GI – In questa settimana la vicenda della cessione di Acciaierie d’Italia, l’ex Ilva, potrebbe cominciare ad approdare a una tappa importante. Anche perché nel question time alla Camera dell’1 aprile, il ministro delle Imprese, Adolfo Urso, ha detto che si sta “lavorando in maniera assidua affinché sia possibile concludere i negoziati per la cessione dell’azienda entro la fine di questo mese”. Sulla scena sono ormai da diversi giorni due gruppi: il fondo americano Flacks Group – che più esattamente è un family office – e la società siderurgica indiana Jindal International. Alla base delle due offerte, due diverse visioni del rilancio dell’acciaieria.
Flacks propone di produrre a Taranto, a regime, 6 milioni di tonnellate di acciaio, annuncia investimenti per 5 miliardi e assicura che occuperà 8.500 addetti (oggi quelli dell’ex Ilva sono poco meno di 10mila). Proposte molto diverse, quindi, ma ora l’elemento centrale – ai fini della valutazione su quale delle due offerte scegliere per proseguire il negoziato – è dato dalle garanzie dei due gruppi.
La proposta di Jindal
Jindal, invece, investirebbe un miliardo e mezzo, potrebbe occupare 4.500 unità, ma soprattutto produrrebbe direttamente a Taranto in una prima fase sino al 2030, e in attesa che si facciano i forni elettrici, 4 milioni di tonnellate l’anno usando due dei tre attuali altiforni, e poi passerebbe a produrre a Taranto solo 2 milioni di tonnellate con un solo forno elettrico (i due altiforni precedentemente usati verrebbero spenti). Jindal farebbe arrivare nella città pugliese 4 milioni di tonnellate di bramme di acciaio da sottoporre a lavorazione. Queste bramme giungerebbero dall’Oman una volta che Jindal avrà messo in funzione la nuova acciaieria con due forni elettrici e due impianti di preridotto per l’alimentazione degli stessi forni elettrici.
L’orientamento verso Jindal
Nella call che nei giorni scorsi il ministro Urso ha avuto con i rappresentanti delle istituzioni di Taranto, Genova, Puglia e Liguria, l’impressione – e forse più di un’impressione – che gli amministratori tarantini e pugliesi hanno ricavato, è che si potrebbe andare verso un’assegnazione dell’azienda a Jindal. In verità, non è stato deciso ancora nulla, ma quando Urso ha parlato alle istituzioni locali, non ha potuto fare a meno di evidenziare che i passi di Flacks restano ancora lenti e non permettono di capire con chiarezza se il potenziale investitore americano sia davvero in grado, soprattutto finanziariamente, di affrontare un’operazione molto complessa come quella dell’ex Ilva.
I dubbi sulle garanzie di Flacks
“Flacks – spiegano fonti vicine al dossier – è un family office, ha quindi fondi suoi, ma noi ci saremmo aspettati la lettera di una banca che assicurasse la disponibilità di risorse in capo a Flacks. Flacks ha tante aziende e proprietà immobiliari, ma sinora sul tavolo non ha messo nulla di concreto, non ha presentato qualcosa che consenta di valutarlo compiutamente”. E in una lettera ai commissari, Flacks ha scritto che “in assenza di un feedback chiaro sullo stato dell’accordo di compravendita, la nostra capacità di discutere impegni vincolanti da parte degli istituti finanziari è significativamente e materialmente limitata. Nessun acquirente in alcun processo di fusione o acquisizione – ha sostenuto Flacks, che ha dichiarato di avere un patrimonio immobiliare pari a 2,2 miliardi di dollari – è mai tenuto o ha mai accettato di fornire impegni di finanziamento per un piano aziendale quinquennale o capitale proprio a garanzia di tali impegni, in particolare nel contesto di un asset in forte difficoltà'”.
Il confronto con Jindal
In quanto al confronto con Jindal, fonti vicine al dossier segnalano che “si sta lavorando tanto e sono in corso tavoli paralleli che affrontano i vari temi. Jindal al momento si sta dimostrando convinto e questa è una cosa positiva. Che poi si riesca ad arrivare in fondo, è da vedersi. Non lo si può ancora dire”.