definitiva collocazione nelle prossime settimane.
Ci saranno anche esponenti dei gruppi ultrà a questa cerimonia, intenzionati poi a ricordare a modo loro il centravanti della mano de Dios con cori e fumogeni intorno allo stadio di sera, e poi tornando presenti in curva in occasione della partita con la Lazio.
Nei social intanto impazza l’ennesima querelle perché in fase iniziale lo scultore aveva posizionato la palla davanti al piede sbagliato, il destro, e non il micidiale sinistro con cui Diego violava la porta avversaria ogni volta che voleva.
La seconda statua in ordine di tempo è quella che lo stesso de Laurentiis ha commissionato per l’impianto sportivo, che sarà messa il 28 novembre negli spogliatoi del Maradona, prima della partita con la Lazio, firmata da Stefano Ceci, con gli arti modellati secondo le proporzioni di quelli del calciatore.
Anche in questo caso, non sono da escludere polemiche come quelle già legate alla maglietta celebrativa indossata nelle ultime partite dai calciatori, blu scuro con l’effigie del campione nera sullo sfondo di una sorta di impronta digitale bianca, ispirata a quadri dell’artista Giuseppe Klain, gadget in vendita per 150 euro.
La terza statua invece è già stata inaugurata ed è all’interno del Museo archeologico nazionale, in uno dei suoi giardini, frutto del lavoro di Christian Leperino e di una donazione Artbonus di un imprenditore, Gianfranco D’Amato,  chiamata ‘Il sogno dell’eroe’, con sembianze di una Nike classica, il cui ricordo in realtà è legato soltanto alle sue iniziali scolpite in basso.
La gente, quella gente che Maradona amava al punto da lasciar correre che speculasse sulla sua immagine, non rivendicando diritti per le migliaia di sciarpe e maglie e bandiere con il suo volto in vendita sulle bancarelle, il suo 10 lo ricorda a modo suo da sempre, da quando lasciò la città di notte, quasi in maniera clandestina.
Napoli non ha rinunciato al suo mito, a quell’uomo che una folla era capace di attendere ogni giorno davanti alla sua casa certa di non rimanere senza una parola, un sorriso, un aiuto economico, un incoraggiamento, una promessa di interessarsi.
Nascono così il murale dei Quartieri Spagnoli, diventato altare pagano di un mito accolto nel Pantheon dei santi salvifici della città, alla pari di San Gennaro.
Come questi ha bloccato la peste devastante e l’eruzione del Vesuvio nel ‘600, così Maradona ha restituito a questa città fragile e forte il suo ruolo e la sua identità di capitale italiana, omogeneizzando ancora in un corpo unico alto e basso, plebe e aristocrazia, come in quel Te Deum ateo che professionisti e intellettuali gli dedicarono in vita.
Non è il solo, perché già in concomitanza della conquista del primo scudetto, nel 1987, l’effigie dell’indimenticato capitano capace di costruire con il suo genio il gioco di tutta la squadra, era spuntata in quasi ogni angolo del centro storico e delle periferie.
Qualche anno fa la consacrazione con quello di Jorit nel quartiere Est di San Giovanni a Teduccio.
L’altarino più conosciuto, invece, è nel cuore dei Decumani, all’interno di un bar molto noto anche per l’estrema qualità del suo caffè  e contiene un capello del calciatore, raccolto proprio dal titolare del locale e collocato in una teca di vetro, via via circondata da ‘santini’ fatti da figurine del calciatore e bigliettini in cornici sempre più ingombranti.
Ancora oggi è vivo l’omaggio di pochi turisti e dei molti napoletani che sanno dove andare a salutare il loro campione.
Ma il ricordo che forse Maradona avrebbe apprezzato di più, è quello dei bambini dei quartieri di Napoli, impegnati domani pomeriggio nel torneo di calcio a cinque a lui intitolato: venti squadre di baby calciatori dai 9 ai 12 anni nel parco Ventaglieri.
In molti, tra i loro genitori, ricordano tutte le volte che il campione ha giocato in un cortile o in un giardino per rallegrare proprio qualche bambino che aveva espresso il desiderio di vederlo palleggiare.
Lucia Vignati, 75 anni, ex cuoca e governante in casa Maradona, moglie del custode dell’allora San Paolo, Saverio, continua a piangerlo anche per questi gesti nella sua casa di Miano, dove con uno dei suoi 11 figli (“Il dodicesimo era Diego”, ha sempre detto) ha allestito un museo fatto con i cimeli ‘scartati’ nel cambio di società o regali dello stesso Maradona.

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