Modificare un’automobile o una moto utilizzando componenti aftermarket omologati è teoricamente possibile, ma nella pratica occorre fari i conti con modulistiche, collaudi e costi che possono scoraggiare gli appassionati del tuning. Al centro delle scene normativa c’è l’articolo 78 del Codice della Strada, che subordina gli interventi tecnici di rilievo all’aggiornamento della carta di circolazione alla Motorizzazione Civile, anche quando i componenti installati sono già conformi alle disposizioni europee. È proprio su questo impianto che interviene una proposta di legge presentata in Commissione Trasporti della Camera dei deputati per snellire le procedure ovvero renderle più semplici e veloci, ma anche meno onerose.
Oggi una modifica effettuata con parti regolarmente omologate può richiedere mesi per arrivare al completamento dell’iter. La proposta di legge nasce da una constatazione: se un componente è già omologato a livello italiano o europeo, costringere il cittadino a un’ulteriore omologazione del veicolo nel suo insieme è una duplicazione di controlli che appesantisce il sistema senza benefici reali.
Come cambierebbe l’articolo 78 del Codice della Strada
Il punto cardine della riforma è la modifica dell’articolo 78 che oggi prevede l’obbligo di aggiornamento della carta di circolazione ogni volta che si interviene su caratteristiche costruttive o funzionali del veicolo. Di più, “nel regolamento sono stabiliti le caratteristiche costruttive e funzionali, nonché i dispositivi di equipaggiamento che possono essere modificati solo previa presentazione della documentazione prescritta dal regolamento medesimo. Sono stabilite, altresì, le modalità per gli accertamenti e l’aggiornamento della carta di circolazione”.
La nuova impostazione distingue tra modifiche che richiedono ancora un passaggio formale in Motorizzazione e interventi che, se effettuati con componenti già omologati, potrebbero essere certificati da soggetti autorizzati.
L’idea è spostare parte del processo di verifica dal pubblico al privato con il mantenimento di una supervisione centrale. Le officine meccaniche o altri enti privati autorizzati dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti diventerebbero il fulcro operativo del sistema. Qui verrebbero installati i componenti aftermarket e qui verrebbe attestata l’esecuzione dei lavori con il rilascio di una certificazione che sostituirebbe il collaudo in Motorizzazione.
Resterebbe fermo l’obbligo di utilizzare solo componenti già omologati in Italia o in un altro Paese dell’Unione europea. Rimarrebbe anche il ruolo di vigilanza della Motorizzazione civile che continuerebbe a controllare il funzionamento del sistema e l’operato delle officine autorizzate. Cambia però la logica di fondo con l’assegnazione di più responsabilità su chi esegue l’intervento.
Il nuovo ruolo delle officine e le responsabilità
Se oggi il meccanico si limita a installare un componente, domani potrebbe essere chiamato anche a certificare che quell’intervento è conforme alla normativa e tecnicamente corretto. Significa assunzione della responsabilità diretta che fino a questo momento ricade quasi tutta sulla Motorizzazione.
È prevedibile allora che non tutte le officine chiederanno di essere inserite nell’elenco dei soggetti abilitati alla certificazione del tuning. Serviranno requisiti tecnici, formazione e coperture assicurative. In altre parole si potrebbe andare verso una selezione con un numero limitato di operatori specializzati che potranno offrire questo servizio.
Dal punto di vista del mercato, se la proposta di legge dovesse essere approvare di potrebbe andare verso una maggiore professionalizzazione del settore con centri sempre più orientati a lavorare secondo standard elevati e documentabili.
I benefici per cittadini, imprese e mobilità
La semplificazione delle procedure potrebbe avere ricadute su chi utilizza il veicolo come strumento di lavoro o di supporto alle attività quotidiane. Pensiamo ai veicoli commerciali che necessitano di allestimenti specifici, ai mezzi adattati per persone con disabilità, ai veicoli agricoli o a quelli impiegati nel volontariato.
In tutti questi casi la possibilità di installare componenti omologati e ottenere una certificazione rapida in un’officina autorizzata ridurrebbe i tempi di fermo del mezzo e i costi amministrativi. Ecco allora che la proposta di legge finisce per incidere sulla qualità della mobilità fino a rendere più facile adattare i veicoli alle esigenze degli automobilisti.
Oggi, sulla base dell’articolo 78 del Codice della Strada, “chiunque circola con un veicolo al quale siano state apportate modifiche alle caratteristiche indicate nel certificato di omologazione o di approvazione e nella carta di circolazione, oppure con il telaio modificato e che non risulti abbia sostenuto, con esito favorevole, le prescritte visita e prova, ovvero circola con un veicolo al quale sia stato sostituito il telaio in tutto o in parte e che non risulti abbia sostenuto con esito favorevole le prescritte visita e prova, è soggetto alla sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 430 a euro 1.731”.
Sicurezza e semplificazione, equilibrio possibile
Se il timore di chi guarda con sospetto a una proposta di legge di questo tipo è l’abbassamento del livello dei controlli, la filosofia dichiarata della proposta va in direzione opposta: sburocratizzare senza deregolamentare. La sicurezza resta legata all’omologazione dei componenti e all’installazione. Se un componente è già stato testato e approvato secondo standard europei e se viene montato da un operatore qualificato che ne certifica l’installazione, il livello di tutela per l’automobilista e per la collettività resterebbe intatto.
Il banco di prova sarà la fase attuativa. Molto dipenderà da come verranno definiti i requisiti per le officine autorizzate, da come verrà organizzato il sistema di vigilanza e da quanto sarà chiaro l’elenco delle modifiche della procedura semplificata. Se la proposta di legge dovesse andare in porto, sarebbe anche il riconoscimento che il tuning, se eseguito con criterio e con componenti omologati, è una forma legittima e da incoraggiare di personalizzazione e di adattamento del veicolo.
L’iter della proposta di legge
Il disegno di legge passa ora al vaglio della Commissione Trasporti in sede referente e, lungo l’iter parlamentare, dovrà acquisire anche i pareri delle Commissioni Affari costituzionali, Bilancio, Attività produttive e Politiche dell’Unione europea. Nel testo è inserita una clausola di invarianza finanziaria che vincola l’attuazione delle nuove norme all’utilizzo delle risorse già disponibili, escludendo quindi nuovi o maggiori oneri a carico dello Stato.
Nel caso di accensione del semaforo verde, sarà un decreto del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti a stabilire gli aspetti operativi della riforma: dall’istituzione del registro delle officine abilitate alla certificazione alla definizione dei requisiti tecnici e professionali richiesti agli operatori fino agli standard minimi di dotazioni strumentali e strutturali necessari per effettuare le verifiche previste.