• 22 Giugno 2026 9:35

Corriere NET

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Dieci anni di Brexit, come è cambiata (in peggio) l’economia britannica

Giu 22, 2026

AGI – Dopo 10 anni di Brexit, la ricorrenza del referendum cade mercoledì 24 giugno, l’economia della Gran Bretagna non ha beneficiato della scelta di uscire dalla Ue. Anche la stabilità del sistema politico sembra averne risentito: dal 2016 a oggi si sono avvicendati 6 premier diversi a Downing Street, con l’attuale primo ministro laburista Keir Starmer che appare sempre più in bilico.

La Brexit, sulla base dei dati raccolti a fine 2025, ha stimato uno studio del National Bureau of Economic Research, ha ridotto il PIL del Regno Unito del 6-8%, gli investimenti del 12-13%, l’occupazione del 3-4% e la produttività del 3-4%. Uno scenario negativo a cui si sono aggiunti la pandemia di Covid, il conflitto in Ucraina e quelli in Medio Oriente.

I fattori economici negativi

La ricerca individua quattro canali attraverso i quali la Brexit ha influenzato negativamente l’economia del Regno Unito: un aumento persistente dell’incertezza, che ha pesato in particolare sugli investimenti; la minore domanda di beni e servizi; la riduzione degli investimenti in innovazione e IT; le aziende più produttive e con maggiore esposizione internazionale sono state tra le più danneggiate.

I tempi dell’uscita

Altro fattore critico, secondo il paper, è stata la durata dell’iter di uscita, con un periodo di transizione durato fino al 31 dicembre 2020 e negoziati sull’Irlanda del Nord che si sono protratti fino al 2023. Di fatto, il processo della Brexit si è concluso pienamente solo nel 2024.

L’analisi dell’Nber

“Questi fattori potrebbero essere stati più importanti degli effetti della riduzione degli scambi commerciali con l’UE, almeno inizialmente”, analizza la ricerca dell’Nber.

Le stime dell’Office for Budget Responsibility

L’Office for Budget Responsibility, invece, lo scorso anno ha stimato che il rapporto commerciale post-Brexit tra il Regno Unito e l’Ue, ha ridotto la produttività a lungo termine del 4% rispetto alla permanenza in Europa. L’aumento delle barriere non tariffarie al commercio tra Regno Unito e UE, si legge nello studio, “rappresenta un ulteriore ostacolo allo sfruttamento del vantaggio comparato“. Il documento sottolinea che nel lungo periodo, “sia le esportazioni che le importazioni saranno inferiori di circa il 15%” rispetto a quanto sarebbero state se il Regno Unito fosse rimasto nell’Ue. E che i nuovi accordi commerciali con paesi extra-UE “non avranno un impatto significativo e qualsiasi effetto sarà graduale”.

Il parere della Bank of England

In un podcast con Sky News, nei giorni scorsi il governatore della Bank of England Andrew Bailey ha proposto una valutazione articolata dei primi 10 anni della Brexit. “Credo che il livello di attività e di crescita economica sia stato inferiore. Il motivo è che se si riducono i mercati britannici, le dimensioni di quelli con cui commerciamo, quindi riduciamo i nostri mercati di esportazione, ciò tende ad avere un impatto negativo sulla crescita, sulla produttività e sulle dimensioni del mercato. L’abbiamo imparato da Adam Smith“.

Gli effetti sulla City

Da un altro punto di vista, Bailey argomenta, “se torniamo indietro di dieci anni, la gente diceva che questo sarebbe stato molto negativo per la City di Londra, per i mercati finanziari britannici. Ora, non sto fingendo che sia stato positivo, però a mio avviso non è stato neanche lontanamente dannoso come molti avevano previsto all’epoca”.

La percezione dei cittadini

Un sondaggio realizzato dall’European Council on Foreign Relations rileva che gli intervistati segnalano effetti negativi della Brexit sul costo della vita (66%), sull’economia (65%), sulle opportunità per i giovani (57%) e sull’immigrazione clandestina (56%). Persino il 58% di coloro che hanno votato per la Brexit ritiene che abbia peggiorato l’immigrazione clandestina, tema centrale della campagna referendaria. Alla domanda su quali siano i principali vantaggi della Brexit, la risposta di gran lunga più frequente è “non so“. La seconda più frequente è “nessuna delle precedenti“.

Le prospettive economiche

A marzo le stime per la crescita della Gran Bretagna nel 2026 sono state riviste al ribasso da +1,4% a +1,1%, un taglio che riflette l’incertezza geopolitica diffusa. La scorsa settimana la BoE ha mantenuto invariato il tasso di interesse bancario al 3,75%, la banca centrale però ha rilevato che la guerra in Medio Oriente ha interrotto i trasporti e la fornitura di energia, facendone aumentare il prezzo. L’inflazione è scesa al 2,8%, ma la stima è che risalirà a causa degli effetti a catena derivanti dall’aumento dei prezzi dell’energia: “bollette più alte potrebbero costringere le imprese ad aumentare i propri prezzi per coprire i costi”.

Il dibattito sul ritorno nell’Ue

Dopo 10 anni dall’uscita dalla Ue si fa strada il movimento ‘Rejoin Ue‘ per rientrare in Europa. Il Financial Times annota che “i progressisti sono stati galvanizzati dalla crescente pressione per il rientro nell’UE. Tuttavia, l’élite decisionale del continente rimane diffidente nei confronti del ritorno del Regno Unito nell’Unione“. Ma qualsiasi processo di riadesione del Regno Unito all’UE rischia di “protrarsi oltre la legislatura quinquennale del Parlamento”. Tra le ragioni elencate dal quotidiano, “una lunga storia di sfiducia derivante dai precedenti negoziati e il fatto che Nigel Farage, l’artefice della Brexit, goda di un’ottima popolarità nei sondaggi d’opinione britannici”.

Il giudizio dell’Economist

Per l’Economist, invece, il referendum ha cambiato il Regno Unito “in molti piccoli modi, perlopiù in peggio”. Secondo un’analisi del settimanale la Brexit ha lasciato gli inglesi “più divisi, meno influenti e più poveri di quanto sarebbero stati altrimenti”.

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