• 20 Febbraio 2026 18:00

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Xylella, un complotto lungo dieci anni finisce nel nulla

Feb 20, 2026

Il 28 ottobre 2025 il Gip del Tribunale di Bari, Giuseppe Ronzino, ha disposto l’archiviazione del procedimento nato dagli esposti presentati tra il 2018 e il 2022 sulla gestione dell’emergenza Xylella. Ha rigettato l’opposizione proposta da Massimo Blonda, Margherita Ciervo, Margherita D’Amico, Gennaro Di Ceglie e Mauro Giordani. Nel mirino di costoro c’era soprattutto il dott. Donato Boscia, dirigente del Cnr di Bari, da anni al centro di una campagna pubblica di accuse da parte di chi ha contestato prima l’esistenza del batterio, poi la sua patogenicità, poi le misure di contenimento, e via complottando.

 

Per comprendere la portata della decisione occorre tornare alle parole utilizzate dagli accusatori. Si sosteneva che la propagazione del batterio fosse stata “innescata, favorita e incoraggiata da ‘ritardi’ ed ‘omissioni’”. Si contestava “la veridicità degli accertamenti eseguiti dagli ispettori fitosanitari in merito al campionamento, all’analisi ed al conseguente monitoraggio”. Si affermava che “i ricercatori del Cnr hanno sfruttato le loro conoscenze scientifiche, gestendo datazione e classificazione del batterio da quarantena XF (…) al fine di convogliare pubblici finanziamenti (…) mirata essenzialmente all’eliminazione di gran parte della coltura tradizionale dell’olivo in Salento, al vasto impiego di insetticidi ed al finanziamento della cosiddetta rigenerazione agricola del territorio pugliese”. Si evocava il disastro ambientale, fino a parlare di “ecocidio”.

 

Le accuse maggiori, alla fine, erano queste: diffusione di malattia delle piante, disastro ambientale, manipolazione di dati per ottenere fondi pubblici, gestione fraudolenta dell’emergenza. Accuse che, se fondate, avrebbero configurato responsabilità penali gravi.

La procura ha indagato. Anni di attività istruttoria: sequestri, acquisizioni documentali, consulenze tecniche in patologia vegetale, entomologia, agronomia forestale. 

Esemplari sono in questo senso le attività di indagine sul caso del campione di Monopoli, un episodio che gli accusatori hanno elevato a simbolo dell’intera vicenda, relativo al campione identificato negli atti come ID 330487. Da quel dato analitico – un risultato positivo emerso in un’area ritenuta fino ad allora indenne – è stata costruita l’idea di anomalie nella catena di custodia, di manipolazioni nei laboratori, di gestione opaca dell’informazione. Su quel campione si è innestata la narrazione secondo cui la diffusione del batterio sarebbe stata occultata o addirittura favorita. L’indagine penale ha fatto ciò che deve fare: ha verificato le modalità di prelievo, la tracciabilità del campione, le controanalisi, i controlli successivi nell’area interessata, la presenza del vettore. Le consulenze tecniche acquisite non hanno evidenziato irregolarità idonee a fondare un’ipotesi di manipolazione o di diffusione dolosa. Un dato tecnico isolato, trasformato in prova di un disegno, è stato riportato alla sua dimensione documentale e scientifica. A partire da qui, l’accusa si è dissolta davanti alla verifica dei fatti.

L’ordinanza smonta infatti le accuse sull’unico piano che conta tanto nella scienza quanto in un processo penale: quello della prova. Sulla presunta inattendibilità delle analisi si legge che non sono emersi “elementi di prova suscettibili di corroborare la tesi di ‘inattendibilità procedurale ed analitica’”. 

Sulla ricostruzione di un progetto volto a distruggere l’olivicoltura tradizionale per convogliare finanziamenti pubblici il giudice parla di “suggestione investigativa – priva di riscontro probatorio”: un’espressione che, nel lessico penale, equivale a dire che ci si trova di fronte a una narrazione costruita per collegare fatti eterogenei in una trama coerente, ma non sorretta da elementi oggettivi verificabili – il marchio del cospirazionismo

Il reato di diffusione di malattia delle piante richiede la dimostrazione di un nesso causale tra una condotta e la propagazione del morbo su larga scala. L’ordinanza richiama il criterio del giudizio controfattuale e la necessità di fondarsi su leggi scientifiche consolidate, non appunto su suggestioni.

Se poi si guarda specificamente alla posizione di chi suo malgrado è diventato una bestia nera del cospirazionismo sulla Xylella, il dott. Boscia, si legge che egli ha agito “in coerenza con la disciplina vigente, sulla scorta delle conoscenze scientifiche all’epoca disponibili”. 

Per il disastro ambientale il giudice ricorda che occorre una condotta abusiva idonea a produrre una situazione di pericolo oggettivamente apprezzabile e rileva che “non vi è prova che la diffusione del batterio ‘Xylella fastidiosa’ fosse causalmente imputabile alle strategie di contenimento adottate sul piano amministrativo”. Attenzione: non vi è prova non perché non sia stata cercata, ma perché le indagini della procura hanno mostrato che non vi è nessuna evidenza di quanto preteso dagli accusatori.

Come dichiarato dagli avvocati Onofrio e Roberto Eustachio Sisto, difensori di Boscia, l’ordinanza ha messo la parola “fine” ai tentativi temerari” di scalfire l’immagine del dott. Boscia e del CNR; la tesi degli accusatori, è bene ribadirlo ancora, risulta nelle parole del giudice una “suggestione investigativa priva di riscontro probatorio”. 

Ma per capire cosa significa per un ricercatore, per uno scienziato e per un uomo appassionato della sua terra e dell’agricoltura della sua regione cosa abbia significato un decennio di insulti, accuse, atti di tribunale, bisogna ascoltare direttamente Donato Boscia. Per ottenere il “riconoscimento del mio corretto operato” si è dovuto attendere che trascorresse “oltre un decennio di polemiche, negazioni, sospetti e mistificazioni” e sopportare la “contrapposizione pretestuosa, a volte anche verbalmente violenta” che ha colpito lui e i ricercatori impegnati nello studio dell’emergenza. Proprio lui e Maria Saponari, che hanno visto il proprio sforzo di ricercatori e scienziati volto al contrasto del batterio riconosciuto anche dalla presidenza della Repubblica, sono stati tormentati e messi in croce senza sosta.

Qui sta il punto politico e culturale della vicenda. Quando una parte perde sul terreno della prova scientifica, può scegliere di produrre nuovi dati, di pubblicare studi, di confrontarsi nei congressi e sulle riviste. In questo caso si è scelto un altro percorso: trasformare il dissenso in attacco giudiziario, trasferire in tribunale una disputa scientifica, attribuire agli scienziati un disegno doloso senza elementi oggettivi a sostegno.

Il tribunale ha risposto con lo strumento proprio del diritto penale: la verifica rigorosa dei fatti. E ha scritto che quelle ricostruzioni restano suggestioni prive di riscontro probatorio, che non vi è una ragionevole previsione di condanna, che ulteriori approfondimenti sarebbero inidonei a mutare il quadro.

Dopo dieci anni di accuse pubbliche e giudiziarie, di romanzi sui social forum e negli articoli di certi giornali, la conclusione è che le ipotesi di complotto non hanno trovato alcuna conferma nei fatti accertati. Continuare a trascinare la scienza in aula come scorciatoia quando mancano prove sperimentali significa piegare lo strumento penale a una battaglia ideologica. 

Questa stagione, per il bene di tutti e della Puglia in modo particolare, deve chiudersi qui.

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