Un fenomeno simile è in corso da qualche anno anche qui da noi. Quartieri che si svuotano degli indigeni “sciur” e delle originali “madamin” e che progressivamente vengono occupati da immigrati provenienti dall’Africa o dall’Asia, in un processo cumulativo che il Nobel per l’economia Thomas Schelling ha definito “tipping-in / tipping-out”. La conseguenza è una forma di segregazione nella maggior parte dei casi involontaria. Basta un livello anche molto basso di omofilia (tra il cinque e il venti per cento, secondo alcune stime empiriche), per attirare una famiglia straniera in un vicinato dove c’è già una famiglia della stessa nazionalità e per far sì che una famiglia indigena decida di lasciare il suo quartiere d’origine. Questa famiglia immigrata che arriva, ha affittato la casa da una famiglia italiana.
Effetto netto: una famiglia italiana in meno ed una famiglia straniera in più. Al crescere del numero delle famiglie straniere diventa sempre più conveniente, in quel quartiere, aprire attività commerciali a matrice etnica: un ristorantino, un piccolo supermarket, magari al posto della vecchia pizzeria e del vecchio pizzicagnolo. E così il processo di modificazione procede, non per una volontà segregante o per un complotto di sostituzione etnica finanziato da Soros, ma sulla base di una preferenza, anche limitata, per il simile, sia da parte dei vecchi residenti, che tenderanno a trasferirsi lasciando case e attività (tipping-out), ma anche da parte dei nuovi residenti che troveranno nuovi spazi e vicini affini (tipping-in). Ecco che, nel giro di pochi anni, quartieri e intere zone delle nostre città, avranno assunto una struttura etnicamente, religiosamente e spesso anche linguisticamente, segregata.
MIND THE ECONOMY / Saper cooperare è un bene prezioso
Questo avrà un effetto importante anche sulle scuole, perché le scuole di quei quartieri avranno una maggioranza di alunni stranieri, che quindi interagiranno più frequentemente con bambini stranieri, rendendo la segregazione ancora più profonda. Non è necessario che una società sia razzista affinché questo accada; è una conseguenza naturale della nostra, anche ridottissima, preferenza per il simile, della nostra, anche sottile e quasi impercettibile, omofilia. Chi cerca di far credere il contrario è in malafede e spera di utilizzare la paura, l’insicurezza, la mancata comprensione dei fenomeni, a fini elettorali. Essenzialmente per conquistare e gestire potere. Detto questo, è legittimo, però, chiedersi cosa ci sia di male in una società nella quale i simili stanno coi simili, quando questa segregazione non sia frutto di discriminazione, ma di una naturale tendenza a voler interagire con coloro che ci appaiono più simili a noi? Di male, da un punto di vista morale, niente. Sarebbe un’etica-patetica, come ogni tanto sottolinea mio figlio adolescente.
Però qualche controindicazione potrebbe effettivamente esserci. Per esempio, società con un livello più elevato di segregazione, tendono ad essere più diseguali; società che forniscono opportunità di mobilità sociale solo ad alcuni e non a tutti; società dove troppo spesso i destini sono segnati dalla fortuna e non dall’impegno e dal merito. Sono, inoltre, società dove i gruppi di interesse economico-politico la fanno da padrone, influenzando in maniera rilevante, la vita di tutti. Diversi studi hanno mostrato, tra le altre cose, come un elevato livello di segregazione sia correlato negativamente con la qualità dei governi (Alesina, A., Zhuravskaya, E. “Segregation and the Quality of Government in a Cross Section of Countries.” American Economic Review, 2011, 101(5): 1872-1911) e come a livelli maggiori di segregazione corrispondano performance economiche, espressa in termini di PIL pro-capite, decisamente peggiori (Jackson, M., 2019. The Human Network. Pantheon Books).