Dieci, cento, mille Leonardo Maria Del Vecchio. Il vero difetto dell’erede Luxottica è di essere uno solo: ce ne vorrebbero tanti di mecenati come lui. Finti spiritosi e veri invidiosi lo criticano non perché televisivamente goffo (è una colpa? Son tutti nati davanti a una telecamera?) ma perché ricco e per giunta rampollo: ricco per meriti paterni. Ma l’Italia è piena di ricchi e semiricchi, tali soltanto perché figli di qualcuno che ha fatto fortuna negli anni del boom, e non spendono un euro in cultura neanche a sparargli. Le città d’arte pullulano di ignoranti pocofacenti che campano affittando su Airbnb gli appartamenti avuti. Non è nemmeno una grande novità. “Roma mi ricorda un uomo che si mantiene mostrando ai viaggiatori il cadavere di sua nonna”, scriveva Joyce già nel 1906. La grande novità è che si è romanizzata mezza Italia: andate a vedere quanti affari si fanno col cadavere di Bologna… Il grande problema di noialtri dell’artigianato culturale è che questi ricchi e semiricchi non comprano libri, non comprano quadri, ormai non comprano neppure vestiti (a sentire gli amici che lavorano nell’abbigliamento). E adesso che abbiamo uno straricco che miracolosamente spende in cultura, vi permettete di prenderlo in giro? Vi sentite tanto superiori?
Nemmeno io mi sentirei a mio agio davanti a Lilli Gruber! Insomma lasciatelo in pace, non sia mai che cambi idea. Del Vecchio Junior sta spendendo in giornali e in trattorie, e le seconde non sono culturalmente meno preziose dei primi. L’anima della cucina italiana risiede nelle trattorie, non nei ristoranti stellati tutti più o meno asiatizzati, si vede che senza il miso la Michelin non li considera. L’altro giorno sono stato alla Trattoria del Ciumbia, il locale aperto da Leonardo Maria in Brera. Mi è tornato in mente Gianni Brera e non solo per la toponomastica. Il Gran Lombardo si sarebbe sentito a casa, avrebbe molto apprezzato il dialetto dell’insegna e la milanesità del menù: i nervetti, il risotto col midollo (oggi un risotto estremo), l’ossobuco… Filologia, gastronomia e scenografia, grazie agli studiatissimi dettagli che riconducono a una Milano da bere che merita rimpianti, non certo risatine. Purtroppo Del Vecchio di persona non lo conosco, mi piacerebbe incontrarlo e farmi offrire il pranzo (alla Trattoria del Ciumbia i prezzi non sono precisamente da trattoria) e poi fare una passeggiata non per Brera, troppo affollata, ma un poco più in là, a Spinazzola, il paese dove sono nati papi e condottieri e pure sua nonna Grazia. Lassù sull’Alta Murgia oggi passo soltanto io, nei miei vagabondaggi fra Puglia e Lucania alla ricerca di silenzio e di vento. Lo porterei nella macelleria Erriquez dove mi rifornisco di salumi e di orecchiette e poi sulla piazza assolata. Inforcheremo entrambi gli storici occhiali della Casa, i Persol, dal 1938 i miei preferiti anche per via del nome autarchico (“Per il sole”). Sono sicuro che anche stavolta qualcuno ci troverebbe qualcosa da ridire, o da ridere. Ma perché? Semplice: perché il riso abbonda sulla bocca degli stolti.