LA TESTIMONIANZA
La testimonanza di Hikma, una giovane etiope salvata dalla Open Arms
19 agosto 2019

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«Sono stata rinchiusa e torturata, come tutti quelli che sono in Libia, è un posto pericoloso: per un anno e 4 mesi sono stata rinchiusa in una prigione, per una altro anno e mezzo in un magazzino: mi davano calci, pugni, è stato terribile». A raccontarlo è Hikma, 18 anni, etiope, una dei 13 naufraghi sbarcati dalla Open Arms cinque giorni fa per motivi di salute. Ai trafficanti ha pagato 6.000 dinari libici (oltre 3.500 euro, tutti i risparmi della sua famiglia) per potere lasciare la prigione e imbarcarsi.
«Sono salita su un gommone, eravamo in 55 – ricorda da Lampedusa, dove finalmente ha messo piede – Siamo rimasti in mare per due giorni,
poi siamo stati soccorsi dalla Open Arms». A bordo dell’imbarcazione spagnola non è stato facile. «Tutti ammassati uno accanto all’altro, ci coprivamo con delle tende dal sole e dal freddo della sera; da mangiare ci davano sempre maccheroni», aggiunge con una involontaria risposta al ministro dell’Interno Salvini che riferendosi ai salvataggi in mare delle navi Ong ha parlato di «crociere turistiche».
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Hikma non ricorda se tutti i suoi compagni di viaggio si sono
salvati. «Io sono qui con mia sorella, anche lei è nel centro di
Lampedusa». In Etiopia ha concluso il quinto anno di studi prima
di partire. Sogna di poter continuare a studiare. «L’incubo per
fortuna è finito, ora sono libera», dice la giovane etiope.
«Ora sto bene, voglio andare a Roma per proseguire gli studi».
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