C’è stato un tempo in cui, per vincere un GP di Formula 1, bastavano una buona vettura un bel po’ di fegato: il piede destro più pesante degli altri. Oggi, per salire su un podio occorre una laurea in ingegneria gestionale e un corso accelerato in guerra psicologica. Lo spettacolo offerto a Suzuka, ormai più simile a un congresso di periti elettronici che a una corsa automobilistica, ci ha regalato un teatrino assai istruttivo: la Ferrari di Charles Leclerc che smaschera le “furbizie di provincia” della Mercedes.
La tattica infingarda non andata a buon fine
Il misfatto si consuma nelle fasi finali, quando il monegasco Charles Leclerc e il britannico George Russell, una volta sbarazzatesi dell’ingombro nobiliare di Sir Lewis Hamilton, si trovano a litigare per l’ultimo gradino del podio. In quest’epoca di ibrido e batterie ricaricabili, la super F1 2026 pensata dalla Federazione Internazionale, superare è diventato un complicato affare di stato.
Gli strateghi di Brackley, per portare a casa il podio, hanno pensato bene di affidarsi alla più antica delle arti umane: l’inganno. O, se preferite un termine più al passo coi tempi, il depistaggio sui canali radio delle vetture. L’ingegnere di Russell, tramutatosi d’improvviso in un attore da filodrammatica, ha iniziato a impartire via radio istruzioni precisissime su dove e come scaricare l’energia elettrica della power unit.
Sapeva benissimo, il nostro, che dall’altra parte della barricata gli uomini in rosso stavano origliando con tutto quanto in remote garage di Maranello. E infatti Bryan Bozzi, dal muretto ferrarista, si è premurato di fare da zelante stenografo, riferendo al “povero Leclerc”Mercedes e Russell ideano una comunicazione falsa per trarre in inganno Leclerc che, non ascoltando più il muretto Ferrari, con il solo istinto porta a casa il podioogni singola parola del suo avversario, nella speranza di fargli trovare le contromosse più azzeccate per tenere dietro Russell.
Peccato che il piano tedesco fosse di una malizia quasi infantile: annunciare urbi et orbi un attacco sul rettilineo principale per poi sferrarlo regolarmente in quello opposto. Un gioco delle tre carte a trecento all’ora, portato avanti per ben quattro giri, con l’unico, truffaldino scopo di confondere il ferrarista e fargli svuotare la preziosissima batteria nei punti sbagliati del tracciato.
Leclerc: il trionfo dell’istinto sull’inganno
Per qualche istante, stordito da questo bombardamento di chiacchiere e false piste, Leclerc ha rischiato di finire dritto nella rete. Ma è qui che, per fortuna, l’istinto primordiale del pilota ha preso il sopravvento sulla noia dell’algoritmo. E poi si sente spesso dire che Charles non ha carattere e segue a menadito gli ordini imposti dal muretto box, durante la gara. Balle.
Capito che i suggerimenti del suo ingegnere lo stavano trasformando nel burattino dei calcoli altrui, il pilota numero 16 ha compiuto un gesto sensato nella “Formula 1 a batterie”: ha smesso di dare retta all’auricolare e ha iniziato a guardare negli specchietti. Un concetto meravigliosamente arcaico attualmente, ma che alla fine dei conti viene nutrito dall’istinto di chi guida.
E così, quando nell’ultima chicane Russell ha sferrato la stoccata a sorpresa, convinto di aver ormai fritto i nervi del rivale a furia di chiacchiere, Leclerc non ha fatto una piega. Ha incassato il sorpasso per poi incrociare la traiettoria e, con la freddezza di chi non ha tempo da perdere con i giochi di prestigio, si è ripreso la posizione in staccata di curva 1, sfruttando l’energia che sei era premurato di tenere da parte.
Fine delle trasmissioni. La Mercedes torna a casa con l’amara consapevolezza che, per quanto i propri ragionieri siano bravi a bluffare al microfono, alla fine dei conti in macchina c’è ancora un essere umano che stringe un volante. E che, nel caso di Leclerc, ha pure l’ottima abitudine di saperci fare. Terzo posto meritatissimo per la sua Ferrari che tra le altre cose rafforza la leadership di Antonelli nella classifica piloti.