• 17 Febbraio 2026 19:08

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L’incendio al teatro Sannazaro a Napoli, la maledizione di febbraio e la ricetta borbonica

Feb 17, 2026

Per una volta almeno bisognerà prendere esempio dai Borbone per restituire a vita, alla città di Napoli e alla storia il Teatro Sannazaro divorato dalle fiamme.

        

Nessun teatro è un teatro qualunque, ma questo men che meno: è sufficiente elencare chi ha calcato il suo palcoscenico dal 1847. Dimenticando, è perdonabile, qualcuno perché la lista comprende Sarah Bernhardt, Eleonora Duse, Ermete Novelli, Tina De Lorenzo, Eduardo e Vincenzo Scarpetta, i fratelli De Filippo; e se ai grandi artisti drammatici aggiungiamo dive e divi del cafè chantant, i macchiettisti, gli attori brillanti, si va da Maldacea alla dinastia dei Di Maio a Benedetto Casillo. Memorie e nomi che devono il ricordo a Luisa Conte: a lei il merito assieme al marito Nino Veglia di avere riportato a splendore, nel 1971, la “bomboniera di Chiaia” decaduta – sorte non rara – a cinema di serie B come era accaduto al Bellini, come successe al Teatro Nuovo. Lara Sansone, nipote di Luisa, potrebbe raccontarne di storie ma è meglio un altro giorno, quando le ceneri del rogo si saranno raffreddate.

È stata aperta un’inchiesta per incendio colposo e verbose colonne d’inchiostro ne riferiranno. Ci sono le dichiarazioni istituzionali, quelle artistiche, sentimentali e c’è la vox populi dei social. Ma già da adesso si può lanciare il miglior appello possibile: prendiamo esempio dai Borbone.

Da Ferdinando I delle Due Sicilie, il Re Nasone, il Re Lazzarone che soppresse nel sangue la Repubblica borghese e illuminata del ’99 e chi più ne ha più gliene dica. Però la storia è storia: in un altro febbraio (qualche maledizione deve pur celarla, questo mese che a Napoli si definisce “corto e amaro”) un rogo ancor più feroce distrusse il teatro San Carlo, il più bello del mondo. Era la notte tra il 12 e il 13 febbraio del 1816 e qualche “capa sciacqua” aveva dimenticato una lanterna accesa. Del vanto della Capitale, inaugurato esattamente centodieci anni prima del Sannazaro, quando fece giorno rimanevano le mura perimetrali e poco più. Oggi le fiamme del teatro di Chiaia sono state immortalate in centinaia di video per milioni di device. Allora furono i pittori che fissarono dal vivo sulla tela il disastro che possiamo ancora rivedere. Dagli occhi loro ai nostri.

         

Ebbene, appena nove mesi dopo, la durata di una gravidanza, il Re Borbone (Nasone, Lazzarone etc.) inaugurava bello come prima e forse più il San Carlo ricostruito. Nove mesi con quei mezzi e quelle tecnologie. Chissà chi se la sente di azzardare un paragone con le future sorti del ben più piccolo Sannazaro.

La storia propone strani intrecci, coincidenze che forse un giorno chiarirà la fisica quantistica ma per ora possiamo solamente rilevare. Come il fatto che il Sannazaro fu progettato dal figlio dell’architetto Antonio Niccolini, cioè del protagonista della ricostruzione lampo del San Carlo. Che fu la prima sala italiana a dotarsi dell’illuminazione elettrica per scongiurare i rischi dell’elemento più temuto in ogni teatro: il fuoco. Che appena qualche giorno fa, sulla sua pagina Facebook, il San Carlo rievocava il tremendo rogo da cui era rinato così velocemente. Questa città fa appena in tempo a ricordare un antico primato che subito si prende un altro schiaffo dove le fa male.

Non è pretesa ma speranza che una solerzia borbonica possa rimettere in piedi il teatro in cui fiorì la ricchezza di Scarpetta con la celeberrima “Na santarella” (grazie ai suoi incassi si costruì l’omonima grande magione al Vomero); il teatro dove godé il trionfo anche l’arcinemico di don Eduardo, il poeta Ferdinando Russo, con “Luciella Catena”; il teatro dove ebbe luogo l’incontro fra Luigi Pirandello e Eduardo De Filippo.

Il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, ha assicurato subito che “la piccola grande bomboniera di Napoli tornerà splendida com’era prima”. Dice che è una “promessa”. Che sia borbonica.

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